Beni pubblici | Riduzione del debito

1.800 miliardi dalla dismissione del patrimonio pubblico

La scelta degli immobili da vendere è ampia. Migliaia di sedi di ministeri, regioni, province, Comuni, scuole, ospedali, caserme, musei, che se messi sul mercato e venduti garantirebbero un cospicuo taglio al debito italiano.

Vendere beni pubblici per ridurre il debito. Una necessità imposta dal bisogno di contenere la spesa e abbassare il debito italiano, che con la crisi è schizzato al 127% (era al 108% nel 2008).
Allo Stato fanno capo 3 milioni e 200 mila opere d’arte (di cui solo il 30% è ospitato nei musei), 675 società gestite da enti locali o collegate a essi (tra cui 52 aeroporti), aziende che forniscono pubblici servizi, migliaia di sedi di ministeri, Regioni, Province, Comuni, scuole, ospedali, caserme, musei.
L’articolata road map della vendita del patrimonio pubblico stimato in 1.800 miliardi (di cui 700 immediatamente valorizzabili, con quattro aree sulle quali si può agire: crediti, concessioni, immobili e partecipazioni) ha cominciato, quindi, a prendere corpo.

Stazione Fs Comune di Parma.

Su questi asset si possono fare subito delle valutazioni.
Dalle cessioni di immobili pubblici si possono invece ricavare 25-30 miliardi, mentre dalla vendita dei diritti di emissione CO2 sono ricavabili altri 10 miliardi. Tra gli immobili liberi considerati nella stima il Tesoro include anche immobili in locazione a chi non ha più titolo per occuparli.
La parola d’ordine è dismettere, e quindi vendere, valorizzare e incassare, nel senso letterale di fare cassa. Il confronto aperto da tempo sulla necessità o meno di porre mano alle dismissioni sembra così giunto alla fine con l’acquisita consapevolezza che non si può più continuare a tentennare o perdere tempo. Anche i riflettori dell’Europa, quella sorta di ultimatum lanciato da Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, avevano contribuito già due anni fa questa improvvisa accelerazione.
Entro il 30 novembre 2011, l’allora Governo Monti avrebbe dovuto definire un piano di dismissioni e valorizzazioni del patrimonio pubblico che doveva prevedere almeno 5 miliardi di proventi all’anno nel prossimo triennio.
Cosa vendere? La scelta è ampia, un  «catalogo» eccezionale, sotto molto aspetti incomparabile per l’eventuale vendita a privati di una parte almeno di quell’enorme patrimonio costituito dai beni mobili e immobili di proprietà dello Stato o degli enti locali. Di questo patrimonio fa parte il 17% del territorio nazionale. Inutile dire che i cespiti patrimoniali che meglio si prestano a essere ceduti sono le partecipazioni azionarie e gli immobili.
Le sole azioni di società, quotate e non, che fanno capo al Ministero del Tesoro sono valutate circa 140 miliardi di euro. Tra queste sono compresi i pacchetti azionari che lo Stato ancora detiene in Eni, Enel, Finmeccanica, StMicroelectronics, Terna, Poste, Rai, Ferrovie dello Stato, Sace solo per citare le aziende più note.
Imprese che operano nei più svariati comparti in cui lo Stato potrebbe facilmente recedere lasciando spazio alla iniziativa privata e riservandosi il ruolo di regolatore, questo sì, specificatamente statale. A queste aziende controllate dallo Stato si  potrebbero sommare le aziende di servizi pubblici locali, le cosiddette municipalizzate, possedute dagli enti territoriali; sono circa 700, di cui 14 quotate in borsa; il valore di mercato di queste ultime si aggira sui 7 miliardi di euro.
La grande stagione delle privatizzazioni (molte delle quali parziali) dello Stato Italiano (1992-2005), cominciò proprio da qui, e fruttò 140 miliardi contribuendo a ridurre il debito pubblico di circa l’8 per cento.
Il patrimonio immobiliare pubblico ha dimensioni rilevanti, sebbene i dati sull’effettiva consistenza e valore di mercato non siano attualmente completi. La parte più consistente di questo patrimonio appartiene a Regioni ed enti  locali che, soprattutto nella prospettiva del federalismo demaniale, avranno un ruolo chiave nei processi di valorizzazione funzionale e dismissione degli immobili  pubblici.
Dopo decenni di sterili supposizioni, una parola definitiva sulla dote pubblica l’ha espressa alcuni mesi fa il responsabile della Direzione Finanza e Privatizzazioni del Dipartimento del Tesoro Francesco Parlato, nel corso di un’audizione alla Camera. Il patrimonio immobiliare dello Stato, secondo il manager pubblico, dovrebbe  valere circa 340 miliardi di euro.
Tra palazzi, caserme,scuole, ospedali e altre costruzioni si parla di 543 mila unità immobiliari alle quali vanno aggiunti 760 mila terreni. Il patrimonio riferito allo Statocentrale pesa per 55 miliardi, mentre quello delle altre amministrazioni, in base ai prezzi medi di mercato elaborati dall’Agenzia del  Territorio, viaggia intorno ai 285 miliardi.
Quanto alla destinazione d’uso, il 70% della superficie è utilizzato per lo svolgimento di attività  istituzionali mentre il 47% delle unità immobiliari (percentuale sensibilmente inferiore in termine di superficie) è destinato a uso residenziale, per gran parte detenuto da comuni, enti previdenziali e Istituti case popolari. Il grosso dell’operazione di alienazione potrebbe riguardare le caserme: sarebbero un migliaio, di cui 400 già trasferite al Demanio. In molti casi si tratterebbe di aree edificabili e quindi con un elevato valore di mercato.
Ci sarebbe poi tutta la partita degli uffici pubblici, considerato il progressivo restringimento degli apparati della pubblica amministrazione e della possibilità di avere una sola regia, attraverso il cosiddetto conduttore unico, in capo al Demanio.
La partita potrebbe coinvolgere anche gli immobili degli enti locali nell’ambito del federalismo. C’è anche un’altra considerazione, non certo di poca importanza, da fare: nel caso delle dismissioni di immobili, oltre ad abbattere il debito, si otterrebbe anche un considerevole beneficio gestionale; gli immobili infatti rendono circa l’1% e costano il 2%. Vendere quindi consente di ridurre le spese e quindi di fare economia di scala.
Agli immobili si aggiungono 760 mila terreni, per una superficie di 1,3 milioni di ettari e un valore stimato nell’ordine di 300 miliardi di euro. Numeri alla mano, si tratta dunque di una massa patrimoniale enorme. Ma le cose cambiano se si guarda a questo volume di immobili con l’obiettivo di fare cassa. Magari per ridurre il debito pubblico.

Caserma.

L’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli aveva ipotizzato un piano per la cessione di immobili del patrimonio dello Stato per 15 miliardi all’anno (pari a 1 punto di Pil). La cifra è ambiziosa considerato che svariati tentativi di cessione e valorizzazione dei patrimoni immobiliari pubblici del passato (cartolarizzazioni, società costituite ad hoc come la Patrimonio spa e vendite estemporanee, finora hanno prodotto incassi inferiori a 10 miliardi.
Ma nel bilancio dello Stato, alla voce «alienazione di beni patrimoniali», per gli anni 2013, 2014 e 2015 si fa riferimento a ricavi per 1,25 miliardi di euro. Fonti del Tesoro affermano che, nella migliore delle ipotesi, con un buon piano di dismissioni, gli immobili pubblici possano fruttare complessivamente 40 miliardi di euro. Si tratta di una stima molto simile a una simulazione effettuata tempo fa dall’istituto di ricerca Bruno Leoni, che ha calcolato un gettito potenziale di 36 miliardi. La possibilità di centrare l’obiettivo è stata affidata a una Sgr istituita dal governo Monti (c’è già il via libera di Bankitalia), che gestirà il «fondo dei fondi» cui spetterà il compito, mai riuscito finora,di fare cassa con la valorizzazione del patrimonio immobiliare di Stato ed enti locali, attraverso un Piano ambizioso nel nome: Destinazione Italia.
La società sarà partecipata al 60% dal Demanio e al 40% dal Tesoro. Da Via XX settembre, però, si invoca prudenza sui risultati. Appena una anno fa Fabrizio  Saccomanni, allora direttore generale di Bankitalia, avvertì che di privatizzazioni ne erano state fatte tante osservando che «i proventi sono finiti nel bilancio generale» e non a ridurre il debito. E l’Agenzia del Demanio, guidata da Stefano Scalera, ha individuato appena 350 immobili del valore di circa 1,5 miliardi, «potenzialmente conferibili».
Destinazione Italia, partito a settembre attraverso anche un road show che ha visto il premier Letta promuovere gli investimenti in Italia in Canada e aWall Street, è il più grande piano di dismissioni del patrimonio immobiliare che sulla carta vale complessivamente oltre 300 miliardi di euro e di alcuni beni «mobili» dello stato, che ha come obiettivo di alleggerire il macigno del debito pubblico.
Nel dossier, sul quale la Sgr del Tesoro è già al lavoro da settimane, c’è una prima dote di 350 beni per un valore di 1,2 miliardi sarebbero già pronti per essere conferiti dal Demanio che dovranno essere valorizzati per attrarre investimenti anche dall’estero. Considerate le diffcoltà del mercato immobiliare, non è escluso il ricorso a forme di valorizzazione anche diverse dalla vendita o dalla cartolarizzazione, come il diritto di superficie o la proprietà non piena.
Nel portafoglio della società potrebbero inoltre confluire anche immobili provenienti da altri due canali, quello di «Valore Paese » e quello di «Valore Paese dimore» che punta su immobili che potrebbero essere trasformati a scopi turistici. Ma dal dossier dismissioni non sono al  momento escluse anche quelle «mobiliari», come aveva fatto presente il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni a luglio, in occasione della missione del Fondo Monetario Internazionale.
Se la quota restante di partecipazione pubblica in Eni (che insieme al 4% del Tesoro vale una ventina di miliardi di euro) e Enel è di fatto considerata  strategica, e dunque difficile da dismettere, diverso è il discorso per altri «big» in cui il Tesoro è azionista.
È il caso delle Ferrovie, delle Poste, ma anche della Rai. Per Poste Italiane non c’è un dibattito in corso ma è da  considerare che processi di privatizzazione sono in corso in altri Paesi d’Europa. L’ultimo in ordine di arrivo, per esempio, quello della Royal Mail deciso dal governo britannico. Poi c’è Ansaldo Energia, per l’acquisto di una quota della quale le trattative con i coireani Doosan sono in stato avanzato, ma manca il via libera del Governo.
Nonostante la molteplicità degli strumenti operativi esistenti, come del resto aveva segnalato anche un paper del Centro Studi Astrid un anno e mezzo fa, la complessità e la frammentarietà delle norme e la scarsa attuazione delle stesse, uniti a un difficile contesto dei mercati finanziari e immobiliari, ostacolano l’effettiva valorizzazione e l’efficace dismissione degli immobili pubblici. Il quadro giuridico ed economico attuale non consente, a conti fatti, di trarre nel breve termine dal patrimonio pubblico immobiliare risorse significative per la riduzione del debito pubblico.




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