Punti di Vista | Lorenzo Perino, avvocato, Lex Consulting

«231», strumento di tutela dell’integrità patrimoniale dell’azienda

Il nostro ordinamento prevede un severo regime di responsabilità amministrativa da reato per le società e gli enti (D.Lgs. 231/2001) e, in caso di commissione di una delle fattispecie previste, le sanzioni pecuniarie e interdittive sono piuttosto pesanti. 

Lorenzo Perino | avvocato, Lex consulting

Lorenzo Perino | avvocato, Lex consulting

La nostra Costituzione stabilisce che la responsabilità penale è (esclusivamente) personale. Questo comporta che solo a una persona fisica potrà essere addebitato un reato. Quando però gli effetti e i vantaggi economici del reato commesso si riflettono positivamente sulla vita di una società, è certamente opportuno applicare anche a quest’ultima una sanzione.

Il comportamento antigiuridico di un funzionario che opera per conto di una persona giuridica genera l’applicazione di sanzioni penali al primo ma deve anche dare luogo a sanzioni anche in capo alla seconda. Il vantaggio economico dell’ente non può rimanere privo di conseguenze.
Per questo motivo è stata introdotta la «Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica».

La possibilità di applicare sanzioni da reato a un ente si giustifica con la considerazione che se l’addetto ha commesso un reato nell’interesse della società significa che i sistemi di controllo da questa predisposti si sono rivelati inefficaci e quindi sarà chiamata a rispondere di un certo deficit organizzativo interno. In altre parole i comportamenti che hanno dato luogo alla commissione del reato non sono stati efficacemente combattuti, oppure sono stati tollerati o addirittura incoraggiati.

Questo tipo di responsabilità è prevista per un elenco tassativo di reati, a partire dai reati di corruzione, per passare ai reati informatici, ai delitti contro l’industria e il commercio, agli abusi di mercato, ai reati ambientali, al riciclaggio, ai reati di criminalità organizzata fino ad arrivare all’ omicidio colposo e lesioni personali colpose gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. L’introduzione di questi ultimi reati ha dato certamente nuovo impulso all’adozione degli adempimenti (su base volontaria) da parte degli operatori del mercato. 

Venendo alla dinamica applicativa della norma è necessario chiarire quali siano le persone fisiche in grado per il D.Lgs. 231/01 di commettere i reati appena elencati nell’interesse dell’ente. L’articolo 5 individua 2 categorie di persone: i soggetti apicali e i soggetti sottoposti. La differenza tra i due sta nel fatto che i primi stabiliscono con l’ente un rapporto di rappresentanza e i secondi stabiliscono un rapporto di subordinazione (sostanzialmente eseguono direttive stabilite da altri).

Questa distinzione comporta una diversa gradazione di responsabilità per l’ente. Se uno di questi soggetti commette un reato nell’interesse della società, realizza una situazione in grado di dare luogo a responsabilità dell’ente. Parallelamente al procedimento penale nei confronti della persona fisica si aprirà un ulteriore procedimento, amministrativo da reato, a carico dell’ente che andrà a verificare se questo dovrà essere ritenuto responsabile e nel caso darà luogo a sanzioni di carattere pecuniario e interdittivo (fino alla sospensione o interruzione dell’attività d’impresa, nei casi più gravi). 

Per andare esente da responsabilità la società è chiamata ad adottare una serie di adempimenti:
– adozione di Modelli Organizzativi Interni in grado di prevenire la commissione di tutti i reati previsti dalla norma;
– adozione di un Codice Etico di comportamento interno relativo alle condotte a rischio, dotato di adeguato apparato sanzionatorio per il caso di sua violazione;
– nomina di un Organismo di Vigilanza il cui compito sarà quello di monitorare il livello di attuazione e di applicazione dei modelli organizzativi interni, vigilare sul comportamento degli addetti e riferire agli organi sociali di eventuali inadempimenti o violazioni.

Nel caso in cui l’ente adotti ed effettivamente attui queste misure potrà beneficiare dell’applicazione di una scriminante e andrà quindi esente da responsabilità.
Chiunque svolga un’attività produttiva che implichi un rischio infortunio da medio a elevato quindi si trova oggi a dover fare i conti con questa materia e l’attività di cantiere rientra certamente tra queste ultime. In particolare poi recenti pronunce della Corte di Cassazione hanno definitivamente chiarito quale sia il principio che genera la responsabilità amministrativa da reato in caso di infortunio sul lavoro. Pur essendo infatti i reati in materia di sicurezza di natura colposa (cosa che aveva in prima battuta generato non poche perplessità sulla effettiva applicabilità), essi sono in grado di generare responsabilità in capo all’ente in relazione alla c.d. «colpa organizzativa».

L’interesse o vantaggio per l’ente previsti come necessari per l’attribuzione di responsabilità devono essere letti come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione degli apprestamenti di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all’aumento della produttività non ostacolata dall’osservanza dei precetti della norma prevenzionale. Il mancato rispetto delle norme di sicurezza in questi termini genera certamente nel breve periodo un risparmio e un vantaggio economico sensibile. Ed è proprio questo vantaggio che il legislatore mira a colpire.

Queste considerazioni portano così la c.d. «231» sempre più da essere una norma ad adesione volontaria, in prima battuta adottata esclusivamente da soggetti con continui rapporti con la pubblica amministrazione, a strumento di tutela dell’integrità patrimoniale dell’azienda utile a chiunque svolga un’attività produttiva. Anche perché le conseguenze negative di una condanna si produrrebbero direttamente a danno della proprietà dell’azienda.

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