Gare di progettazione | Bruno Gabbiani presidente Ala Assoarchitetti

Affidamento servizi mediante gara, i nuovi parametri in vigore dal 2014

La revisione dei «parametri» consolida l’uscita dalla fase selvaggia delle gare di progettazione, causata dal Governo Monti con la malintesa applicazione del principio di concorrenza, in un campo nel quale il fattore prezzo non può mai essere la discriminante principale nella scelta del soggetto da incaricare.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

I nuovi parametri per le gare, ai quali il Rup deve attenersi dal 2014, sono un riferimento ragionevole e offrono anche una definizione più oggettiva dei criteri d’ammissione, nonché categorie più ampie delle opere da porre a curriculum. Ma i parametri devono essere solo un punto di partenza, poiché anch’essi sono assoggettati al ribasso d’asta della gara, con il rischio che in questa fase si vanifichino ugualmente i presupposti di equità, congruità, onorabilità, garanzia dell’interesse pubblico alla qualità dell’opera.

Invece la necessità del Paese d’ottimizzare gli investimenti in opere pubbliche, non può essere posta a tutto carico degli studi d’architettura e d’ingegneria (né delle imprese di costruzione) senza provocarne il collasso, così come l’interesse del Paese impone di non ridurre in modo perverso, la qualità del progetto, che è il principale documento che determina i contenuti qualitativi, di durabilità e d’efficienza delle opere pubbliche e private. Ciò premesso, bisogna anche dire che i parametri derivano da calcoli «deduttivi» e da simulazioni, la cui accettazione è frutto della convenzione tra le parti contraenti. Una sequenza presuntiva e appunto deduttiva, semplificata rispetto all’abolita tariffa, della quale i parametri ancora conservano in parte un punto debole, che potrebbe anche minarne la legittimità.

Per questa loro natura, i parametri non consentono così di valutare ex ante la qualità effettiva del progetto acquistato dall’Amministrazione attraverso la gara, prodotto che deve invece contenere un plusvalore intellettuale, che supera la mera produzione degli elaborati descritti nel codice dei contratti: senza Utilitas, Firmitas et Venustas e senza il bagaglio di talento, cultura e passione che li accompagna, tali elaborati altro non rappresentano che l’adesione formale a un obbligo contrattuale.

Guardiamo allora al futuro, per proporre in chiave politica altri miglioramenti, sia nell’interesse pubblico di salvare il settore delle costruzioni, nel quale comprendiamo le strutture di produzione del progetto, sia a difesa dei loro titolari, dipendenti e collaboratori, che vivono una crisi senza precedenti. Questo comparto, che coinvolge i professionisti che hanno perseguito studi specifici, che sono depositari di una grande esperienza e tradizione, che hanno intrapreso attività professionali in un ambiente a volte difficile, se non ostile, è un patrimonio sottovalutato della nazione.

Una formula potrebbe derivare dal rovesciamento del metodo di determinazione del compenso, introducendo una procedura «induttiva», in analogia con l’analisi dei costi dell’Elenco dei Prezzi unitari delle opere di costruzione. I costi di produzione del progetto non sono comprimibili, salvo da chi pone in atto una concorrenza sleale e sottocosto e in questo senso anomala, che distrugge l’equilibrio sociale degli studi d’ingegneria e d’architettura e attua lo sfruttamento della mano d’opera intellettuale.

Introdotto il concetto di costo di produzione minimo della prestazione, si tratterebbe di proibire le antisociali offerte sotto costo – analogamente a come non sono consentiti ribassi sui costi previsti per la sicurezza dei cantieri – e di riconoscere un ragionevole margine economico all’attività professionale, che deriverebbe proprio dalla valutazione della qualità del prodotto offerto. Si eviterebbe così che offerte di progetti perturbate dallo squilibrio tra domanda e offerta, determinino quelle operazioni di dumping, che finiranno per risultare suicide per l’intero settore. Un tal cambio di rotta riporterebbe in luce anche il tema delicatissimo dell’eccesso di ribasso in sede di gara, non avendo dato risultato l’obbligo dell’offerente di giustificare le offerte straordinariamente al ribasso e palesemente sotto costo. Così si potrebbe evitare l’emigrazione dei talenti e favorire l’aggregazione di strutture eccessivamente frazionate, a formarne di nuove più strutturate.

Il punto nodale quindi non è tanto l’equità dei parametri bis, quanto di definire la natura giuridica dell’atto del ribasso d’asta, che quando assume i caratteri di un’offerta inferiore ai costi di produzione della prestazione, produce quegli effetti nefasti sull’intero comparto professionale, oltre che sull’interesse pubblico. Si dovrà stabilire che tale atto, oltre che distorsione di mercato, sleale concorrenza e quindi venire a configurarsi quale «offerta anomala», può costituire una vera e propria «turbativa», considerati gli effetti in termini di contenziosi, connivenze, bassa qualità, aumento dei costi di produzione e d’esercizio, minore durata in efficienza dell’opera, che inevitabilmente determina.




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