Edilizia sostenibile | Tassazione ambientale

Carbon tax, esempi e prospettive del panorama europeo

La «carbon tax» mira alla ridefinizione dei regimi tributari nei Paesi membri attraverso il trasferimento del carico fiscale dal lavoro al consumo energetico.

La «carbon tax», prevista in una delle tre aree del recente disegno di legge sulla delega fiscale approvato dal Consiglio dei ministri, dedicata al riordino della tassazione ambientale e destinata al sistema di finanziamento delle fonti rinnovabili, si inserisce nella logica europea delineata del «Piano 20 20 20», che, oltre a perseguire contemporaneamente tre obiettivi principali (riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, incremento del 20% della quota di energie rinnovabili e soglia del 20% di risparmio energetico da raggiungere entro il 2020), mira alla ridefinizione dei regimi tributari nei Paesi membri attraverso il trasferimento del carico fiscale dal lavoro al consumo energetico.

La nuova tassa non dovrebbe comportare un aumento della pressione fiscale, poiché la delega sarebbe attuata a parità di gettito, in modo da non gravare ulteriormente sul carico fiscale complessivo. Tale revisione porterebbe anche a eliminare la componente tariffaria A3 dalla bolletta energetica, e andrebbe a coprire quei settori che non sono già regolati dal sistema di scambio delle quote emissive, dunque di fatto evitando di sovrapporsi con l’azione dell’Emissions trading scheme (Ets) applicato dal 2005 a impianti superiori ai 20 MW. In pratica si tratterebbe di svolgere una duplice azione, che prevede di colpire da un lato l’utilizzo delle fonti fossili (secondo il principio «chi inquina paga») e sostenere dall’altro l’utilizzo delle rinnovabili, come previsto nella proposta di revisione della normativa sulla tassazione dell’energia (2003/96/Ce) presentata lo scorso anno dalla Commissione Europea, riguardante i settori di trasporti, agricoltura, piccola industria e nuclei familiari. Ai vari Stati dell’Ue viene comunque lasciata la facoltà di esentare da imposte l’energia consumata a livello domestico per fini di riscaldamento, a prescindere dalla fonte energetica utilizzata, ma nello scenario europeo non mancano voci come quella di Avebiom (European biomass association), secondo cui i possibili effetti positivi di una tassa sull’energia che colpisca anche edifici ad alto consumo sono da valutare con attenzione.

Incentivando gli utenti a investire su interventi migliorativi dell’involucro edilizio e degli impianti, all’incremento della prestazione energetica si accompagnerebbe un effettivo aumento del valore di mercato di un immobile. Il tema è ancor più centrale in Italia, che, se da un lato risulta essere il primo Paese europeo per applicazione della certificazione energetica (ca. 900mila attestati rilasciati secondo il Rapporto 2011), dall’altro continua a lamentare una carenza d’informazione e sensibilizzazione riguardo al tema, oltreché di veri e propri tributi ambientali in grado di dare un impulso al rinnovamento del patrimonio edilizio. La «Carbon tax» italiana potrebbe colmare questo vuoto, rivelandosi anche una misura utile a stimolare comportamenti virtuosi da un punto di vista dei consumi energetici.

I precedenti applicativi cui guardare a livello europeo sono già diversi. Quella della Finlandia, che l’ha introdotta nel 1990 e nel 2010 ha raggiunto l’aliquota di 20 euro a tonnellata, rappresenta la prima esperienza a livello mondiale. La Svezia se ne è dotata a partire dal gennaio dell’anno successivo, imponendo una tassa dell’equivalente di circa 100 dollari dell’epoca per tonnellata di petrolio, carbone, gas naturale e altri combustibili inquinanti, aumentati fino a 150 a partire dal 1997. Alle industrie è stato concesso il pagamento in percentuale ridotta al 50% (25% tra il 1993 e il 1997), mentre nel caso di attività a elevato consumo come orticoltura commerciale, manifatture e cartiere è prevista l’esenzione totale. Nei Paesi Bassi è prevista una tassa generale per le emissioni derivanti da tutti i combustibili fossili, con esenzione di quelli utilizzati come materie prime. L’Irlanda ha adottato l’imposta nel 2010, applicandola a tutti i settori non rientranti nell’azione dell’Ets.

Non è ancora possibile, invece, conoscere i modi e i tempi in cui si concretizzerà la carbon tax italiana, la cui entrata in vigore non sarà comunque immediata, poiché le disposizioni in materia di fiscalità ambientale saranno coordinate con la data di recepimento a livello europeo della direttiva 2003/96/Ec, prevista per il 2013. Oltreché inevitabilmente influenzato dal dibattito a livello comunitario, lo scenario nazionale sarà connesso anche ad altri provvedimenti come i due schemi di decreto recentemente varati dal ministero dello Sviluppo economico insieme a quelli dell’Ambiente e delle Politiche agricole e forestali, rispettivamente per il Quinto conto energia e le rinnovabili non fotovoltaiche.

La road map italiana

La transizione verso un’economia sempre meno legata a combustibili fossili passa da un «Piano nazionale per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e degli altri gas serra», una sorta di road map italiana, legata agli obblighi europei e alla strategia Ue verso il 2050, che il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha presentato al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). Oltre all’introduzione della carbon tax, con esclusione dei settori industriali già obbligati all’acquisto dei permessi di emissione dall’Emission Trading, il piano fissa le tappe intermedie della riduzione di anidride carbonica del 25% entro il 2020, del 40% entro il 2030, del 60% entro il 2040 e dell’80% entro il 2050.

Presentate in forma di delibera e illustrate dal ministro nel corso della riunione del Major economy forum a Roma, le altre misure prevedono: l’istituzione presso il ministero dell’Ambiente di un catalogo di tecnologie, sistemi e prodotti orientato a favorire la decarbonizzazione dell’economia nazionale; lo sviluppo di una filiera italiana delle tecnologie ecosostenibili, con attenzione particolare al solare, alla geotermia e ai biocombustibili di seconda e terza generazione; la diffusione di sistemi ad alta efficienza per la generazione di energia elettrica, calore e raffrescamento estivo, connessi tramite smart grids (reti intelligenti); sistemi avanzati per l’efficientamento energetico in tutti i settori dell’economia; la generazione distribuita e lo sviluppo di reti intelligenti per «smart cities»; promozione dell’eco-efficienza in edilizia, tanto nella realizzazione di nuovi edifici che nella ristrutturazione dell’esistente, a partire dal pubblico; progressivo spostamento delle modalità di trasporto merci dalla strada alla ferrovia, con l’obiettivo di rendere quest’ultima più competitiva del trasporto aereo nelle tratte nazionali; valorizzazione energetica dei rifiuti; eco-edilizia e prolungamento fino al 2020 del credito di imposta (55%) per investimenti finalizzati a ridurre la dipendenza dal carbonio nell’economia; gestione del patrimonio forestale e dei suoli agricoli per la cattura dell’anidride carbonica, la produzione di biomasse e di biocombustibili.

Sempre secondo il Piano nazionale, i proventi della carbon tax e della vendita dei permessi di emissione di anidride carbonica verranno utilizzati per sostenere gli investimenti sia pubblici che privati nella riduzione dell’intensità di carbonio dell’economia.
Matteo Ferrario 




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