Città e mercati | Gastone Ave, urbanista

Città della salute e trasporti pubblici

Unire i tavoli della programmazione sanitaria e della pianificazione dei trasporti è una esigenza elementare di buona amministrazione locale. Il fatto che sanità e trasporti locali dipendano da centri decisionali pubblici diversi è un ostacolo superabile se si pone come fine la qualità del servizio al cittadino.

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Sanità e trasporti pubblici dovrebbero essere pianificati insieme, ma dalle esperienze recenti delle città italiane ciò non avviene spesso.
Città e regioni devono riorganizzare il sistema sanitario per il contenimento dei costi, come richiesto dal governo centrale, ed hanno avviato nell’ultimo decennio numerosi progetti per delocalizzare gli ospedali principali.
Da questi casi si può imparare, se si vuole, a non commettere un errore ricorrente: fare la programmazione del sistema sanitario su un tavolo e pianificare il territorio e i trasporti pubblici su un altro tavolo. Vediamo alcuni esempi.

A Perugia si era partiti nel migliore dei modi. La chiusura dello storico policlinico Monteluce avvenuta nel 2006 era stata programmata insieme dal Sindaco Locchi del Comune e dal Presidente Lorenzetti della Regione che dal 2001 avevano predisposto un piano con largo anticipo per un trasferimento in una nuova struttura in zona esterna alla città.
Si è lavorato in modo coordinato per creare la cittadella sanitaria dell’Umbria, un’opera all’avanguardia.
L’area del vecchio ospedale, demolito, è stata conferita al primo fondo immobiliare ad apporto pubblico italiano, il fondo immobiliare Umbria comparto Monteluce.
I finanziamenti ottenuti dalla vecchia area sono confluiti per creare il nuovo Polo Unico Ospedaliero Universitario di Perugia, che unisce il nuovo ospedale Santa Maria con la Facoltà di Medicina e Chirurgia, anch’essa trasferita.

La necessità di collegare il nuovo ospedale alla rete dei trasporti pubblici era ben presente al Comune che aveva avviato il progetto del Minimetrò, un sistema innovativo che prevedeva 10 linee da integrare con il sistema ferroviario locale e con la rete degli autobus.
La linea 1 del Minimetrò è stata inaugurata nel 2009 ma il cambio di direzione politica delle amministrazioni pubbliche locali ha bloccato lo sviluppo delle altre linee.
L’operazione del fondo immobiliare Umbria sull’area Monteluce, che ha reso possibile il finanziamento del nuovo polo ospedaliero, era partita solo perché il nuovo sviluppo immobiliare sarebbe stato servito dal Minimetrò.
Con lo stop allo sviluppo del Minimetrò di integrazione con i trasporti pubblici non si parla più. Il nuovo polo ospedaliero visto dall’alto sembra un’isola che emerge da un mare di automobili, unico mezzo per raggiungere l’ospedale.

Foto aerea del nuovo ospedale di Perugia.

Foto aerea del nuovo ospedale di Perugia.

A Modena il nuovo Ospedale Civile S. Agostino-Estense, situato a Baggiovara a 7 km dalla città, è stato inaugurato nel giugno 2005 dopo 12 anni di lavori.
Secondo la Ausl di Modena il nuovo ospedale «è facilmente raggiungibile dalla città e dalla provincia, sia con mezzi pubblici (autobus urbani ed extraurbani, treno Modena-Sassuolo) che privati».
In realtà esiste una sola linea urbana che va dalla stazione ferroviaria all’ospedale con 3 corse ogni ora, oltre a una linea extraurbana che ferma a ben 500 metri dall’ospedale. Anche qui grandi parcheggi a raso ed effetto da centro commerciale americano assicurato.

A Ferrara si è fatto anche di peggio con lo spostamento del centrale Ospedale S. Anna nella frazione di Cona, a 12 km dalla città. L’inaugurazione, nel 2012, è la conclusione di un iter durato quasi 20 anni.
Ma una localizzazione così esterna dal punto di vista urbanistico non ha alcun senso. Per giunta si sono scelti terreni instabili che hanno fatto lievitare i costi di progettazione e costruzione.
L’operazione è nata da vecchie logiche di valorizzazione e speculazione fondiaria che, in fin dei conti, sono quelle che hanno ispirato la maggior parte delle operazioni di delocalizzazione ospedaliera in Italia.

A Padova il nuovo policlinico universitario era prevista fino al 2014 su terreni esterni a Est della città, in via Corrado, centrando in pieno un sito archeologico censito dalla Sovrintendenza con decreto di vincolo, e anche qui con criticità idrauliche.
Ad oggi sembra che una tale scelta sia stata scongiurata a favore di una nuovo sito sempre esterno ma almeno per metà già di proprietà comunale. A Torino il progetto della cittadella sanitaria andrebbe di pari passo con la chiusura di ospedali di eccellenza in area urbana, tra questi l’Oftalmico di Torino che ha una localizzazione perfetta per i trasporti pubblici.

Sono solo alcuni dei tanti esempi in cui la programmazione di nuovi ospedali è tenuta separata dalla pianificazione dei trasporti pubblici. Unire i tavoli della programmazione sanitaria e della pianificazione dei trasporti è una esigenza elementare di buona amministrazione locale.
Il fatto che sanità e trasporti locali dipendano da centri decisionali pubblici diversi è un ostacolo superabile se si pone come fine la qualità del servizio al cittadino. Gli strumenti tecnici ci sono (conferenza dei servizi, piani strategici urbani ecc.) e gli amministratori pubblici sono pagati per metterli in campo.




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