Città e mercati | Gastone Ave, urbanista

Città intelligenti, retorica pericolosa

I programmi elettorali per le elezioni delle regione Emilia-Romagna svoltesi nel novembre 2014 sono un esempio da non seguire. Il tema della città del futuro in chiave smart è stato un ingrediente usato e abusato da tutti i candidati.

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Quella delle città intelligenti (le cosiddette «smart cities») appare come l’ennesima moda retorica urbana che attrae soprattutto i meno esperti. Prima o poi passerà, lasciando dietro di sé innumerevoli macerie sia di progetti mai arrivati al dunque, che di opportunità concrete perse mentre si correva dietro a illusioni.
I programmi elettorali per le elezioni delle regione Emilia-Romagna svoltesi nel novembre 2014 sono un esempio da non seguire. Il tema della città del futuro in chiave smart è stato un ingrediente usato e abusato da tutti i candidati.
Nessuno ha fatto meglio, si fa per dire, di un candidato del PD, che ha messo nel suo programma nientedimeno che la realizzazione di una smart city senza soluzione di continuità da Rimini fino a Piacenza lunga la via Emilia. Fare la smart city più lunga del mondo non è male come promessa elettorale. Basta non chiedersi cosa significhi in concreto.

Una tecnica nota e sperimentata da tempo, ma ciò nondimeno ancora efficace, per identificare se in un dato testo c’è un qualche contenuto informativo o, al contrario, solo aria fritta, consiste nel girare all’opposto le frasi in esame.
Se applicato ai progetti che propongono le smart cities il risultato è quasi sempre disarmante: nessuno si sognerebbe mai di affermare il contrario di quanto indicato, spesso in modo confuso e con un mix di termini italiani e inglesi. Per esempio, nel citato programma del candidato alla presidenza della regione Emilia-Romagna si propone con forza lo sviluppo di una «innovativa Smart City a scala regionale».
Viene da chiedersi se si potrebbe mai sviluppare una smart city a scala regionale non innovativa. Sempre secondo tale programma, una smart city a scala regionale darebbe a «ciascuna comunità la possibilità di cooperare e competere con gli altri in un ambito vasto» perché integrerebbe i servizi di trasporto e i servizi ai cittadini. Qui basta chiedersi se qualcuno potrebbe mai proporre di non integrare i servizi citati e ancora meglio se già oggi le comunità di questa futuribile e fantomatica smart city regionale non cooperano e competono tra loro regolarmente ogni giorno, pur ignorando di essere candidate a un radioso futuro garantito dalla smart city regionale.

Nel programma si invoca poi la diffusione della immancabile banda langa a cui dovrebbero essere collegati entro 5 anni gli edifici scolastici. Resta però difficile trovare candidati che propongono di diminuire l’accesso a internet delle scuole nei prossimi 5 anni o in qualunque altro lasso temporale.
Una smart city lungo tutta la via Emilia sarebbe infine, secondo la proposta, la chiave per valorizzare «le specificità (turismo, produzione agricola, ecc.) della fascia agricola e della fascia di pianura, offrendo poi a tutto il territorio l’accesso alle opportunità».
Qui la retorica della smart city raggiunge il suo apice dato che il linguaggio usato è di una genericità così totale da fare arrendere chiunque volesse trovare un contenuto informativo qualsiasi.

Una smart city lunga 280 km, tanta è la distanza tra Rimini e Piacenza, non si è ancora vista sulla faccia della terra. Proporla in un programma elettorale di carattere regionale ha il sapore più della battuta a effetto che di una cosa seria e realizzabile, anche solo in parte, nell’ambito temporale di un mandato di governo regionale.
Ma l’errore di fondo è dare tanto spazio da parte dei candidati ad amministrare la cosa pubblica alla retorica della smart city, termine ambiguo che andrebbe lasciato nel cassetto e sostituito con indirizzi e progetti concreti.
Se si passa al Sud la situazione cambia poco. Per esempio, la campagna elettorale dello scorso ottobre per l’amministrazione comunale di Reggio Calabria è avvenuta in un confronto elettorale che, quanto a messaggi e programmi per la città, ha mostrato di non avere nulla da invidiare alla genericità e al populismo delle proposte di riassetto territoriale che hanno contraddistinto il dibattito elettorale in Emilia-Romagna dello scorso autunno.

L’elezione a sindaco di Reggio Calabria del giovane Giuseppe Falcomatà, figlio del tre volte sindaco Italo Falcomatà deceduto nel 2001, ha posto termine a due anni di commissariamento.
Questo è un primo risultato positivo. Vista la sua storia, ci sono le premesse che potrebbero finalmente rendere Reggio Calabria non tanto più smart, con tutta l’ambiguità che il termine comporta, quanto una città più normale.
Basterebbe, per esempio, che l’acquedotto funzionasse e che dai rubinetti uscisse acqua potabile, non semi salmastra, anche ai piani alti. Accanto a questo, si potrebbe passare a cose più impegnative come fare rispettare la zona a traffico limitato, fare pagare le multe, o addirittura abbattere gli edifici abusivi.
L’abuso del termine smart city è così pervasivo da fare dubitare che possa terminare in breve tempo. Quel che è certo è che la retorica della smart city può fare ancora molti danni alle amministrazioni locali.

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