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Conferenza di servizi, la Corte Costituzionale mette i paletti

La Corte Costituzionale procede a un’attenta disamina della conferenza di servizi partendo dal presupposto che la stessa ha finalità di semplificazione di procedimenti amministrativi particolarmente complessi perché implicanti una valutazione contestuale dei vari interessi pubblici di competenza di diverse amministrazioni.

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Massimo Ghiloni consulente urbanistico

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 179/2012 ha colto l’occasione per fare il punto sulla semplificazione amministrativa, con particolare riferimento alla conferenza di servizi.
La Consulta parte da una premessa necessaria ossia che il legislatore statale nel perseguire l’obiettivo della semplificazione amministrativa deve tener conto dell’impossibilità di trattare in materia unitaria una categoria eterogenea quale quella delle semplificazioni amministrative incidenti sulle imprese operanti nei diversi settori, molti dei quali di competenza regionale. Né è sufficiente un richiamo generico alla tutela della concorrenza ai fini dello sviluppo.È invece ritenuto corretto il ricorso a intese e accordi tra Stato e Regioni ai fini della semplificazione degli oneri burocratici a carico delle imprese nelle materia di competenza regionale, individuando anche le migliori pratiche e i conseguenti risultati delle iniziative sperimentali adottate dalle Regioni e dagli enti locali.

Fissati questi paletti nel rapporto Stato e Regioni, la Corte incentra la propria attenzione sull’art. 49, comma 3, lett. b) del dl n. 78/2010, il quale disciplina il superamento del dissenso espresso dalle amministrazioni preposte alla tutela di interessi sensibili in sede di conferenza di servizi. La citata disposizione prevede che nel caso di dissenso la questione è rimessa dall’amministrazione procedente alla deliberazione del Consiglio dei Ministri che si pronuncia entro sessanta giorni previa intesa con le Regioni interessate in caso di dissenso tra amministrazione statale e regionale, ovvero previa intesa con la Regione e gli enti locali interessati in caso di dissenso tra un’amministrazione statale o regionale e uno o più enti locali.

Se l’intesa non è raggiunta entro trenta giorni la deliberazione del Consiglio dei ministri può essere comunque adottata in esercizio del proprio potere sostitutivo in caso di materia di competenza regionale. Prima di entrare nel merito della questione sollevata, la Corte Costituzionale procede a una attenta disamina della conferenza di servizi partendo dal presupposto che la stessa ha finalità di semplificazione di procedimenti amministrativi particolarmente complessi perché implicanti una valutazione contestuale dei vari interessi pubblici di competenza di diverse amministrazioni, così da agevolare la conclusione e la razionalizzazione del procedimento.

Come annotazione alla sentenza si deve ricordare che il legislatore della legge 241 del 1990 ha inteso ovviare al sistema basato sulla peregrinazione itinerante del soggetto interessato per acquisire i diversi assensi bussando agli uffici competenti per poi aspettare a tempo indeterminato le relative decisioni: nel contempo si è ritenuto che un esame congiunto da parte delle amministrazioni potesse risolvere «seduta stante» eventuali adeguamenti a seguito delle prescrizioni dettate secondo un modello di contemperamento e sintesi delle diverse esigenze degne di tutela.

La stessa Consulta chiarisce che ciò non comporta alcuna modificazione o sottrazione delle competenze né intende eliminare uno o più atti del procedimento, ma realizza il principio di buon andamento previsto dalla Costituzione mediante il coordinamento e la mediazione degli interessi in gioco che individui l’interesse pubblico prevalente attraverso il contemperamento fra necessità della concentrazione di funzioni in un’istanza unitaria e le esigenze connesse alla distribuzione delle competenze fra enti diversi senza attenuazione delle rispettive attribuzioni. In proposito, però, la Corte avrebbe potuto prendere in considerazione le varie modifiche che si sono succedute nel tempo all’originaria impostazione della l. 241/1990, tra le quali vanno sottolineate quelle relative al sistema delle decisioni, in quanto si era partiti dall’unanimità assoluta per poi passare al criterio maggioritario e per finire alla decisione del responsabile del procedimento sulla base dei pronunciamenti espressi in sede di conferenza.

Tornando alla disciplina del dissenso oggetto della controversia, la Corte sottolinea che l’esigenza unitaria legittima l’intervento del legislatore statale anche in ordine alla disciplina di procedimenti complessi estranei alla sfera di competenza esclusiva statale affidati alla conferenza di servizi. Da ciò, però, non discende che anche il superamento del dissenso all’interno di esso sia riconducibile a una materia di competenza statale esclusiva, tenuto conto della varietà dei settori coinvolti, molti dei quali relativi anche a competenze regionali. Il soddisfacimento dell’esigenza unitaria giustifica, pertanto, l’attrazione allo Stato, per ragioni di sussidiarietà, della regolamentazione nelle materie di competenza regionale, ma ciò deve obbedire alle condizioni della presenza di adeguati strumenti di coinvolgimento delle Regioni attraverso vere e proprie intese «in senso forte», ossia di atti a struttura necessariamente bilaterale, come tali non superabili con decisione unilaterale di una delle parti.

La Corte ritiene, perciò, che siano necessarie idonee procedure per consentire reiterate trattative volte a superare le divergenze e solo nell’ipotesi di ulteriore esito negativo di tali procedure può essere rimessa al Governo una decisione unilaterale. Da ciò discende l’illegittimità costituzionale dell’art. 49 comma 3 lett. b) del dl n. 78/2010 per la sua drastica previsione. Speriamo, però, che ciò non dia nuova linfa ai poteri interdittivi fini a se stessi.

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