Aitec | Assemblea annuale

Consumi di cemento in forte calo nel 2012

Volumi dimezzati in sette anni, per il 2013 stimato uno scenario di ulteriore arretramento. Questo il quadro di sintesi emerso nel corso dell’Assemblea annuale dell’associazione di rappresentanza dell’industria del cemento.

La crisi economica ha avuto impatto sull’industria del cemento più che su qualunque altro comparto: in Italia nel 2012 il decremento della produzione è stato di oltre un quinto ed ha portato così a dimezzare complessivamente i volumi nell’arco degli ultimi sette anni, in linea con l’andamento fortemente negativo del comparto delle costruzioni.
Uno scenario drammatico, a fronte del quale la filiera del cemento e del calcestruzzo lancia alle istituzioni un appello per l’adozione di politiche industriali strutturali in grado di far ripartire gli investimenti in edilizia e infrastrutture.
È questo il quadro di sintesi emerso a Roma dall’Assemblea pubblica annuale di Aitec, l’Associazione Italiana Tecnico Economica del Cemento, che ha messo a confronto mondo dell’imprenditoria, istituzioni ed esperti settoriali nel corso del convegno «Edilizia e infrastrutture: opportunità di rilancio per il Paese».
Dai dati della Relazione Annuale di Aitec emerge che nel 2012 la produzione di cemento in Italia si è ridotta drasticamente, con un calo pari al 20,8% rispetto al 2011, attestandosi a 26,2 milioni di tonnellate. Anche i consumi di cemento hanno registrato una riduzione del 22,1% nell’anno, arrivando a perdere il 45% circa rispetto al massimo raggiunto nel 2006.
Le prospettive per il 2013 permangono critiche, con l’attesa di un ulteriore forte calo dei consumi intorno al 20-25%, dopo che nel primo trimestre 2013 si è già registrato un decremento del 22,4%, e con una situazione di capacità produttiva in eccesso al momento stimata al 40-50%.
Nell’Europa dei 27, dove il calo di domanda e produzione si è attestato intorno al 19%, la Germania mantiene il ruolo di primo produttore, con l’Italia che si conferma al secondo posto. Tra i Paesi più importanti, proprio la Germania e la Francia sono riuscite a contenere più di altri la crisi, con un calo della produzione pari rispettivamente al 3,6% e al 7,3%.
Il peso dell’export è aumentato nel 2012, arrivando a rappresentare una quota del 6,6% delle destinazioni del cemento, ma permane per ragioni strutturali, legate soprattutto all’elevata incidenza del trasporto sul costo finale del prodotto, l’impossibilità di considerarlo uno sbocco per compensare la carenza di domanda interna.
Il settore del calcestruzzo preconfezionato continua a rappresentare il comparto di maggiore rilevanza tra quelli di destinazione del cemento, assorbendo circa il 49% della produzione, ed ha vissuto un anno molto negativo, facendo registrare un calo dei volumi di produzione pari al 22,5%, in linea con gli effetti della crisi sull’intera filiera.
«Il rilancio di edilizia e infrastrutture rappresenterebbe un’opportunità di sviluppo per l’intero Paese, con effetti moltiplicativi su occupazione e investimenti» – ha dichiarato nel suo intervento Alvise Zillo Monte Xillo, Presidente di Aitec. «Non è più rinviabile la decisione di avviare un piano di riqualificazione urbana, ispirato all’efficienza energetica e alla sostenibilità ambientale, in linea con quanto fatto nel resto d’Europa – ha proseguito Zillo – e che possa mettere al centro dell’attenzione il recupero di un patrimonio edilizio italiano, uno dei più vetusti in assoluto».
Proprio il tema del recupero del patrimonio abitativo italiano è oggi al centro delle proposte di Aitec: il 60% degli edifici – pari a 1,5 milioni di unità – è stato costruito prima del 1974, anno di entrata in vigore della prima normativa antisismica e necessita pertanto di messa in sicurezza.
Tale intervento di demolizione e ricostruzione, a impatto zero pertanto in termini di consumo di suolo, consentirebbe circa 10 anni di piena occupazione per il mondo delle costruzioni e il riassorbimento di 600.000 addetti della filiera.
La proposta di Aitec è di concentrare gli interventi sulle aree industriali dismesse e sui quartieri residenziali caratterizzati da una scarsa qualità architettonica e inadeguati rispetto alle attuali normative sismiche, idrogeologiche e di risparmio energetico. Il passaggio dalla demolizione alla ricostruzione può inoltre prevedere forme di reimpiego degli scarti provenienti dalla demolizione, per esempio ricavando dal calcestruzzo armato gli aggregati per i nuovi conglomerati cementizi, limitando in tal modo sia il consumo di materie prime che il ricorso alle discariche.




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