Territorio | Legislazione

Consumo del suolo, dopo il dibattito si cerca la soluzione legislativa

Alcune iniziative legislative parlamentari e regionali dovrebbero rispettivamente stabilire i principi generali e le modalità operative per raggiungere l’obiettivo del consumo zero entro il 2050, come auspicato dall’Unione Europea. Tutto ciò, però, in assenza della riforma statale del governo del territorio che dovrebbe riassumere le esigenze legate alla tutela delle aree agricole con quelle dello sviluppo.

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Massimo Ghiloni | consulente urbanistico

Il tema della riduzione del consumo del suolo (ma sarebbe più giusto parlare di riduzione dell’uso del suolo), dopo essere stato al centro di un intenso dibattito tra gli addetti ai lavori, ha ora trovato la sede appropriata in alcune iniziative legislative parlamentari e regionali che dovrebbero rispettivamente stabilire i principi generali e le modalità operative per raggiungere l’obiettivo del consumo zero entro il 2050, come auspicato dall’Unione Europea.
Tutto ciò, però, in assenza della riforma statale del governo del territorio che dovrebbe riassumere le esigenze legate alla tutela delle aree agricole con quelle dello sviluppo.
Questa condizione è, almeno formalmente, presente nel testo unificato n. 2039 all’esame del Parlamento che s’intitola «Contenimento dell’uso del suolo e riuso del suolo edificato».

Il suolo viene identificato come bene comune anche ai fini della prevenzione e della mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico e il consumo del suolo è ammesso esclusivamente nei casi in cui non esistano alternative consistenti nel riuso delle aree già urbanizzate, da valutare anche in sede di Via, con l’eccezione per le infrastrutture e gli insediamenti produttivi strategici e di preminente interesse nazionale.
Nel contempo la riduzione del consumo del suolo deve essere accompagnata dalla valorizzazione delle attività agricole. Spetta alla Conferenza unificata stabilire la progressiva riduzione del consumo del suolo e la ripartizione in termini quantitativi tra le Regioni della relativa riduzione.

Le regioni stabiliscono i criteri da rispettare nella redazione dei piani comunali. Una decisa azione di sensibilizzazione deve essere svolta dalle Regioni nei confronti dei comuni per orientare le strategie di rigenerazione urbana finalizzate a interventi di riqualificazione urbanistica e di rinnovo urbano, ricorrendo agli strumenti della perequazione, compensazione e premialità, prevedendo anche interventi sostitutivi regionali nei confronti dei comuni inadempienti.
Tutto ciò è accompagnato da divieti di trasformazioni urbanistiche nelle aree agricole non funzionali all’attività agricola e alla realizzazione di opere pubbliche, privilegiando il recupero delle aree dismesse.
Come accade in tutte le leggi di riforma, una particolare attenzione è riservata al regime transitorio, che nel caso del consumo del suolo fa salvi i procedimenti in corso all’entrata in vigore della legge relativi ai titoli abilitativi e ai piani attuativi adottati alla medesima data.

Esaminiamo ora alcune peculiarità delle normative regionali già emanate in materia, che, come al solito, intervengono prima della disciplina statale la quale sconta sempre ritardi e rinvii, fino a quando il problema dell’omogeneità delle scelte operate dalle Regioni non esplode e si tentano interventi a posteriori anche con norme di dettaglio che mettono in discussione le iniziative regionali.

La Regione Lombardia con la legge 31/2014 prevede che: si ha un bilancio ecologico del suolo pari a zero quando la superficie agricola trasformata per la prima volta è compensata dalla contestuale ridestinazione di una superficie urbanizzata e urbanizzabile a superficie agricola; non sono ammesse nuove previsioni di consumo di suolo finché non siano state attuate le previsioni di trasformazione contenute nei piani esistenti; fino all’adeguamento dei piani comunali alle soglie di consumo del suolo sono consentiti solo varianti al piano e piani attuativi in variante che non incidono sullo stesso; sono ammesse addizioni volumetriche per gli edifici industriali; agli interventi di rigenerazione urbana è attribuita priorità nella concessione di finanziamenti regionali e si applicano riduzioni del contributo di costruzione.

La Regione Toscana con la legge 65/2014 definisce in modo puntuale il territorio urbanizzato con il fine di promuovere il riuso e la riqualificazione delle aree urbane degradate o dismesse; in aree esterne al territorio urbanizzato non sono consentite nuove edificazioni residenziali, mentre quelle con destinazione diverse dal residenziale sono assoggettate al parere obbligatorio della conferenza di co-pianificazione di area vasta per valutare soluzioni alternative di riuso di insediamenti esistenti. Sono introdotte semplificazioni procedurali per promuovere il riuso e la riqualificazione.
Il rischio di queste iniziative legislative ai vari livelli istituzionali è che ci si limiti a soddisfare un’esigenza di «norma manifesto» attraverso divieti e limitazioni, rilanciando l’attività agricola anche per evitare il fenomeno di terre incolte non oggetto di manutenzione: tutto ciò indipendentemente dalla teoria degli usi integrati del territorio.

L’aspetto più interessante è la «clausola di salvaguardia» della concreta rigenerazione urbana per contrastare l’uso del suolo, perché altrimenti si premia la rendita degli immobili esistenti per carenza di offerta.
Questa perciò deve essere l’occasione per trovare soluzioni sostanziali per il decollo del rinnovo urbano, che incontra anche la disponibilità degli operatori economici.
In questa sbandierata stagione della politica del fare, si deve passare dalle mere enunciazioni ai fatti concreti.

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