L’intervista | Mauro Grassi, direttore di #italiasicura

«Contro il dissesto abbiamo cambiato marcia»

Monitoraggio delle opere, sblocco dei fondi, programmazione e normative snelle. Questi i punti cardine dell’azione della Struttura di missione del governo contro alluvioni e frane. Settecento i cantieri aperti in otto mesi di attività. Parla il direttore di #italiasicura Mauro Grassi.

Mauro Grassi | direttore della Struttura di missione del governo contro il dissesto idrogeologico.

Mauro Grassi | direttore della Struttura di missione del governo contro il dissesto idrogeologico.

Mauro Grassi – livornese, 64 anni – è il braccio tecnico del presidente Renzi nella battaglia contro il dissesto idrogeologico. Più esattamente, è il direttore della struttura di missione costituita alla presidenza del Consiglio dei ministri. Compito suo è mettere in pratica le indicazioni governative e ordine in un sistema frastagliato e deresponsabilizzato. Tra le numerose cariche ricoperte, Grassi è stato a lungo dirigente della regione Toscana, assessore all’Urbanistica del comune di Livorno, capo segreteria del sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti e, ora, da un anno a questa parte, è il perno centrale dell’operazione governativa che intende mettere uno stop all’emergenza alluvioni e frane del nostro Paese. Un’impresa al limite del possibile. Con lui abbiamo fatto il punto del lavoro svolto in quest’ultimo anno. Ecco cosa ci ha detto.

Immagini di devastazioni dopo gli eventi alluvionali degli anni scorsi a Genova, Aulla, Vernazza in Liguria e in Sardegna (foto del Dipartimento nazionale della protezione civile, del Consiglio nazionale degli ingegneri e del Consiglio nazionale dei geologi).

Immagini di devastazioni dopo gli eventi alluvionali degli anni scorsi a Genova, Aulla, Vernazza in Liguria e in Sardegna (foto del Dipartimento nazionale della protezione civile, del Consiglio nazionale degli ingegneri e del Consiglio nazionale dei geologi).

La struttura di missione è in carica da circa un anno. Qual è stato l’approccio che ha deciso di assumere rispetto alla lotta all’emergenza alluvioni e frane in Italia?
«Di fronte all’emergenza rappresentata dal dissesto idrogeologico di questo Paese, non potevamo conservare lo stesso passo e la stessa velocità utilizzati in Italia negli ultimi 15 anni. Abbiamo cercato, e credo che siamo riusciti nell’intento, di cambiare passo, di dare velocità a un sistema tecnico-istituzionale autoreferenziale e incapace di dialogare con le sue stesse strutture pubbliche».

Aulla.

Aulla.

Cosa avete realizzato, in concreto?
«Abbiamo diviso la nostra azione in quattro grandi blocchi di attività. Il primo rappresentato dalla conoscenza del fenomeno del dissesto idrogeologico nell’arco degli ultimi 15 anni. Ci siamo accorti che, nonostante i numerosi monitoraggi realizzati da diverse istituzioni – ministeri, regioni, Cnr, Banca d’Italia, Ragioneria dello Stato eccetera -, non esisteva un quadro di riferimento unitario. Ciascun soggetto possedeva un pezzo del mosaico, nessuno era però in grado di comporre il quadro di riferimento. Per arrivare a questo risultato, che a giorni chiuderemo, abbiamo impiegato mesi di lavoro, fatti di riunioni, incontri, tavoli con enti e istituzioni che, per la prima volta in assoluto, avevano l’opportunità di conoscersi, parlarsi e confrontarsi. Il lavoro di monitoraggio ci consente ora di affermare che dal 2000 a oggi in Italia sono stati realizzati circa 7mila interventi. A questa cifra vanno aggiunte le opere realizzate con i fondi europei, e si arriva così quota 8mila. Per un totale, sempre nel periodo considerato, di 8-9 miliardi di euro di investimenti realizzati. Non si tratta di cifre enormi, ma il problema vero è un altro: il 30 per cento del totale delle risorse a disposizione era di fatto bloccato. Per vari motivi, ma fermo. Questa è la situazione che abbiamo trovato attraverso l’opera di monitoraggio. Abbiamo così sbloccato lavori per 2,3 miliardi di euro: opere finanziate, ma ferme al palo. Così, negli ultimi otto mesi abbiamo avviato 783 cantieri, per un valore di opere di 1 miliardo e 72 milioni. La prima cosa da fare era, quindi, conoscere l’esatta situazione e, subito dopo, mettere a buon fine i fondi non spesi».

Aulla.

Aulla.

Ci può fare alcuni esempi?
«Il progetto di messa in sicurezza del torrente Bisagno a Genova è stato riavviato grazie alle norme dello «Sblocca Italia», che hanno consentito all’ente appaltante di procedere nonostante l’esistenza di contenziosi amministrativi. Poi, abbiamo operato una forte opera di moral suasion nei confronti di enti, istituzioni, amministrazioni e comitati di cittadini. A tutti abbiamo messo fretta: i casi del torrente Seveso nel nord Milano e del fiume Sarno in Campania sono stati emblematici. La sola presenza del governo, e quindi dello stato, è servita a far decidere e a superare le empasse esistenti. Siamo intervenuti là dove lo Stato era assente. Abbiamo organizzato incontri con le ferrovie, le soprintendenze, il ministero dei Beni culturali e le cose si sono sbloccate».

Secondo punto?
«Il secondo punto – come detto – è consistito nello spendere i fondi assegnati e non spesi».

Vernazza.

Vernazza.

E poi?
«Se i primi due punti riguardavano il passato, la terza nostra mossa è consistita nel mettere a punto una nuova programmazione. Programmare significa anche ricercare le risorse finanziarie per realizzare le opere. Così facendo, oggi possiamo dire che nei prossimi sette anni avremo a disposizione 5 miliardi di euro di fondi europei per lo sviluppo e la coesione, 2,3 miliardi provenienti dallo sblocco delle opere ferme, 1,2 dallo stralcio delle opere destinate alle aree metropolitane e 2, infine, dai fondi di compartecipazione messi a disposizione delle regioni italiane. Per un totale di oltre 10 miliardi di euro in sette anni. Una cifra paragonabile a quella dei 15 anni precedenti. Per le aree metropolitane, a giugno dovrebbero essere finalmente operativi i 600 milioni di euro approvati il 20 febbraio dal Cipe. Purtroppo, stiamo attendendo il via libera della Corte dei conti, che ancora non arriva. Si tratta di fondi che andranno a finanziare interventi nelle aree metropolitane più a rischio: Milano, Genova e Firenze, su tutte. Ma oltre alla programmazione c’è bisogno di una buona progettazione. Con Ispra e le Autorità di bacino abbiamo deciso di mettere mano alle carte di rischio, che devono essere redatte entro la fine dell’anno e che devono essere veritiere».

Sardegna.

Sardegna.

In che senso veritiere?
«Purtroppo, spesso le carte non rappresentano la realtà o, almeno, non è così dappertutto. A Messina, per fare un esempio, il sindaco si è trovato 2,5 milioni di metri cubi edificabili collocati nell’alveo del torrente. Una cosa strana, ma vera. Per questo serve rimettere mano a questi documenti e mettere in rete tutte le informazioni in possesso. E in questo processo, rispetto a problemi così gravi, il governo non può tirarsi fuori. E soprattutto dovevamo impedire che enti e istituzioni andassero ognuno per la propria strada, in base a una malintesa autonomia. Il governo, in rappresentanza dello stato, a questi incontri si presenta unito: struttura di missione, ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente e Protezione civile. Un modo di procedere, il nostro, che ha avuto successo».

Ultimo tassello della strategia?
«Il lavoro sulla normativa di settore. Stiamo lavorando con le commissioni parlamentari pronti a trovare soluzioni a problemi concreti».

Si può dire che con la struttura di missione c’è stato un cambio di marcia?
«Direi proprio di sì. Abbiamo ripreso la palla e l’abbiamo riportata al centro, a Roma, dove si può coordinare il lavoro dei numerosi soggetti. In questa operazione, grazie allo Sblocca Italia, i presidenti di regione, nominati commissari di governo, sono diventati nostri punti di riferimento imprescindibili».

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