Normativa | Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Dal Consiglio di Stato istruzioni per il risarcimento danni da parte della pa

Il Consiglio di Stato ha ammonito con la sentenza n.4968/2013 l’amministrazione a non adottare comportamenti meramente dilatori in quanto immotivati, nonché l’interessato a non assumere una posizione passiva di attesa, bensì a svolgere una tempestiva azione di sollecitazione.Ha dettato le istruzioni per l’uso per conseguire il risarcimento danni per ritardo nel rilascio del titolo abilitativo necessario per realizzare un intervento edilizio.

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Con la sentenza n.4968/2013 il Consiglio di Stato ha, in un certo senso, dettato le istruzioni per l’uso per conseguire il risarcimento danni per ritardo nel rilascio del titolo abilitativo necessario per realizzare un intervento edilizio, chiarendo anche quali obblighi gravano sulla Pa e sul privato.
Sintetizziamo il casus belli molto emblematico: nel febbraio 1989 viene richiesta una concessione edilizia; nel marzo 1989 sono rilasciati i pareri favorevoli da parte degli uffici competenti comunali; nel luglio 1989 la commissione edilizia rinvia, senza comunicarlo all’interessato, l’esame della richiesta per supplementi di indagine, in assenza successiva attività istruttoria; nel dicembre 1989 viene adottata una variante al Prg; solo a seguito di un sollecito dell’interessato; nell’aprile 1992 viene comunicata l’impossibilità al rilascio della concessione a causa dell’applicazione delle misure di salvaguardia; nel giugno 1992 viene approvata la variante, con deroga per le istanze presentate prima del dicembre 1989; nel giugno 1996 l’interessato sollecita il rilascio del titolo; nel novembre 1996 viene rilasciata la concessione edilizia, ossia dopo più di sette anni dalla richiesta!
Questo percorso temporale dimostra l’impermeabilità ai ripetuti snellimenti procedurali succedutisi negli anni per conseguire l’efficienza dell’azione amministrativa.  Tornando alla decisione, il Consiglio di Stato ritiene, anzitutto, che sussistano le condizioni per giudicare la fattispecie come evento dannoso conseguente al comportamento omissivo dell’amministrazione non conforme alla legge, in quanto, ai sensi della l. n. 241/1990, la stessa non può aggravare il procedimento se non per straordinarie e motivata esigenze imposte dall’attività istruttoria; ne discende che devono essere considerati illegittimi gli atti che rinviano a tempo indeterminato il doveroso esercizio della funzione amministrativa, arrecando un pregiudizio all’interessato a causa della violazione del termine fissato dalla legge per comunicare la determinazione dell’amministrazione.
Degna di particolare nota è la specificazione dei giudici in merito alla mancata impugnazione del silenzio rifiuto alla scadenza del termine previsto dalla legge urbanistica: il silenzio è un provvedimento fittizio che attribuisce al privato la facoltà di opporsi all’inerzia dell’amministrazione, fermo restando che la formazione dello stesso non consuma il potere-dovere dell’amministrazione di provvedere sulla domanda.
Ne discende che la mancata impugnazione del silenzio non è preclusiva, ma ha incidenza soltanto sull’eventuale sussistenza del danno e sulla sua concreta determinazione.
Con particolare riferimento al parere della commissione edilizia i giudici censurano che non siano state esplicitate le ragioni di un approfondimento, quali ulteriori indagini dovessero essere svolte, tanto più che non sono state richieste integrazioni documentali o chiarimenti all’interessato, con conseguente arresto dell’istruttoria a causa della sopravvenuta adozione della variante, fatto questo che non avrebbe avuto rilievo nel caso fossero stati rispettati i tempi amministrativi.
Il tutto con difetto di comunicazione all’interessato delle varie interruzioni. Inoltre, anche dopo l’approvazione della variante, che faceva salva la fattispecie in esame,l’amministrazione è rimasta inerte motivando che aspettava una richiesta di sollecito da parte dell’interessato. Le predette violazioni di legge sono, perciò, da ascrivere a grave negligenza e imperizia degli uffici complessivamente considerati e non è possibile invocare errori scusabili collegati alla complessità dei fatti o a incertezze normative o prassi consolidate degli uffici da considerarsi illegittime.
I giudici si sono, però, interessati anche delle conseguenze dei comportamenti tenuti dai privati nel corso del procedimento.
Relativamente alla mancata impugnazione del silenzio rifiuto e ai solleciti attivati dopo diversi anni per il rilascio del titolo, i giudici ritengono che questi comportamenti non possono trovare una giustificazione, in quanto se attivati tempestivamente avrebbero limitato considerevolmente il ritardo nel rilascio del titolo abilitativo.
In ragione di tutto ciò il Consiglio di Stato ritiene di fissare in via equitativa il risarcimento danni nella misura del 50%. In ordine alla quantificazione del danno gli elementi da prendere in considerazione sono i maggiori oneri contributivi per variazioni intervenute medio tempore, l’aumento dei costi di costruzione, i mancati ricavi, mentre non può essere riconosciuto un generico danno alla reputazione e all’immagine dell’imprenditore, con particolare riferimento alla sua capacità, professionalità e moralità.
Alla fine è stato riconosciuto un risarcimento effettivo di euro 293.998,29, soggetto a rivalutazione monetaria e alla corresponsione degli interessi legali dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso.
Il Consiglio di Stato ha, perciò, ammonito l’amministrazione a non adottare comportamenti meramente dilatori in quanto immotivati, nonché l’interessato a non assumere una posizione passiva di attesa, bensì a svolgere una tempestiva azione di sollecitazione.

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