Geologia dell’Ambiente | Carlo Malgarotto, geologo

È necessario un ampio e coraggioso programma di presidio e difesa del territorio

La visione «ingegneristica» della difesa del suolo ha ormai fatto il suo tempo, muri in calcestruzzo e argini non hanno senso se non inseriti in un piano a più ampio respiro, che consideri anche le interazioni tra frane e corsi d’acqua e che riesca quindi a individuare le criticità in maniera più efficace e permetta di prevenirne i danni.

Sconforto, rabbia, amarezza, queste alcune sensazioni provate al ripetersi dell’ennesimo episodio di dissesto che ha interessato la provincia della Spezia. C’è sempre quella fastidiosa sensazione d’impotenza che ti rode dentro, che si acuisce quando a colpire il territorio è un terremoto come quelli dell’Aquila e dell’Emilia Romagna.

Certo, il primo istinto è sempre quello di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, nella lunga serie di alluvioni che ha colpito il territorio negli ultimi anni i geologi sono sempre stati pronti a dare il loro contributo volontario in fase di emergenza. Ora ci stiamo organizzando per renderlo ancora più efficace, sia tramite una convenzione con il Dipartimento di Protezione Civile per emergenze di importanza nazionale, sia tramite la fondazione di un’associazione di volontariato dei geologi della Liguria per poter intervenire nelle emergenze locali. I geologi, quali studiosi delle Scienze della Terra, ben conoscono i fenomeni che portano al disfacimento delle catene montuose, di quei processi geologici che sono in grado di creare prima catene come l’Himalaya e poi di smantellarle completamente fino a renderle una pianura.

Solamente guardando i nostri versanti, le nostre colline, con una visione che colga anche il fattore tempo si riescono a capire e quindi a prevenire le modalità del dissesto. In questo contesto s’inseriscono i fenomeni che hanno interessato molte aree d’Italia, con la risposta del territorio a piogge molto intense e concentrate, con il terreno non in grado di recepire l’enorme quantità d’acqua e dando luogo a quei fenomeni franosi tipo colata rapida che tanti danni e tanti lutti portano in funzione della loro velocità e potenza.

La recente frana sulla via dell’Amore alle Cinque Terre, è avvenuta in un contesto solo parzialmente diverso, non essendo l’acqua il fattore scatenante. Una porzione di roccia si è via via staccata dalla parete, generalmente in questi casi ci sono varie azioni su una frattura preesistente fino a che arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso, che può essere anche solo il cambio stagionale della temperatura. Infatti, è buona prassi anche nelle vicine cave di marmo di Carrara, fare la «pulizia » stagionale dei versanti a marzo e settembre in corrispondenza dei cambi di stagione. Ormai il tanto invocato cambio culturale, del passaggio dalla cultura dell’emergenza a quello della prevenzione, deve necessariamente avvenire.

Come possiamo parlare di crescita economica e sociale se il terreno ci scappa fisicamente da sotto i piedi o ci cade in testa? Ma il passaggio deve comprendere anche la consapevolezza che la manutenzione del territorio, primo grande passo della prevenzione, è una straordinaria occasione di crescita, di possibilità di impiego per tanti giovani in un periodo di crisi come l’attuale. Deve quindi cambiare il panorama del territorio italiano, rivedendo finalmente l’opera dell’uomo in quelle che ora sono terre incolte, non tramite iniziative isolate, ma con un ampio e coraggioso programma di presidio del territorio, sia in ambito agricolo che forestale, con il contributo di tecnici preparati che sappiano guidare la ripresa. La visione «ingegneristica» della difesa del suolo ha ormai fatto il suo tempo, muri in calcestruzzo e argini non hanno senso se non inseriti in un piano a più ampio respiro, che consideri anche le interazioni tra frane e corsi d’acqua e che riesca quindi a individuare le criticità in maniera più efficace e permetta di prevenirne i danni. Non sono necessarie chissà quali risorse per cominciare a effettuare una buona manutenzione del territorio, serve prima di tutto la volontà politica di dare la precedenza alla sicurezza del territorio, così come ricordava il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella sua recente visita a Vernazza.

Cosa fare quindi, oltre alla manutenzione? Ricordiamo che è la conoscenza approfondita del territorio la base di partenza, principio sancito anche dalla legge sulla difesa del suolo 183/89, per arrivare a una pianificazione sostenibile dal punto di vista del rischio idrogeologico. Il cammino indicato da questa legge purtroppo non è stato ancora portato a termine, e il «congelamento» delle Autorità di Bacino nel 2006 in attesa di istituire i Distretti che non decollano, sta mettendo in seria crisi tutto il sistema, non avendo le Autorità di Bacino la possibilità di rinnovare conoscenze e Piani. Urge quindi una legge di governo del territorio, che definisca tutta la filiera delle competenze e permetta una gestione dinamica e sostenibile del territorio stesso. In conclusione, non possiamo più permetterci di non affrontare il problema, le soluzioni volendo ci sono… chiamateci prima.

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