Sostenibilità | Riduzione del fenomeni di rischio

Gestione del consumo delle acque

Ridurre il consumo d’acqua potabile e i fenomeni di rischio idraulico sono gli obiettivi dichiarati di una buona politica ambientale. Ma le normative e i regolamenti edilizi attenti all’uso delle risorse idriche tardano ad affermarsi. Ecco cosa servirebbe fare.

Gestire in modo sostenibile le acque delle nostre città e delle nostre abitazioni non può essere un’operazione delegata solo ai gestori dei servizi idrici integrati e neppure alla buona volontà dei cittadini e dei proprietari e conduttori delle nostre abitazioni, ma è un impegno più complessivo, che passa attraverso il modo di progettare le città e gli edifici. In questo compito, le norme urbanistiche e le regole edilizie hanno un ruolo fondamentale, così come importante è il compito dei progettisti e dei costruttori.

KRONSBERG (HANNOVER)

Gli obiettivi, sia di norme e regolamenti sia dei soggetti coinvolti, sono comuni: primo, ridurre il consumo d’acqua potabile, favorendo il ricorso ad acque non potabili (di pioggia o depurate) per gli usi che non richiedono acque potabili; secondo, ridurre i problemi legati alla gestione urbana delle acque di pioggia (rischio idraulico, sfiori, malfunzionamenti dei sistemi depurativi in tempo di pioggia), riducendo l’impermeabilizzazione o aumentando la capacità di laminazione diffusa sul territorio, per evitare l’immissione delle acque bianche nella rete fognaria. Ma vi sono anche altri motivi, meno noti, per cui in città sarebbe buona cosa ripensare la gestione complessiva delle acque. In primo luogo, il fatto che la riduzione dei consumi idrici avrebbe un effetto positivo sulla riduzione dei carichi inquinanti (oggi gran parte dei depuratori italiani trattano scarichi troppo diluiti) e, poi, il fatto che recenti studi hanno dimostrato che è sempre più necessario recuperare i nutrienti (azoto e fosforo) contenuti nelle acque di scarico per il loro riutilizzo, invece di scaricarli nelle acque superficiali. Raccogliere le acque di pioggia, riusare le acque grigie depurate, creare aree verdi in grado di laminare e trattare gli sfiori delle fognature miste, favorire la raccolta separata e il riuso delle urine nelle grandi utenze (centri commerciali, stadi, stazioni, centri commerciali…) dovrebbero diventare delle pratiche abituali, sia nelle trasformazioni urbane sia nelle nuove realizzazioni. Ma rispetto a questi obiettivi bisogna riconoscere che siamo ancora lontani dal raggiungerli.

Norme e regole: i tre approcci. Per colmare il gap esistente tra la teoria e la pratica corrente del costruire, servirebbero delle regole, non generiche, non necessariamente vincolanti, ma soluzioni «ad hoc» adatte a raggiungere l’obiettivo della migliore gestione possibile in un determinato contesto ambientale. Alcune recenti normative, anche ben concepite, si scontrano con la dura realtà dei fatti. È il caso dell’obbligo, contenuto nel decreto legislativo 152 del 2006, della separazione delle reti bianche dalle reti nere per tutte le nuove costruzioni: un provvedimento che spesso si rivela inutile in quanto le acque separate, in mancanza di un recapito specifico per le acque bianche, vengono riunite immediatamente a valle dell’intervento. Tre sono oggi in Italia gli approcci normativi e regolativi (tra di loro integrabili) che si utilizzano per la gestione delle acque: prescrittivo, incentivante-disincentivante; prestazionale. L’approccio prescrittivo è quello tradizionale e obbliga all’adozione di alcune tecniche in caso di nuove costruzioni o ristrutturazioni. Il secondo approccio, non si basa sugli obblighi, ma favorisce l’uso di determinate tecniche con sgravi su oneri, imposte o premi volumetrici. L’ultimo approccio riguarda la prestazione ambientale degli edifici, con soluzioni che portano a una sorta di certificazione dell’edificio, che è volontaria ma è riconosciuta dalle istituzioni o dal mercato (sono tali le certificazioni dell’internazionale Leed – Leadership in energy and environmental desig – e dell’italiano Protocollo Itaca).

TETTO VERDE

TETTO VERDE

L’approccio prescrittivo. È il classico approccio del «comando e controllo». È il più semplice dal punto di vista tecnico-normativo. Non è però un sistema flessibile e mal si adatta ai differenti contesti ambientali. All’interno di questo quadro di riferimento si collocano alcune delle esperienze più significative, quali quelle della provincia di Brindisi e dei comuni di Carugate, in provincia di Milano, e di Montepulciano, in provincia di Siena. Interessante, tra gli ultimi registrati, è il caso del comune di Cividate al Piano, in provincia di Bergamo.

L’approccio incentivante-disincentivante. Si tratta di un approccio che basa la sua riuscita su incentivi e disincentivi – come sconti fiscali, sulle imposte, sugli oneri di urbanizzazione o su aumenti di cubatura – per diffondere le innovazioni tecnologiche ecosostenibili. Va detto che in Italia, a differenza di altri paesi come la Germania, l’approccio basato sugli incentivi trova un ostacolo, oggi quasi insormontabile, nel basso costo delle tariffe idriche. Fatto questo che rende l’investimento tecnologico poco interessante, con conseguenti tempi di ritorno degli investimenti molto lunghi, anche a fronte di incentivi. In altre parole, l’orizzonte temporale non è in grado di condizionare le scelte degli utenti finali. Per esempio, per ridurre gli effetti negativi delle acque di pioggia in ambito urbano sarebbe auspicabile prevedere un «onere di urbanizzazione» aggiuntivo, proporzionale alla superficie urbanizzata, se la destinazione finale delle acque di pioggia sarà la rete fognaria. È una misura che integra altre norme esistenti, che vengono già utilizzate in alcuni piani di bacino o territoriali, finalizzate a garantire la cosiddetta «invarianza idraulica». Norme che prevedono la necessità di compensare, con opportuni volumi di laminazione, il maggior deflusso dovuto all’impermeabilizzazione. L’onere di urbanizzazione aggiuntivo è legato alla copertura dei costi necessari a far fronte ai problemi derivanti dall’immissione in fogna delle acque di pioggia (vasche di pioggia o trattamento degli sfioratori). Un esempio concreto di applicazione del principio per cui le acque bianche non devono essere recapitate in fogna, proviene dalle norme del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Rimini. La normativa, che deve essere recepita da tutti i comuni della provincia nei propri strumenti urbanistici ed edilizi, prevede, per esempio, un costo aggiuntivo per chi scarica le acque di pioggia in fognatura.

L’approccio prestazionale. È un approccio che consiste nell’analisi delle prestazioni energetico-ambientali di un edificio, con un’attribuzione di valori e punteggi che consentono di confrontare le differenti prestazioni. È uno strumento che punta a confrontarsi con le scelte di mercato. Due sono in Italia i sistemi di certificazione di sostenibilità ambientale utilizzati: il Leed (che si basa su standard volontari, che stabiliscono i requisiti per progettare e costruire edifici eco-compatibili; è un vero e proprio sistema di rating, che consente di misurare la sostenibilità) e il Protocollo Itaca (che si fonda sul sistema internazionale di valutazione del Green building challenge; 49 criteri sono raggruppati in 19 categorie, a loro volta aggregate in cinque aree di valutazione: qualità del sito, consumo di risorse, carichi ambientali, qualità ambientale indoor e qualità del servizio). Il limite dei due sistemi, per quanto concerne la gestione sostenibile delle risorse idriche, riguarda l’applicabilità: infatti, l’orizzonte di riferimento è l’edificio o l’unità immobiliare, non la scala urbana o il quartiere.

SCHEMA RIUTILIZZO ACQUE PIOVANE

SCHEMA RIUTILIZZO ACQUE PIOVANE

Ingrandisci l’immagine >>

La situazione in italia. Il polso della situazione circa l’evoluzione della normativa in materia di uso sostenibile delle acque viene ogni anno misurato da Legambiente e dal Cresme, con un’indagine specifica dedicata ai regolamenti edilizi («Rapporto Onre 2013»). Su 1003 regolamenti edilizi vigenti negli ottomila comuni italiani, più della metà (570) inseriscono il tema del risparmio idrico all’interno dei propri regolamenti. 505 di questi prevedono degli obblighi specifici, mentre 15 puntano sugli incentivi. Purtroppo, questa sensibilità è presente, per la quasi totalità dei casi (95%), nel Centro Nord Italia. In testa è la Lombardia (con 239 comuni), poi vengono Toscana (89), Emilia Romagna (82), Piemonte (40), Veneto e Lazio (25), Puglia (11) e via via le altre regioni con numeri sempre più piccoli. Il tema del recupero delle acque piovane è presente in 556 Comuni (per 449 di essi il requisito è obbligatorio). Spesso però il requisito scatta solo se le superficie a verde raggiunge i 100 mq. Per quanto riguarda le acque grigie, sono 199 i Comuni che includono questo tema: per 39 di essi si tratta di requisiti cogenti, in altri 25 casi sono previsti degli incentivi.

Alcuni casi virtuosi. Interessante è l’approccio che sei comuni della provincia di Pisa (Pisa, Calci, Cascina, San Giuliano Terme, Vecchiano, Vicopisano), in modo congiunto e coordinato, hanno seguito per predisporre e approvare i loro regolamenti edilizi, chiamati appunto unificati. Si tratta di un sistema misto, quello varato di recente dai sei consigli comunali, che va dall’approccio prestazionale a quello classico prescrittivo.

A Cividate al Piano, comune della provincia di Bergamo, il regolamento edilizio vigente, per un’equa ripartizione dei costi tra i proprietari e i conduttori di un immobile, prevede l’obbligo della contabilizzazione individuale dei consumi d’acqua potabile. Il provvedimento è obbligatorio per le nuove realizzazioni, mentre diviene tale in caso di rifacimento della rete di distribuzione dell’acqua potabile. In un altro articolo, si rende obbligatoria l’adozione di dispositivi per la regolazione del flusso d’acqua delle cassette di scarico dei servizi igienici, sia per le nuove realizzazioni sia per gli interventi di rifacimento dei bagni.

Al Sud, uno dei migliori esempi proviene dal comune di Contursi Terme, nel salernitano. Il nuovo regolamento edilizio rende obbligatorio il recupero delle acque piovane mediante apposite cisterne, ciò in proporzione alla superficie dell’edificio e per non meno di 50 litri al mq (un obbligo analogo è stato adottato dal comune di Lomagna, in provincia di Lecco, che introduce un risparmio idrico del 30 per cento rispetto al dato stimato di 250 litri per abitante).

A Ravenna, invece, le nuove norme edilizie prevedono che i sistemi di captazione e di accumulo delle acque grigie debbano obbligatoriamente assicurare un recupero delle acque pari almeno al 70 per cento, predisponendo filtri idonei che le rendano adatte agli usi compatibili dell’edificio o al suo esterno.

A Bologna, il regolamento edilizio del 2009 si pone alcuni obiettivi di sostenibilità nell’uso delle risorse idriche, come il riutilizzo delle acque reflue recuperate per usi irrigui, industriali e civili compatibili e la riduzione delle perdite delle reti, attraverso norme di indirizzo e di divieto.

Carugate, comune in provincia di Milano, è stato tra i primi a dotarsi di un regolamento edilizio all’avanguardia, sia per gli usi energetici sia per quelli idrici. Le norme locali prevedono infatti l’installazione obbligatoria di contatori volumetrici individuali per unità immobiliare, la realizzazione per tutti i nuovi edifici (e per quelli di ristrutturazione con rifacimento delle rete idrica) di una rete interna duale, prevedendo l’utilizzo di acqua non potabile per alimentare cassette di scarico dei wc, lavatrici, impianti di riscaldamento centralizzati, irrigazione dei giardini. Nelle abitazioni sono resi obbligatori dispostivi come i frangi getto e i riduttori di portata, così come il riutilizzo delle acque meteoriche delle coperture degli edifici per l’irrigazione del verde pertinenziale, la pulizia dei cortili e anche l’obbligo di dotare il complesso edilizio (o il singolo edificio) di una cisterna per la raccolta delle acque meteoriche (1 mc per ogni 30 mq di copertura).

Il comune di Montepulciano, in provincia di Siena, ha di recente adottato un regolamento che, tra le altre cose, impone per i piani attuativi e i progetti edilizi una stima dei fabbisogni idrici e la predisposizione di un piano per il risparmio idrico. Una norma che si applica per gli interventi edilizi che superano consumi di 10 mila mc. l’anno, la realizzazione di nuove attività turistico-ricettive e di nuovi insediamenti industriali.

Qualcosa di simile è previsto nel regolamento urbanistico edilizio unificato dei dieci comuni dell’Unione Bassa Romagna (Alfonsine, Bagnovacallo, Bagnara di Romagna, Conselice, Cotignola, Fusignano, Lugo, Massa Lombarda, Russi e Sant’Agata di Santerno), tutti in provincia di Ravenna. Un lavoro di squadra che fa ben sperare.

Condividi quest’articolo
Invia il tuo commento

Per favore inserisci il tuo nome

Inserisci il tuo nome

Per favore inserisci un indirizzo e-mail valido

Inserisci un indirizzo e-mail

Per favore inserisci il tuo messaggio

Il Nuovo Cantiere © 2017 Tutti i diritti riservati

Tecniche Nuove Spa | Via Eritrea, 21 – 20157 Milano | Codice fiscale e partita IVA 00753480151