Il commento | Bruno Gabbiani presidente Ala Assoarchitetti

Il costo economico e sociale della burocrazia

È realistico immaginare che il Governo possa saltare l’ostacolo facendosi promotore di un grande progetto di ripresa, che dia lavoro e nuove speranze, aiuti le persone di buona volontà a superare lo scoraggiamento che serpeggia, riporti il Paese sulla via della crescita. La soluzione può essere in un rilancio intelligente dell’edilizia.

Gli ultimi dati della Cgia di Mestre hanno fornito il saldo della complicazione burocratica in Italia: 31 miliardi di costi annui inutili scaricati sulle aziende. Ma è difficile calcolare il vero ammontare dell’emorragia, poiché analogo peso grava sui professionisti e su tutti i contribuenti, che sono contemporaneamente vittime e carnefici di se stessi, in un sistema che funziona male e produce poca ricchezza.

Infatti qualcuno stima che il costo reale sia di 60, altri di 100 miliardi. In ogni caso una somma enorme, che non troverebbe giustificazione nemmeno se l’apparato pubblico fornisse servizi impeccabilmente efficienti, mentre tutti sanno che spesso non sono all’altezza di un Paese progredito.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

E il malfunzionamento è un danno, poiché ogni prodotto del Paese è gravato dall’incidenza dell’eccessivo peso fiscale e dall’incertezza dei tempi di realizzazione d’ogni iniziativa. Una tara che nel perdurare della crisi dell’economia e per quanto ci riguarda più da vicino, delle costruzioni, pone nel Paese una prospettiva d’involuzione dei rapporti sociali, che non potrà che avere pesanti ripercussioni nel prossimo periodo. Alle storiche contrapposizioni tra capitale e lavoro, poteri e diritti civili, destra e sinistra, liberismo e dirigismo, che sono state il combustibile della lotta di classe, s’è ora sostituita una pragmatica suddivisione d’interessi, tra chi produce benessere e chi occupa posizioni in qualche modo non essenziali. Se un tempo il lavoratore dipendente era la controparte del «padrone», oggi imprenditori e lavoratori del primario, del secondario e del terziario, si trovano ad avere il comune interesse di liberarsi di un sistema burocratico che ha raggiunto costi e complessità insopportabili, che mettono a rischio le stesse libertà civili, oltre la tenuta dell’economia del Paese e la sua capacità di competere. Così i nuovi gruppi contrapposti sono costituiti da chi produce ricchezza, non importa se costituita da beni materiali o immateriali, da una parte e da chi amministra e impone le regole pubbliche senza produrre benefici, dall’altra. Una dicotomia che deve trovare presto composizione, per evitare di far saltare la coesione sociale, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero. È infatti diffuso il sentimento che troppe regole e troppi oneri, soprattutto ma non solo fiscali, siano fine a sé stessi e sostanzialmente destinati soltanto a mantenere i privilegi degli addetti a un sistema burocratico che divora nella spesa corrente, l’enorme percentuale del reddito che sottrae a ogni lavoratore contribuente. La politica, nello stato di sfiducia e di debolezza nella quale si trova, pressata anche dai poteri forti della finanza e dei detentori delle rendite, sta impotente nel mezzo di questo pericoloso guado: deve amministrare e quindi non può toccare i poteri dell’apparato burocratico, dal quale dipende quotidianamente, ma deve anche tentare di non uccidere o far fuggire la «gallina dalle uova d’oro» della produzione, che consente a tutti o quasi, di mantenere i propri privilegi, piccoli o grandi che siano. La sensazione è che i limiti siano stati raggiunti, che i tempi per un’inversione di tendenza siano molto stretti e che occorra un nuovo un patto sociale, per ridare unità d’intenti ai contrapposti gruppi d’interessi. Ma è difficile pensare che nello stallo istituzionale che il Paese vive da decenni, sia possibile invertire la rotta con politiche che diano nel breve i necessari risultati. È invece più realistico immaginare che il Governo possa saltare l’ostacolo facendosi promotore di un grande progetto di ripresa, che dia lavoro e nuove speranze, aiuti le persone di buona volontà a superare lo scoraggiamento che serpeggia, riporti il Paese sulla via della crescita. La soluzione, come altre volte in passato, può essere in un rilancio intelligente dell’edilizia, per il quale si sente ormai parlare diffusamente di un grande progetto di semplificazione, finalizzato a migliorare la qualità dell’abitare e dei luoghi di lavoro delle parti di città del XX secolo, che rimetta in moto l’economia nel rispetto dell’ambiente, senza provocare ulteriori sacrifici di territorio non edificato. Ma questo programma, per essere efficace, deve essere integrato con un’idea più forte e risolutiva: deve mettere a frutto anche le case invendute e vuote, che oggi sono un problema tra i più gravi. Occorre una formula che salvi le imprese di costruzioni che le hanno realizzate, con i loro posti di lavoro e le loro professionalità preziose e con ciò eviti la ricaduta di insoluti insostenibili sul sistema bancario che ha finanziato le costruzioni. Ala sta elaborando lo schema di questo progetto, per metterlo al servizio del Governo e del Paese, mentre si pubblicano altre statistiche d’inefficienza: 340 giorni per una Via e 233 per un permesso, col 95% dei Comuni italiani che ha avviato lo sportello Suap nelle modalità previste, ma senza alcuno standard di qualità per l’utenza.

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