Incarichi pubblici | Bruno Gabbiani presidente Ala Assoarchitetti

Il Dm in emanazione introduce i nuovi parametri

Non era pensabile abolire ogni riferimento alle tariffe professionali senza una regola nazionale che rapportasse, a garanzia dell’interesse pubblico, il prezzo delle prestazioni alla complessità e alla qualità dell’opera da realizzare, tenendo alta la qualità e salvaguardando il patrimonio nazionale di risorse umane.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

La Corte dei Conti ha approvato il Dm che fissa nuovi parametri per determinare in fase di bando i compensi professionali per i servizi di progettazione e Dll delle opere pubbliche: così il nuovo sistema si applicherà dal 2014. Implicitamente il Dm sancisce l’inadeguatezza anche culturale del Dm Catricalà-Monti, poi L.134/12 e in particolare del suo articolo 5, «determinazione dei corrispettivi a base di gara per gli affidamenti di contratti di servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria», del quale subito segnalammo la pericolosità.
Non era infatti pensabile abolire e addirittura vietare ogni riferimento alle tariffe professionali, senza aver predisposto una regola nazionale che rapportasse, a garanzia dell’interesse pubblico, il prezzo delle prestazioni alla complessità e alla qualità dell’opera da realizzare. Un interesse pubblico che era e rimane su due livelli, entrambi d’enorme delicatezza: tenere alta la qualità delle trasformazioni del territorio e dell’ambiente e salvaguardare il patrimonio nazionale di risorse umane e imprenditoriali degli studi professionali d’architettura e ingegneria.
Ma l’adozione dei «parametri-bis» rappresenta non solo la tardiva presa d’atto da parte del Governo della matrice dannosa del Decreto Sviluppo di Monti, che ha massacrato per oltre un anno l’intero settore della progettazione, ma costituisce il ripristino sotto diversa forma, della tariffa professionale, questa volta finalizzata a stabilire prezzi massimi delle prestazioni anziché minimi.
Ora il principale punto debole del Dm «parametri-bis» appare l’attenzione esclusiva che riserva agli aspetti economici del settore che intende regolamentare. Per il Governo il problema era di limitare i costi immediati del progetto delle opere pubbliche e ciò ha impedito di dare il giusto peso ai costi indotti a media e lunga scadenza, dal fattore qualità dei progetti e delle opere, dal contenzioso, dalle perizie di variante, dalla dilatazione dei tempi che scaturiscono da gare mal fondate. Costi quest’ultimi che sono di rilievo etico, quando determinano trasformazioni irreversibili del territorio, del paesaggio, delle città e del patrimonio edilizio non adeguate alla storia e ai valori del Paese; sono immateriali, quando le opere pubbliche non riescono a incentivare il senso d’appartenenza e di promozione sociale, poiché d’insufficiente qualità architettonica, formale e prestazionale; costituiscono invece danni concreti, anche se spesso poco percettibili poiché differiti, nel caso in cui l’insufficiente qualità si configuri in aumento dei costi d’esercizio o di manutenzione o in una durabilità non adeguata al sacrificio (tasse) che la comunità ha sostenuto.
Il decreto parametri-bis ci conferma che purtroppo avevamo ragione nel denunciare i guasti della normativa demagogica introdotta dal Governo Monti, ma la sua la lettura ci obbliga alla facile previsione che il problema non è ancora risolto.
Nel testo infatti non vi è traccia di un obbligo per il Rup o per l’Avcp, di individuare e eventualmente sanzionare le offerte di prestazioni professionali sotto costo, che hanno causato e causeranno a orologeria, danni gravissimi all’Erario e alle comunità locali.
Un potere in questo senso potrebbe ridurre i casi di ribasso del compenso professionale al disotto dei costi di produzione delle prestazioni, che celano condizioni di sottoccupazione e sfruttamento delle maestranze; che si configurano in insufficienti contenuti progettuali e nella fase di messa in opera; che presuppongono connivenze con gli addetti ai controlli e alla validazione del progetto; che causano una qualità insufficiente del prodotto, che è destinata a produrre i mali che abbiamo accennato ai paragrafi precedenti.
Detti comportamenti devono essere sanzionati come concorrenza sleale, se non come sarebbe più adeguato, come turbative d’asta. In aggiunta rileviamo con preoccupazione che le tabelle allegate al Decreto parametri frazionano le tradizionali categorie C, D, E delle abolite tariffe, in sotto specializzazioni funzionali: scuole, ospedali, uffici pubblici ecc., per cui esiste il pericolo che la richiesta dei requisiti dei bandi segua questo indirizzo, consolidando la deriva per cui soltanto chi ha progettato ospedali o scuole o municipi potrà progettarne altri, con conseguenti monopoli e malcostume.
Tutto ciò si configura nella salvaguardia di rendite di posizione che distruggono in primo luogo l’ascensore sociale per i giovani progettisti e impedisce una più larga partecipazione di tutti coloro che possiedono i requisiti organizzativi ed economici, pur senza possedere titoli così specifici. È allora evidente che ci troviamo ancora in una fase di transizione, che prelude ad altri aggiustamenti sostanziali della normativa, sempre che nel frattempo gli studi di progettazione italiani riescano a sopravvivere, per poter sperare in tempi migliori.

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