Buone pratiche | Gastone Ave, Università di Ferrara

Il modello Friuli per la ricostruzione postsisma

L’espressione «modello Friuli» è spesso riferita alla operosità della popolazione, ma i suoi contenuti urbanistici sono poco noti. Per spiegarli è utile ricordare il percorso di ricostruzione della Comunità Collinare di Colloredo di Monte Albano, una dozzina di comuni tra i più duramenti colpiti, tra cui quello forse più noto è San Daniele del Friuli.

Gastone Ave | Ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, Università di Ferrara

Gastone Ave | Ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, Università di Ferrara

La reazione delle istituzioni pubbliche al terremoto del Friuli nel 1976 è un esempio di buona pratica istituzionale e urbanistica. Il terremoto del 6 maggio 1976 (con repliche nel settembre 1976 e settembre 1977) fu devastante (965 morti, 17.000 case distrutte) per una zona di circa 120 piccoli comuni nella fascia pedemontana a nord di Udine. Nel maggio 2016 la Regione Friuli Venezia Giulia (Fvg) ha realizzato una fitta serie di manifestazioni per celebrare il quarantesimo anniversario dell’evento. Il comune di Udine ha fatto proprie iniziative, ed è anche sorto un comitato misto pubblico-privato «Friuli 1976-2016». L’espressione «modello Friuli» è spesso riferita alla operosità della popolazione, ma i suoi contenuti urbanistici sono poco noti. Per spiegarli è utile ricordare il percorso di ricostruzione della Comunità Collinare di Colloredo di Monte Albano, una dozzina di comuni tra i più duramenti colpiti, tra cui quello forse più noto è San Daniele del Friuli, patria del prosciutto.

Nel 1976 non c’era la Protezione Civile. Per la ricostruzione un ruolo importante fu svolto dalle regioni italiane, ancora alla ricerca di un loro ruolo. Un accordo tra la Regione Piemonte, la Regione Fvg, San Daniele e gli altri comuni della Comunità Collinare fu avviato nel luglio del 1977 con l’invio di una trentina di neolaureati e qualche docente del Politecnico di Torino (Polito) per lo studio del piano urbanistico di ricostruzione. Chi scrive ha fatto parte di tale gruppo, guidato da Franco Corsico, allora assistente di urbanistica a Polito.

Il piano di ricostruzione di questi comuni fu ispirato dal metodo di analisi delle soglie (threshold analysis). Secondo tale metodo, nello sviluppo urbano si incontrano degli ostacoli dati dalla topografia dei luoghi (es. fiumi) ma anche dai limiti di capacità di estensione delle reti dei servizi (acqua, gas ecc.). Per superare tali ostacoli servono risorse addizionali che vanno stimate. La comparazione tra scelte alternative di crescita con differenti mix di ostacoli porta ad aumentare l’efficienza degli investimenti. Il piano di ricostruzione produsse una serie di alternative tra cui venne preferita quella che minimizzava gli ostacoli naturali e impiantistici da superare, quindi i costi connessi. La teoria delle soglie fu un aiuto per le decisioni da prendere e fu anche usata come giustificazione tecnica della volontà di ricostruire i centri urbani là dove erano sempre stati.

Ciò fu possibile perché la parola finale sulle scelte urbanistiche fu lasciata ai comuni collinari terremotati sia pure con il supporto tecnico della regione Fvg, della regione Piemonte e di Polito. Ma non è marginale che il piano urbanistico per la ricostruzione della Comunità Collinare fu redatto in loco, in un ufficio tecnico appositamente attrezzato a San Daniele in cui hanno operato i neolaureati e gli esperti di Polito, fianco a fianco con i tecnici dei comuni interessati. Non è marginale neppure che neolaureati ed esperti piemontesi condivisero con i colleghi friulani i disagi della ricostruzione vivendo per più di un anno in un campo di roulotte allestito nel campo sportivo di San Daniele.

Il metodo Friuli si riassume in quattro punti.
-Primo, il piano di ricostruzione deve essere redatto dagli enti locali. Gli altri soggetti pubblici collaborano con contributi di varia natura (tecnici, economici, culturali) ma gli strumenti urbanistici debbono essere redatti e approvati dai comuni, singoli o associati, su cui ricade l’onere della ricostruzione.
-Secondo, gli edifici da ricostruire subito sono quelli produttivi, cogliendo l’occasione per il rinnovo degli impianti.
-Terzo, i senza tetto debbono essere ospitati nello stock edilizio esistente, senza creare insediamenti ad hoc, con risparmio di risorse e suolo, senza distogliere energie dall’obiettivo della ricostruzione definitiva.
-Quarto, i centri urbani vanno ricostruiti dov’erano e il più possibile com’erano, e le case aggiornate dal punto di vista impiantistico e statico.
La ricostruzione dell’Aquila ha seguito strade opposte, con l’emarginazione dei comuni e lo sciagurato affidamento alla Protezione Civile dei compiti di pianificazione urbanistica.

I risultati non potevano che essere disastrosi (es. le 19 «new town»), anche senza i noti episodi di corruzione. Servono serietà e sobrietà, come quella del comune di Osoppo che nel suo sito ufficiale scrive oggi: «il terremoto del 1976 distrusse quasi totalmente il paese, tuttavia l’impegno dei cittadini, unitamente a quello degli industriali e delle forze politiche, ha compiuto il miracolo della ricostruzione». Il modello Friuli nasce in un’Italia dilaniata dal terrorismo degli anni ‘70 e con un benessere economico ben inferiore all’attuale. Oggi può essere un modello di buona pratica istituzionale e urbanistica per affrontare le ricostruzioni prossime venture, e fare anche meglio.

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