Città e mercato | Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Il «Piano nazionale per le città». Va bene? Si, ma serve la città metropolitana

Per anni la politica nazionale del territorio si è ridotta a un «piano casa» pensato per ampliare le casette unifamiliari come se l’Italia fosse tutta una «villettopoli». Dopo anni di incentivi al consumo di suolo «non ancora edificato», finalmente un provvedimento mette insieme tre parole dimenticate: piano, nazionale, città.

Gastone Ave

Il decreto legge intitolato «Misure urgenti per la crescita del paese» (dl n. 83/2012 pubblicato sulla Gu il 26 giugno 2012) è una misura positiva, ma non è sufficiente.
Il piano prevede un riordino delle agevolazioni fiscali per la riqualificazione edilizia e per il risparmio energetico, con una detrazione ai fini Irpef unica del 50 per cento fino a una spesa di 96 mila euro entro il 30 giugno 2013. Ma c’è molto di più. Il decreto istituisce con l’articolo 12 il «Piano nazionale per le città». Questa è la novità più rilevante, soprattutto sotto il profilo culturale. Per anni la politica nazionale del territorio si è ridotta a un «piano casa » pensato per ampliare le casette unifamiliari come se l’Italia fosse tutta una «villettopoli».

Dopo anni di incentivi al consumo di suolo «non ancora edificato», finalmente un provvedimento del Governo mette insieme tre parole dimenticate: piano, nazionale, città. Il «Piano nazionale per le città» può essere fattore di sviluppo non solo economico ma anche sociale per il nostro paese. Secondo il Piano, i comuni propongono dei «contratti di valorizzazione urbana» all’esame della prevista cabina di regia nazionale. Tra i criteri di selezione vi sono i tempi per iniziare i lavori, la capacità di attivare altri finanziamenti, di ridurre il disagio abitativo e di migliorare i sistemi di trasporto pubblico locale. Per l’attuazione del Piano il decreto prevede un «Fondo», che ha durata fino al 2017, nel quale confluiscono le risorse inutilizzate di altri programmi edilizi e di recupero urbano. I fondi inutilizzati possono essere rilocalizzati all’interno della stessa regione o in regioni limitrofe, purché i progetti siano in comuni capoluogo.

Riutilizzare i fondi inutilizzati e concentrarli nei comuni capoluogo va bene. Che non ci siano, se non in piccola parte, risorse fresche non va bene. Il motore urbano del nostro paese è dato da poche grandi città su cui investire risorse adeguate perché è lì che si concentra la popolazione più attiva e risiede il cuore del comando e controllo della nazione. Le istituzioni e le imprese principali sono localizzate in una decina di città che vanno rese efficienti e vivibili quanto più possibile perché dal loro buon funzionamento dipende il progresso del resto del paese. Per queste città è urgente che il Piano sappia individuare i loro problemi specifici, derivanti dalla concentrazione di popolazione in spazi ristretti. L’attenzione prioritaria del Piano andrebbe rivolta in primo luogo su Roma e Milano e sulle tre città italiane con popolazione intorno a un milione di persone e densità superiore a 4mila residenti per chilometro quadrato: Torino (6.972 abitanti/km²), Napoli (8.182 ab./km²), Palermo (4.128 ab./km²). Un secondo livello di priorità dovrebbe essere riservato alle quattro città medio-grandi con popolazione di circa 300 mila abitanti o più e densità abitativa di almeno 2.300 ab./km². Mi riferisco a Bologna (2.701 ab./ km²), Genova (2.495/ km²), Bari (2.758 ab./km²), Padova (2.307 ab./km²). A queste città andrebbero aggiunte Verona e Catania, poco sotto i limiti inferiori dei parametri di densità indicati.

Sono tutti comuni che in passato erano definiti «ad alta tensione abitativa» e richiedono risorse specifiche. Per esempio, la carenza di alloggi a prezzi accessibili spinge i lavoratori a localizzarsi in zone periferiche o in comuni limitrofi. Il carico eccessivo sui trasporti pubblici locali crea costi economici e sociali per tutto il Paese. Sarebbe quindi necessario che il «Piano nazionale per le città» distribuisse le risorse in modo mirato, privilegiando le città dove l’alto numero di residenti e utilizzatori e la loro concentrazione nello spazio rende la vita di imprese e famiglie più difficile. Il passo successivo dovrebbe essere un ulteriore piano nazionale mirato esclusivamente alla decina di città che per dimensione e concentrazione hanno una scala metropolitana, a cui destinare risorse specifiche soprattutto nel campo dei trasporti collettivi. Roma dovrebbe rafforzare il suo rango di città capitale.

Le altre quattro maggiori città italiane dovrebbero poter accedere allo status giuridico di «città metropolitana», da definire, e attuare attraverso un processo per fasi temporali serrate, prima una unione con i comuni limitrofi e poi una fusione in un solo comune. Sembra urgente creare la «grande Torino, la «grande Milano», la «grande Napoli» e la «grande Palermo », per esempio per rendere unitarie ed efficienti la programmazione e gestione dei servizi a rete (acqua, gas, rifiuti ecc.) e del traffico privato e pubblico su scala metropolitana. Serve un unico sindaco per la città metropolitana, con più ampi poteri, finanziamenti specifici, misure fiscali ad hoc, e un piano strategico per l’intera area metropolitana.

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