Punti di Vista | Alessandro Castagnaro, prof. Storia dell’Architettura del Novecento, Università Federico II, facoltà di architettura

Il piccolo in architettura

La dimensione del piccolo si affaccia allo scenario contemporaneo internazionale, opponendosi a un passato macroscopico e ponendosi quale alternativa possibile per la città futura.

Per molti anni e per determinate culture ed economie di benessere l’«architettura piccola» è stata quasi del tutto dimenticata e trascurata privilegiando, per opposto architetture decisamente sovradimensionate.

Paolo Zermani, Cappella nel bosco a Varano dei Marchesi, Parma.

Paolo Zermani, Cappella nel bosco a Varano dei Marchesi, Parma.

Ed è questo ciò che è avvenuto a partire dagli Stati Uniti, e che talvolta avviene ancora, in nuovi contesti urbani, in paesi e aree in via di sviluppo come la Cina e lʼAsia, in paesi europei fino ad alcuni eccessi smodati negli emirati arabi in cui sono stati realizzati edifici che, per dimensioni e azzardi tecnologici, tentano di sfidare le forze della natura e della fisica. Quasi una gara a chi realizzasse la struttura più grande, più imponente, più decontestualizzata, più aggressiva nei confronti dell’ambiente e della natura, che maggiormente potesse sfidare il «tutto».
L’interesse per le «mega strutture» ha continuato ad aumentare, anche sino alle soglie della grande crisi economica mondiale, trascurando gli aspetti legati alle tematiche del risparmio energetico, dell’inquinamento, e a tantissime problematiche ambientali, morfologiche, con le loro proposte omologanti e talvolta spiazzanti.
Tali sperimentazioni non sono mancate nemmeno in Europa, proprio in quei paesi caratterizzati da una stratificazione storica che annovera quanto di meglio sia stato prodotto dall’architettura moderna e contemporanea, e talvolta anche qui con deludenti risultati. È il caso del quartiere della Défense a Parigi con il suo grande cubo cavo alto 105 metri che, come è stato notato da Cesare de Seta, «non ha nessun imbarazzo a misurarsi con lʼArco di Trionfo: la base del cubo ha la stessa ampiezza degli Champs-Elysées, la struttura trilitica è tutta ricoperta con marmo di Carrara. […] La Défense è un assai poco convincente prodotto di quella modernizzazione made in Usa che ha investito le maggiori città europee senza aver nulla dell’energia che essa è capace di esprimere negli States […] ove tutto è di una sconcertante mediocrità». E, come Parigi, anche altre città europee.
Ma la problematica del dimensionamento in architettura, affiancata da considerazioni estetiche e formali, va sicuramente innestata in una realtà comune alla gran parte delle città europee. Come ha scritto Bernardo Secchi sulle pagine di Casabella «se lo spazio entro il quale vivremo i prossimi decenni è in gran parte già costruito e il tema è ora quello di dare senso e futuro attraverso continue modificazioni alla città, al territorio, ai materiali esistenti, allora il primo vincolo con cui fare i conti è sicuramente quello dimensionale». Tale vincolo si rivela, inoltre, opportuno proprio in presenza, e nel rispetto, di quelle stratificazioni già violate e messe in pericolo da interventi assai poco storicizzati.

Lipton Plant Architects, Brick and a Half house. Londra, Gran Bretagna.

Lipton Plant Architects, Brick and a Half house. Londra, Gran Bretagna.

Credo sia indubbio che nei contesti storico-artistici italiani ed europei, raffinati e complessi, oggi, l’unica tendenza possibile da praticare sia quella del «costruire nel costruito» nella sua duplice accezione di ristrutturazione interna di un edificio preesistente e di sostituzione edilizia in un vuoto urbano ma sempre nel rispetto di un paesaggio già fortemente cementificato e alterato, soprattutto dall’immediato secondo dopoguerra in poi. Ma le disquisizioni sul «piccolo» in architettura non possono trascurare eccellenti riferimenti storici che affondano le radici nell’Italia rinascimentale dove gli artisti, rivendicando la preminenza della fase di ideazione di un’opera rispetto a quella esecutiva, produssero alcuni fra i monumenti più rappresentativi della nostra architettura moderna, molti dei quali hanno come denominatore comune quello della piccola dimensione. Tale è l’opera di Brunelleschi nella Sacrestia Vecchia, eguagliata, e forse superata, dalla Sacrestia nuova di Michelangelo; oppure quella di Donato Bramante che, giunto da Milano nella Roma dei papi, della magnificenza e delle antichità classiche, progetta e realizza al Gianicolo il Tempietto di San Pietro in Montorio, «reputato degno dal Serlio e da Palladio, di figurare accanto alle opere prestigiose degli antichi come esempio della «buona e bella architettura» rimessa in luce, per primo, dallo stesso Bramante».

E perché non pensare a Borromini e a unʼopera come SantʼIvo alla Sapienza, realizzata nel cortile dellʼUniversità ‒ costruito un secolo prima da Giacomo Della Porta ‒ che, nonostante i ristrettivi vincoli, riesce a rappresentare, tutta la forza dirompente e dinamica del linguaggio borrominiano entro un volume essenzialmente piccolo, al pari dell’altro complesso religioso, di San Carlo alle Quattro Fontane, non a caso conosciuto con il diminutivo di S. Carlino. È bene comunque precisare, che la dimensione del piccolo in architettura, non va associata necessariamente al concetto di classicità. Venendo a un’opera contemporanea, va citato il Padiglione Espositivo di Barcellona di Mies van Der Rohe – manifesto dell’architettura contemporanea – che, secondo le parole di Behrens, è «forse il più importante edificio di questo secolo».
Nei contesti storico-artistici italiani, raffinati e complessi, emblematico può essere considerato il progetto redatto con molteplici difficoltà e vincoli da Carlo Scarpa a piazza San Marco con il Negozio Olivetti. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Come ha sostenuto Alessandra De Martini in un volume dal titolo L’architettura piccola «coscienti pertanto che la dimensione è un concetto relativo, per comprendere quanto la tendenza al «piccolo» domini la cultura italiana da sempre, è interessante leggere in senso diacronico la vicenda architettonica nazionale in rapporto a quella europea. Che la modestia di misura sia una caratteristica dominante della nostra architettura lo dimostra tra l’altro il fatto che tutte le macrostrutture passate e recenti si sono rivelate fallimentari».

Atelier Tekuto, Residenza privata, Prefettura di Chiba, Giappone.

Atelier Tekuto, Residenza privata, Prefettura di Chiba, Giappone.

D’altronde tanti sono i casi di autori europei che giungono in Italia per analizzare e rilevare quel vasto repertorio di architettura senza architetti sviluppata lungo le coste e nelle isole la quale ha insita in sé la ridotta dimensione. Lo ha fatto Josef Hoffmann che durante il suo viaggio in Italia (1896) venne attratto, più che dalle tappe classiche del Grand Tour, dall’anonima architettura spontanea unitaria e conchiusa rappresentata nei suoi disegni come aggregazione di volumi semplici e soprattutto contenuti da un punto di vista dimensionale e, successivamente, lo stesso Bernard Rudowsky assieme a Luigi Cosenza articola il suo viaggio per mare tra Procida e Capri prima di realizzare il piccolo capolavoro di Villa Oro a Napoli, un’aggregazione di semplici volumi su un costone tufaceo.
Né parlare di ritorno alla dimensione e alla misura sul piano della progettualità significa semplicemente riproporre antichi equilibri. Nessun inguaribile passatismo dunque. Forse controtendenza? Sicuramente si, data la grande attenzione rivolta alla spettacolarità delle grandi opere decostruzioniste. Ma «controcorrente» non significa «inattuale».

La modernità va ricercata ormai altrove: nella morfologia, nella tecnologia e nell’uso dei materiali, come ha sostenuto Jean Nouvel che, dubitando sull’ostentazione sia volumetrica che tecnologica dell’architettura high-tech, osservava che la tecnologia tende sempre più alla semplificazione – che maschera in realtà processi assai complessi – e alla miniaturizzazione dei prodotti; cosicché, senza vedere gli strumenti, è possibile percepirne soltanto gli effetti. Quindi uno dei paradigmi della modernità oggi, è la semplicità-complessità; un secondo leggerezza-compattezza; e un terzo è miniaturizzazione-meccanizzazione.

In definitiva la modernità in architettura può e deve essere ricercata anche nell’architettura piccola con l’ausilio di questi elementi paradigmatici che talvolta possono essere ritrovati nella costruzione in laterizio, come di recente e sapientemente hanno fatto illustri architetti come Renzo Piano, Mario Botta, Oswald Mathias Ungers, Rafael Moneo / Massimo Carmassi / Gino Valle e tanti altri sia sul panorama nazionale che internazionale.
È così che, la dimensione del piccolo si affaccia allo scenario contemporaneo internazionale, opponendosi a un passato macroscopico e ponendosi quale alternativa possibile per la città futura. E non è certo la prima volta che nella storia dell’architettura il «piccolo» subentra al «grande», quasi che la dicotomia grande/piccolo corrisponda nella successione epocale al binomio vecchio/nuovo.

Alessandro Castagnaro
Insegna Storia dell’Architettura del Novecento a Napoli, presso l’Università Federico II, facoltà di architettura. Presiede l’associazione Ingegneri e Architetti della Campania. È direttore responsabile di Rassegna aniai, e redattore di Op. Cit., selezione di critica d’arte diretta da Renato De Fusco.

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