Editoriale | Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Italia industriale: una nuova missione anche per le Costruzioni

Con il continuo avanzare delle difficoltà economiche e nello stesso tempo delle nuove tecnologie, il sistema industriale continua a subire mutamenti profondi, organizzandosi su una nuova geografia e nuove funzioni: il prof. Berta riconosce il delinearsi di un nuovo modello articolato intorno a un insieme di gagli di manifattura intelligente.

Livia Randaccio | Direttore Editoriale | Tecniche Nuove

Livia Randaccio | Direttore Editoriale | Tecniche Nuove

Sul numero di giugno del mensile «Imprese Edili» abbiamo pubblicato un’intervista al prof. Giuseppe Berta, docente di Storia Contemporanea dell’Università Bocconi, titolata «Il declino che ci minaccia».
L’intervistato aveva pubblicato da poco i volumi «La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione» (edizioni Il Mulino) e «Produzione intelligente. Un viaggio nelle nuove fabbriche» (edizioni Einaudi), due pubblicazioni che, con molta naturalezza, possiamo definire «fondamentali» per comprendere il futuro dell’Italia industriale, futuro sul quale ci siamo molto interrogati.

I dati statistici lasciano molto perplessi: la crisi economica continua a pesare su imprese, strutture produttive e famiglie, con il 20% di occupati nell’industria e la predominanza di piccole e medie imprese l’Italia ha rappresentato «un’anomalia e in molti hanno dubitato della sua capacità di rigenerarsi».
Con il continuo avanzare delle difficoltà economiche e nello stesso tempo delle nuove tecnologie, il sistema industriale continua a subire mutamenti profondi, organizzandosi su una nuova geografia e nuove funzioni: il prof. Berta riconosce il delinearsi di un nuovo modello «articolato intorno a un insieme di gangli di manifattura intelligente, all’interno di imprese in cui l’organizzazione produttiva si coniuga con l’alta qualità dei prodotti, dei servizi, dell’assistenza».
È un reticolo che travalica le precedenti linee di demarcazione territoriale su cui era conformata la rappresentazione delle differenti Italie economiche. Il disegno però «è ancora embrionale e contribuire al suo assestamento è un passo decisivo verso il superamento della crisi».

Con le sue analisi Berta ci presenta una società settentrionale che ha smarrito il proprio carattere più esemplare, «l’essere il motore dello sviluppo del paese, capace di additare un percorso di progresso e di convogliare lungo il cammino della crescita parti e componenti del resto d’Italia». Considerazione cruda ma estremamente precisa nel presentarci le trasformazioni che hanno attraversato le imprese, il lavoro, le fabbriche, la società, le costruzioni.
Nel suo discernere vi sono stati specifici riferimenti all’imprenditoria edile e al comparto delle costruzioni definito forza ambigua che muove la nuova Milano e ne accelera la corsa verso la ricchezza, che non s’incarica solamente di attribuire un nuovo volto alla città ma ne modella le forze economiche, gli spazi e gli aspetti interni, fino a regolare i rapporti fra le due diverse anime attivando una rete infinita di mediazioni fra la politica e gli affari.

Il ragionamento del professore è semplice: negli ultimi 20 anni via via che la produttività del sistema economico veniva affievolendosi, prendeva il sopravvento «una tendenza che ha avuto nel settore delle costruzioni il suo motore più evidente». Effettivamente è così: se un motore di crescita c’è stato, questo è stato l’edilizia. Esso ha preteso di trasformare i poli urbani con progetti di edificazione che celavano in realtà la caduta progettuale del capitalismo del Settentrione.
«Così abbiamo di fronte forme urbane dominate da un’apparenza di modernità, che nasconde l’assenza di prospettive economiche. Non più la fretta di costruire del miracolo economico, con quel suo disordine che rispecchiava l’urgenza di promozione sociale della popolazione e anche le sue contraddizioni, ma una progettazione di parti della città e un cambio delle loro funzioni d’uso che servono a mascherare il disagio di una terziarizzazione di ben scarsa qualità, non sostenuta dalla tecnologia, destrutturata e ripiegata su confini locali». Per Berta il vuoto d’idee relativo alle vie dello sviluppo è stato camuffato dall’esaltazione di nuovi schemi urbani, giocati sulle imitazioni dei più facili fra i simboli della modernità, come i grattacieli.

L’ansia d’investimento nelle strutture delle città e in sistemi infrastrutturali senza una specifica missione economica è stata propagandata ad arte come la via maestra della crescita: come se lo sviluppo potesse essere indotto attraverso una progettualità di superficie non sostenuta da innovazioni effettive nel tessuto dell’economia.
«Come se bastasse porre traguardi come Expo 2015 per far riprendere al Nord del Paese e all’Italia il cammino della crescita che è stato smarrito. Il paesaggio economico del Nord di questi primi quindici anni dell’era 2000 è irriconoscibile rispetto a quello di pochi decenni prima. La distanza dei servizi e delle professioni terziarie gli fa da involucro generando un microclima che avvolge attività disparate dove i germi della precarietà finiscono spesso mischiati con accenni di imprenditorialità – evidenzia il professore facendo riferimento a – un humus propizio all’insediamento dell’economia illegale, al radicamento di una criminalità che assume sembianze economiche e promette tutela ai micro-imprenditori soverchiati dalla concorrenza e incalzati da una crisi che erode i margini di sussistenza.  La ‘ndrangheta può così affondare i suoi terminali nel substrato di un’economia informale, a cui non giunge il credito bancario, che persegue altri impieghi all’ombra di istituti resi imponenti dalla politica delle fusioni inaugurata negli anni ‘90. Di queste interconnessioni vi sono le cronache dell’inchiesta Minotauro, di quel che accade nel basso calabrese e in Brianza».
Per Berta questa è la ragione per cui serve una rappresentanza rinnovata sia sul fronte delle imprese sia su quello del mondo del lavoro: le nuove fabbriche, parte dell’imprenditoria, non sono l’avamposto del cambiamento sociale, tuttavia sono i nodi intorno ai quali s’incomincia a disegnare un reticolo di attività che contano, oltre che per il valore economico, per la capacità d’innovazione che diffondono e per gli stili di lavoro che sollecitano. Il loro spazio e il loro insediamento sociale si sono grandemente ristretti ma rimangono realtà dinamiche cui l’Italia non può rinunciare se non a costo di un regresso che è insieme economico e civile.

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