Città e mercati | Gastone Ave

La città italiana, modello per i paesi emergenti

Le città italiane ed europee sono il modello per molti paesi emergenti. Sediamo su un patrimonio di ricchezza e di bellezza che il mondo ci invidia, e che ha saputo resistere a decenni di malgoverno del territorio da fare «terminare adesso» come direbbe Krugman. Un’eredità da valorizzare e che non basta preservare, come l’esempio di Pompei ci dovrebbe insegnare.

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

La depressione «da terminare adesso», come scrive Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, può servire per scoprire le opportunità di sviluppo che già abbiamo in casa ma non sappiamo ancora vedere. Tra queste vi è il patrimonio di città che secoli di sviluppo hanno prodotto nel nostro Pese. Un’eredità da valorizzare e che non basta preservare, come l’esempio di Pompei ci dovrebbe insegnare.
Le città italiane ed europee sono il modello per molti paesi emergenti. Il piano strategico di Dubai prevede di realizzare entro il 2030 un aumento degli abitanti da 1 a 3 milioni, oltre a strade centrali a dimensione di pedone più che di automobile, servite da una rete di trasporto pubblico, tra cui una metropolitana e linee di trasporto pubblico sull’acqua dei canali artificiali realizzati per migliorare il microclima urbano.
Le vie sarebbero dotate di panchine sulle quali, nei rendering di progetto, si vede una popolazione internazionale sorridente leggere giornali cartacei, mangiare gelati e riposarsi per le fatiche dello shopping appena fatto nei negozi che fiancheggiano le strade pedonali. Non mancano poi il verde, le fontane e altri elementi di arredo urbano.
In un altro emirato del Golfo il piano urbanistico di Ras-Al-Khaimah presenta le stesse immagini di strade pedonalizzate ombreggiate e rese vitali da una popolazione spensierata. Lo stesso si ritrova nei piani di altre città degli Emirati Arabi Uniti, da Abu Dhabi a Sharja. Immagini già viste? Certo, sembrano scorci tratti da una qualsiasi città italiana, o da altre città europee, in cui la riqualificazione urbana è praticata in modo intenso da decenni.
Noi abbiamo già da tempo ciò che gli arabi sognano per un futuro lontano grazie ai profitti che partono dalle pompe di benzina in occidente. In altri paesi di recente ricchezza c’è la stessa corsa a costruire città prendendo l’occidente a modello.
Nel Qatar il piano di ampliamento della città di Doha comprende un moderno distretto terziario e residenziale su progetto dell’olandese Rem Koolhaas da completarsi entro il 2022, anno in cui il paese ospiterà i mondiali di calcio.
Il termine dell’ampliamento è per il 2030. Anche in questo caso il sogno, se mai si realizzerà, assomiglia a qualche cosa che già esiste nel mondo occidentale. Nella Cina attuale non si fabbricano solo cloni non autorizzati di prodotti industriali dell’occidente (tra cui rubinetti italiani con tanto di marchio Ce, copie della Nutella Ferrero ecc.), ma si replicano parti simboliche delle più note città europee.

Abitazioni nuove e disabitate a Kangbashi New Area, provincia di Ordos, Cina.

Per esempio nel 2007 è iniziata la costruzione di Tianducheng, una città nuova a nord di Shanghai, in cui spicca una replica alta 120 metri della Tour Eiffel di Parigi, con tanto di quartieri residenziali in stile fine ‘800 parigino, con i tetti mansardati e spioventi anche lì non nevica mai. La cittadina è terminata ed ha alloggi per almeno 10 mila abitanti ma è ancora quasi del tutto vuota.
Nel 2002 è partita la costruzione di Songjiang, una piccola replica di Londra con tanto di cabine telefoniche rosse e di insegne di autentici negozi inglesi compreso rivendite di dischi in vinile. Anche questa città, pur completata, è vuota ed è usata solo come quinta per le foto di matrimonio.
Sono due esempi del «Nine cities program», il progetto del governo per decentralizzare Shanghai mediante nove nuove città, ognuna disegnata come una città europea. Cloni di città italiane, francesi e inglesi sono ormai frequenti in Cina, dove si costruiscono circa 20 città nuove all’anno, che vengono in parte vendute ma restano disabitate.
Nella provincia di Ordos, a Ovest di Pechino, dal 2004 è stata avviata e terminata nel 2008 la costruzione della Kangbashi New Area, una città per 1 milione di abitanti. Oggi i residenti sono meno di 30 mila. Si stima che vi siano in Cina oggi 64 milioni di alloggi nuovi e vuoti da anni pur essendo stati in parte venduti.
Si tratta di uno stock di abitazioni vuote capace di ospitare tre volte la popolazione italiana attuale. Sono edifici concentrati in città nuove sorte dal nulla, complete di tutto tranne che di esseri umani.
Uniche eccezioni sono i militari e i guardiani privati che proteggono le abitazioni nuove da assalti dei senza casa, di cui per ora non si ha notizia. Gli acquirenti sono i nuovi ricchi cinesi che investono nel mattone non avendo alternative.
Si comprano alloggi perché i prezzi sono sempre andati all’insù e si pensa che sarà sempre così. Un film già visto in Europa e nel mondo.
In Cina avremo prima o poi lo scoppio della più grande bolla immobiliare della storia. Una prospettiva pericolosa, che potrebbe implicare anche gravi disordini sociali. Per ora è interessante osservare che il modello urbano a cui i costruttori cinesi si sono ispirati è la città europea e italiana in particolare. Sediamo su un patrimonio di ricchezza e di bellezza che il mondo ci invidia, e che ha saputo resistere a decenni di malgoverno del territorio da fare «terminare adesso» come direbbe Krugman.

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