Punti di Vista | Lorenzo Perino, avvocato, Lext Consulting

La cultura della prevenzione e l’organizzazione della funzione legale in azienda

L’analisi del rischio è ormai considerata l’approccio corretto secondo cui impostare qualsiasi attività aziendale e le indicazioni provenienti dalla nuova norma Iso 9001:2015 sembrano confermare questo principio. Anche l’ambito delle tematiche legali che coinvolgono l’attività d’impresa deve essere ispirato a questo approccio.

Lorenzo Perino | Avvocato, Lext Consulting

Lorenzo Perino | Avvocato, Lext Consulting

L’Europa in generale e l’Italia in particolare non hanno saputo sviluppare una cultura specifica in materia di problemi legali d’impresa e, a differenza di quanto succede negli Stati Uniti e nel Regno Unito è raro trovare aziende, che non siano molto grandi o multinazionali, dotarsi di un’area legale interna.

Nei Paesi anglofoni, da ormai più di 60 anni, i legali d’azienda godono di una grande considerazione e partecipano ai processi decisionali e alle strategie d’impresa.

Inevitabilmente questo ha permesso loro di sviluppare sul campo una grande competenza specifica. I motivi di questa differenza sono difficili da spiegare ma possono essere individuati nella maggiore propensione alla litigiosità portata dal sistema giudiziario anglosassone o anche dalla maggiore quantità di denaro che le cause muovono. Ma il problema non è solo questo.

Un fattore determinante è anche la maggiore apertura mentale del tessuto economico, che è portato ad affrontare i problemi a tutto campo, avendo come unico scopo la ricerca della soluzione. Ed in questi processi sono coinvolte anche le problematiche di carattere legale.

L’approccio della «Risk Analysis» porta a considerare tutti i rischi legali potenzialmente legati all’attività d’impresa e ad affrontarli con la predisposizione di procedure interne in grado di ridurre il rischio.

Questo approccio spinge a organizzare internamente le aziende anche sotto il profilo della prevenzione legale e quindi a dotarsi di una struttura legale di specialisti in grado di svolgere tale funzione. Ma figura del legale interno non fa parte del retroterra culturale del tessuto produttivo italiano.

Fatta eccezione per alcune grandi aziende che sono riuscite per tempo a comprenderne l’importanza ed hanno anche avuto i fondi per finanziare tale attività, in Italia, a partire dalla media impresa, non si hanno tracce della presenza di legali interni. E soprattutto non c’è traccia e tradizione di quel mestiere.

Alcune aziende poi paradossalmente si trovano a spendere grandi quantità di denaro in consulenze esterne o contenziosi giudiziali che potrebbero essere facilmente evitati con l’organizzazione di un’area legale interna. E con grande risparmio di costi.

Purtroppo il nostro sistema imprenditoriale è abituato a richiedere l’intervento dell’avvocato solo quando si trova già in una fase patologica del rapporto giuridico: quando si comincia a litigare con clienti e fornitori o, addirittura, quando si riceve l’atto di citazione dalla controparte.

Spesso l’intervento del legale è tardivo e quindi mirato esclusivamente a minimizzare gli effetti dannosi di una condotta che si è già perfezionata. Ma è proprio su quella condotta che sarebbe necessario andare ad agire in via preventiva, prima che si arrivi alla fase patologica. Un consiglio di uno specialista che precede qualunque tipo di contrattazione è in grado di correggere errori talvolta anche molto costosi, sia in termini di opportunità, sia in termini di denaro.

E se lo specialista conosce nel dettaglio l’attività aziendale e le dinamiche di funzionamento dell’impresa potrà svolgere la sua funzione in modo molto efficace, ma questo può essere ottenuto solamente con l’intervento di un legale interno.

La soluzione difficilmente potrà poi venire da altre risorse interne: mi riferisco al responsabile amministrativo, al direttore generale, all’impiegato con studi in giurisprudenza o, peggio, a soggetti totalmente digiuni di diritto.

La scelta di non avere un’area legale interna è dettata dal desiderio, legittimo, di contenere i costi ed eventualmente di contattare l’avvocato solo in caso si addivenga a una fase patologica del rapporto.

Ma i rischi di una tale condotta, sia da un punto di vista giudiziale personale per il legale rappresentante della società, sia da un punto di vista economico per l’azienda sono molto rilevanti.

Senza contare poi che l’efficienza della macchina giudiziale italiana è molto scarsa e per ottenere il riconoscimento di legittime posizioni spesso ci vogliono diversi anni. C’è davvero da augurarsi di non dover mai ricorrere alla tutela giudiziale in un Paese come il nostro, e più i tribunali sono grandi e più i tempi per arrivare a sentenza peggiorano.

In passato un contributo in questa direzione era stato dato dall’introduzione nel nostro ordinamento del Dlgs 231/2001 in tema di responsabilità amministrativa da reato degli enti.

Infatti con l’adozione dei Modelli di organizzazione e gestione (Mog) volti a prevenire la commissione dei reati presupposto in grado di dare luogo a tale responsabilità, le aziende sono state chiamate a effettuare un’analisi dei rischi specifici legali e a darsi un’organizzazione interna in grado di prevenire comportamenti a rischio. Molto spesso però tali funzioni sono state affidate a consulenti esterni e poi all’Organismo di Vigilanza e non hanno portato le aziende a strutturare un ufficio legale interno.

Per questi motivi c’è da sperare che con il nuovo approccio introdotto dalla norma ISO9001:2015 alcuni di questi problemi possano essere risolti e che l’adeguamento a tale norma di qualità possa contribuire a sensibilizzare le imprese italiane nella direzione della prevenzione, anche legale, dei rischi specifici legati all’attività esercitata. E a investire finalmente nell’organizzazione di un’area legale interna all’azienda.

di Lorenzo Perino, Lext Consulting

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