Mercato privato | Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

La riforma del governo del territorio: è necessario innovare il processo urbanistico

La società attuale ha dinamiche incompatibili con i tempi procedurali burocratici basati su ritualità formali che aggravano le procedure in un susseguirsi di stop and go, quando non somigliano al famoso gioco dell’oca che prevede anche il ritorno alla casella di partenza.

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Massimo Ghiloni

In molti settori dell’economia l’imperativo sembra essere uno solo: innovazione dei processi e innovazione del prodotto. Se guardiamo allo scenario urbanistico dobbiamo constatare che lo Stato continua a essere assente e non riesce a emanare la riforma del governo del territorio, ma si concentra sugli snellimenti nel rilascio dei titoli abilitativi. Le Regioni, fin dal 1995 hanno invece avviato un processo di rinnovamento giudicato compatibile con lo schema della legge urbanistica del 1942, in quanto le normative emanate non sono state oggetto di sostanziali impugnative da parte dello Stato davanti alla Corte costituzionale. Si è assistito cioè a un «lasciar fare» che rende ora più problematico l’intervento riformatore a posteriori a livello nazionale, quantomeno per mettere «in sicurezza» le leggi regionali. Vi è da sottolineare, però, che come succede spesso in Italia si cambiano le sigle dei piani, ossia l’aspetto formale, ma non il contenuto, in quanto continua a registrarsi una fase di assestamento nella redazione dei nuovi strumenti urbanistici che non hanno ancora realizzato appieno agli effetti prefigurati e auspicati.

La società attuale ha dinamiche incompatibili con i tempi procedurali burocratici basati su ritualità formali che aggravano le procedure in un susseguirsi di stop and go, quando non somigliano al famoso gioco dell’oca che prevede anche il ritorno alla casella di partenza. Tutto questo incide poi sulla possibilità di attrarre investimenti specialmente quelli esteri, già diminuiti del 50%, i quali esigono tempi certi e regole non mutevoli. Se non si soddisfano queste esigenze funzionali si farà il piano delle case ma non il piano della città al cui interno si devono sviluppare le polarità economiche trainanti che postulano di conseguenza l’esigenza di residenze complementari in una visione organica di sviluppo. Ciò vuol dire anche che una città deve sapersi reinventare per contrastare un declino economico e industriale, riscoprendo una nuova vocazione da incentivare e sostenere con le necessarie direttive urbanistiche. D’altronde è necessario anche entrare in una logica di concorrenza tra politiche territoriali e sistemi a rete dove l’elemento principale è la mobilità. Per questo è necessario che accanto all’urbanista vi sia la figura dell’economista territoriale che verifichi la fattibilità delle opzioni operate nel piano, in modo che non siano un libro dei sogni, ossia la città ideale che piace a tutti noi, ma che come tale è generalmente destinata a rimanere un’utopia.

L’innovazione di processo nell’urbanistica o meglio nel governo del territorio dovrebbe avere questi connotati, il che non vuole assolutamente dire che vanno «rottamate» le leggi regionali degli ultimi anni che hanno in nuce aspetti innovativi degni di nota, ma è necessario apportare correzioni di rotta e funzionalizzazione delle scelte adattabili nel tempo per rispondere alle mutevoli esigenze del mercato senza che ciò intacchi minimamente l’attribuzione della potestà pianificatoria all’ente locale e favorendo forme di dialogo con i privati. Venendo alla necessità di innovare il prodotto edilizio si deve prendere in considerazione il trinomio di qualità che riguarda impresa, progettista e pubblica amministrazione. Per le imprese che operano nel settore privato non esiste ancora un sistema di qualificazione per l’accesso alla professione edile e per il suo esercizio. In ogni legislatura vengono presentati disegni di legge che inevitabilmente si arenano e non giungono mai al perfezionamento legislativo, nonostante si registri un’unanime condivisione della necessità delle nuove regole per assicurare garanzie al mercato di immissione di prodotti adeguati alle normative prestazionali introdotte in questi ultimi anni. Per ciò che riguarda il rapporto impresa e progettista si registra il seguente fenomeno: mentre per l’industria il design rappresenta un plusvalore, molto spesso nell’edilizia il progetto è considerato un costo.

Deve dunque cambiare l’approccio culturale che porti a un’alleanza tra imprese e progettisti per una nuova qualità progettuale e realizzativa della città. Sempre in tema di progettazione è necessario rivisitare il ruolo delle Soprintendenze che non deve essere di pura interdizione (dovuta anche al fatto che spesso si è in presenza di «vincoli nudi», ossia a contenuto indeterminato, che lasciano spazio alla discrezionalità), ma di supporto e stimolo per migliorare la progettazione e l’inserimento della costruzione nel contesto ambientale e paesaggistico. Da parte della pubblica amministrazione si richiede una capacità decisionale nel rispetto dei termini fissati dalla legge che troppo spesso si dimostrano meramente ordinatori, ampliando altresì nel corso del procedimento forme di dialogo, già previste dalla legge, con i progettisti per eventuali adeguamenti dovuti a errate interpretazioni delle norme tecniche di attuazione del piano, che non brillano certo per chiarezza.

Da un’indagine svolta in alcuni paesi europei risulta che la tempistica prevista dalla legislazione italiana per il rilascio dei titoli abilitativi è pressoché analoga a quella degli altri Paesi, ma con la differenza che il ritardo medio all’estero è di dieci giorni mentre da noi è sine die. Per fare innovazione ci vuole discontinuità ossia saper uscire dagli schemi. Alla base vi deve essere il trinomio certezza dei tempi, delle regole e delle decisioni, perché sono i ritardi e la mutevolezza amministrativa che generano le distorsioni.

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