Acqua | Le potenzialità del settore

La via italiana alla blue economy

In Italia il deficit infrastrutturale di reti, fognature, acquedotti e depuratori è ancora alto. Ma il comparto idrico ha grandi possibilità di investimento, può offrire lavoro a migliaia di addetti e far aprire cantieri su tutto il territorio nazionale. Ecco come l’economia verde delle risorse idriche può affermarsi anche nel nostro Paese.

Come sostengono gli esperti di green economy, due sono gli assi portanti dell’economia verde: l’energia e l’acqua. Del primo asse strategico se ne parla da tempo e si conosce abbastanza; del secondo invece il dibattito pubblico è solo agli inizi e di esclusivo dominio degli addetti ai lavori. Che non sono pochi, se pensiamo alle centinaia di società pubbliche e private che in Italia si occupano della gestione del servizio idrico integrato, le cosiddette utilities dell’acqua. Che sono poi le aziende che realizzano reti di distribuzione idrica, fognature, acquedotti e depuratori. Un settore poco indagato, di dimensioni economiche considerevoli, presente con numerose società in ogni regione italiana e dalle grandi potenzialità di investimento. Un settore, quello idrico italiano, che registra ancora un grave deficit infrastrutturale e alti fabbisogni da soddisfare. Un comparto che può dare lavoro a migliaia di addetti delle costruzioni e far riaprire centinaia e centinaia di piccoli e grandi cantieri, diffusi sull’intero territorio nazionale. Questa è la blue economy, l’economia sostenibile dell’acqua. A dirlo non solo gli ambientalisti più avveduti, ma gli stessi operatori del settore. «Le nostre utilities – afferma Adolfo Spaziani, coordinatore di Federutility, l’associazione che raggruppa 424 imprese pubbliche e private, che contano 45 mila dipendenti e che operano nei settori acqua ed energia – nonostante la crisi, hanno investito e continuano a farlo. Le aziende di servizi pubblici locali hanno svolto una funzione anticiclica, producendo occupazione sul territorio e migliorando la competitività complessiva. Più che grandi progetti, le nostre imprese hanno realizzato un insieme di opere diffuse, con effetti positivi per lo sviluppo economico e occupazionale dell’intero Paese».

Un esempio concreto viene dall’area milanese, in cui è presente Cap Holding, società pubblica che opera esclusivamente nel settore idrico, che mostra questi dati di bilancio. Nel 2012 sono stati realizzati investimenti per quasi 29 milioni di euro, che raggiungono e superano quota 60 milioni se si considerano gli investimenti che altre tre società pubbliche del settore – Ianomi, Tam e Tasm, ora confluite in Cap Holding per effetto della recente incorporazione – hanno effettuato lo scorso anno. Di questi 29 milioni, 3,8 sono andati alla depurazione, circa 10 per le fognature dei comuni soci e circa 12 nel settore acquedottistico. Cap Holding, vero colosso pubblico dell’acqua, nel programma settennale 2013-2019, prevede di investire 367 milioni di euro. Una parte consistente delle cifre in bilancio (95 milioni) verrà erogata per la depurazione delle acque e per evitare le sanzioni connesse all’infrazione comunitaria. E per le utilities dell’acqua, pur essendo per la maggior parte pubbliche, a differenza di Comuni e Province, non ci sono i vincoli imposti agli enti locali dal Patto di stabilità.

 

I dati del settore

In una recente ricerca condotta da Federutility sono stati analizzati i dati consuntivi di 110 gestori, che operano in 16 regioni. Dall’indagine si scopre che per il completamento della copertura del servizio idrico in tutta l’Italia sono necessari interventi di somma urgenza. Oltre alle perdite di rete negli acquedotti, la vera è emergenza sta nel fatto che il 15% dei cittadini italiani non è collegato a fognature e il 30% a depuratori. Il ritardo nella depurazione, oltre ai danni ambientali, ha già causato la condanna dello scorso anno da parte della Corte di Giustizia dell’Unione europea, con sanzioni che supereranno le 700 mila euro per ogni giorno di ritardo. Dalla ricerca Federutility emergono altri dati preoccupanti: nel 2011 sono state lamentate irregolarità nell’erogazione dell’acqua dal 9,3% delle famiglie residenti in Italia. Questo problema è lamentato soprattutto dalle famiglie del Mezzogiorno (17,4%), in particolare della Calabria (31,7%) e della Sicilia (27,3%). A fronte di questo quadro, gli investimenti stimati dai vigenti Piani d’ambito, cioè dagli strumenti di pianificazione degli interventi (la fonte è BlueBook 2011), ammontano a oltre 66 miliardi di euro per i prossimi 30 anni, pari a una media annuale di 2,2 miliardi di euro. Questo significherebbe investire poco meno di 40 euro per abitante l’anno per raggiungere gli obiettivi dei Piani vigenti. L’attuale livello nazionale di investimenti, invece, è di 26 euro (abitante/anno), ampiamente più basso delle previsioni. Un dato ancor più rilevante se confrontato al livello di investimenti dei paesi occidentali, che è pari (i dati sono dell’Ocse) a circa 80 euro/abitante/anno, come insegnano le esperienze britannica e statunitense. Nonostante una diminuzione dei contributi pubblici e una difficoltà crescente di accesso al credito, i gestori idrici realizzano investimenti in tutto il Paese, che valgono centinaia di milioni di euro ogni anno, distribuiti in interventi di entità medio- piccola e diffusi sul territorio. La proiezione nazionale degli investimenti dei gestori nel 2011 raggiunge 1,2 miliardi di euro, di cui solo il 10% provenienti da fondi pubblici: una cifra rilevante, ma assolutamente insufficiente, visto che si tratta di poco più della metà dei 2,2 miliardi che sarebbero necessari. Un altro dato preoccupante riguarda la morosità nei pagamenti delle bollette nell’acqua: in Italia il fenomeno è quattro volte superiore a quello del settore energetico. Un’altra recente ricerca Federutility dimostra che vi sono 3,3 miliardi di crediti scaduti e di bollette non pagate da oltre 24 mesi, buona parte delle quali imputabili alla pubblica amministrazione. Insomma, i soldi per gli investimenti ci sarebbero anche, peccato che quando ci sono non vengano riscossi. Nel settore idrico, colmare il gap di fabbisogno pro-capite (ovvero passare dai 26 euro l’anno per abitante agli 80 previsti dagli standard internazionali), genererebbe investimenti aggiuntivi tra 3 e 5 miliardi di euro l’anno, diffusi su tutto il territorio e per quasi il 40% concentrati al Sud. Infine, realizzare i nuovi impianti o adeguare le reti e gli impianti esistenti, creerebbe fi no a 130 mila posti di lavoro aggiuntivi.




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