Edilizia sanitaria | Port Sudan

Laterizio e pietre locali per il Centro pediatrico di Emergency

A Port Sudan, nella zona periferica della città portuale d’importanza strategica per tutto il Sudan, perché unico accesso a mare, l’intervento costruttivo è stato considerato «polo di rivitalizzazione sociale della zona». L’edificio è realizzato in laterizio prodotto nelle fornaci locali, utilizzando il già sperimentato sistema costruttivo a muri cavi ventilati e solai a voltine denominato jagharsch. L’uso del cemento è stato limitato ai pilastri angolari e ad alcune strutture secondarie.

Il progetto sin dal suo nascere ha avuto una genesi particolare. È frutto di un premio d’arte perché finanziato con il premio al Concorso internazionale Maxxi (Museo del ventunesimo secolo di Roma) 2×1000 del 2010 che ha selezionato come uno dei due progetti vincitori l’opera di Massimo Grimaldi «Emergency’s Paediatric Centre in Port Sudan Supported by Maxxi».

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Port Sudan | Il centro pediatrico a fine lavori.

L’opera di Grimaldi che ha destinato alla costruzione dell’ospedale il 92% del compenso, una somma pari a 643.800 euro, è un’opera d’arte fotografica costituita dalle immagini, realizzate in progress, di tutte le fasi di costruzione e d’inizio dell’operatività del nuovo ospedale. Un reportage mostrato in una doppia video-proiezione sincrona su una parete esterna del Maxxi.
La nuova clinica pediatrica di Emergency nasce da qui, dall’intuizione etica di un artista e dall’incontro di questo e una committenza attenta alla qualità, con un progetto utile.

IL CONTESTO
La clinica è situata in una zona periferica di Port Sudan, città portuale d’importanza strategica per tutto il Sudan perché unico accesso al mare del paese. Negli ultimi anni l’area ha avuto un enorme incremento demografico, passando in poco tempo dai trentamila abitanti d’inizio millennio ai quasi cinquecentomila del 2007.
Una crescita esponenziale e drammatica, causata dallo sviluppo del porto, dall’abbandono delle campagne provocato dalle sempre più frequenti siccità, ma soprattutto dall’ingente numero di profughi provenienti dai vari conflitti avvenuti nella regione, che ha concentrato in città una grande massa di poveri.
L’edificio è situato nella zona di espansione a nord ovest del porto, in un ampio spazio desertico tra due insediamenti abitativi fatti di baracche e di case in terra cruda; un’area molto povera in cui sono stati concentrati tutti i profughi sparsi nel resto di Port Sudan, una sorta di «nuova città» nella città.
La clinica è uno dei pochi avamposti sanitari di questa vasta regione in grado di fornire assistenza di base ai bambini della zona. In una superficie totale di 780 mq ospita 14 posti letto di degenza, 4 posti letto in isolamento, 3 ambulatori, farmacia e servizi diagnostici.

IL PROGETTO
L’edificio, a un solo piano, si basa sull’idea del recinto chiuso, con pochissime bucature esterne, ed è strutturato su un susseguirsi di corti. La gerarchia tra pieno e vuoto viene ribaltata in favore di quest’ultimo, che diviene così elemento generatore del progetto. L’ingresso alla clinica è dominato da un albero posto al centro della zona d’attesa, segno fondativo e frammento di vita e di continuità con il giardino esterno.

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Port Sudan | Un elemento caratterizzante della facciata principale sono i frangisole di legno ispirati agli edifici tardo coloniali, che evocano un altro retaggio dell’impero ottomano: le tipiche persiane in legno attraverso le quali donne osservavano le attività in strada senza essere viste. Schermature che proteggono dalla luce diretta del sole e dagli occhi indiscreti del mondo, sono macchine termiche per ombreggiamento e ventilazione perfette, semplici ed efficaci.

Gli interni sono caratterizzati dal forte controllo dell’irraggiamento diretto del sole attraverso la limitazione delle aperture esposte e attraverso la schermatura realizzata con pannelli in fibra naturale.
In questo modo gli spazi ospedalieri vengono isolati fisicamente e idealmente dalla calura opprimente esterna, con un susseguirsi di luoghi freschi e protetti illuminati da camini di luce zenitale che fungono anche da evacuatori del calore latente delle aree comuni; un modo per ripensare e riproporre le atmosfere e le tipologie dell’abitare tradizionale. Ma il progetto si pone anche al centro di una sorta di polo di rivitalizzazione sociale della zona.
La «piazza/giardino» posta sul lato d’ingresso dell’edificio ospita attività per gli adulti e il parco pubblico sul lato est è composto da un giardino per il gioco e da un piccolo campo per l’attività sportiva. Lo potremmo definire un «giardino pediatrico», dove il verde (irrigato dal sistema di depurazione delle acque reflue) rappresenta il vero catalizzatore sociale di tutta l’area ma anche una sorta di elemento di cura in sé. In questo deserto fisico e umano il giardino rappresenta una sorta di visione e assume un fortissimo valore simbolico perché preludio alla cura che verrà.

L’APPROCCIO
«Nella nostra azione progettuale la semplicità è elemento fondativo. Significa pensare sempre all’utile, all’indispensabile, senza ridursi a dare una risposta povera o «tecnica» all’esigenza pratica. Rivendicare il ritorno a una progettazione «civica» e non «cinica» vuol dire rimettere al centro del progetto il tema della semplicità con l’obiettivo di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo e con il minimo costo.
Anche il progetto della Clinica Pediatrica di Port Sudan si colloca in questo approccio che mira all’essenziale e all’utile, con allo stesso tempo una grande aspirazione sociale» spiegano i progettisti dello Studio Tamassociati che hanno curato il progetto architettonico ed esecutivo.

IL LOTTO
Il lotto è un’ampia zona desertica priva di vegetazione e in prossimità di un fiume secco che nella stagione delle piogge tende a straripare. Per tale motivo la clinica è stata posta su un terrapieno a +80 cm dalla quota zero per evitare possibili allagamenti. Inoltre nel corso dei lavori si sono approntate terrapieni per deviare il flusso dell’acqua e incanalarlo lontano dalla clinica e dalle case.

LA FORMAZIONE E LE IMPRESE
Port Sudan in anni recenti ha subito un forte cambiamento sociale dovuto all’afflusso di un’enorme massa di profughi in fuga dalla guerra; cambiamento che ha spesso pregiudicato la capacità edificatoria presente un tempo nella zona. Le imprese presenti in loco, infatti, sono formate prevalentemente da profughi con pochissima capacità professionale e privi di esperienza.

Port Sudan

Port Sudan | Nella facciata principale sono stati diversificati i materiali inserendo frammenti di sistemi costruttivi «tradizionali», in particolare la pietra di corallo di cui si trovano cumuli abbandonati in tutta l’area di Port Sudan, derivanti dalle demolizioni di vecchi edifici. L’intera città (come il sito archeologico di Suakin) era infatti costruita con questa pietra ora non più cavabile, un tempo unico materiale da costruzione reperibile presente lungo tutta la costa. Il cantiere è diventato laboratorio di restauro e di ripristino della memoria.

In questo contesto si è optato per trasformare il cantiere in un’occasione per far crescere le capacità professionali presenti nell’area oltre che per offrire un’occasione di lavoro equo per gli abitanti del campo profughi. Si è formata pertanto un’impresa edile gestita direttamente e totalmente da personale di Emergency formata da personale selezionato tra le tribù presente in loco.
A formare e guidare l’inesperta manodopera locale è stato richiamato personale sudanese formato nei cantieri precedenti a Khartoum e in Darfur. Un processo virtuoso che ha permesso di realizzare un’opera di architettura con altissimi standard pur utilizzando manodopera inesperta e analfabeta.

L’USO DEL LATERIZIO
Tecnicamente si è voluto pensare a un edificio realizzato totalmente in laterizio prodotto nelle fornaci locali, utilizzando il già sperimentato sistema costruttivo a muri cavi ventilati e solai a voltine denominato jagharsch. L’uso del cemento è stato limitato ai pilastri angolari e ad alcune strutture secondarie dell’edificio.
Fondazioni e strutture portanti, in laterizio prodotto localmente, sono di grande spessore, per la copertura principale si è optato per il sistema comunemente usato in Sudan negli anni passati realizzato in voltine ribassate in laterizio denominate jagharsch (da harsch, che in arabo significa arco) protetta dall’irraggiamento diretto del sole con un contro-tetto in lamiera che, oltre a isolare termicamente la copertura in jagharsch, crea una camera d’aria ventilata tra le due strutture.

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Port Sudan | L’ edificio è stato realizzato in laterizio prodotto nelle fornaci locali, utilizzando il già sperimentato sistema costruttivo a muri cavi ventilati e solai a voltine denominato jagharsch. L’uso del cemento è stato limitato ai pilastri angolari e ad alcune strutture secondarie dell’edificio.

L’uso di murature di grosso spessore con interposta camera d’aria ventilata ha consentito di ottenere buoni livelli di comfort ambientale. Le pareti massive, infatti, riescono a smorzare il flusso di calore che attraversa il muro nelle ore più calde della giornata giungendo nell’ambiente con uno sfasamento ottimale stimato intorno alle 12-16 ore. Il flusso termico di picco (per esempio alle ore 14) giunge all’interno nelle ore più fresche (ore 2-6). L’uso d’involucri massivi, inoltre, ha migliorato il comfort ambientale non solo sotto l’effetto dei carichi esterni, ma anche di quelli interni. Infatti, nei momenti di maggiore affollamento, essi contengono i livelli termici delle superfici interne della clinica, grazie alla capacità di assorbire calore.
Il semplice ricorso ai muri massivi non è stato sufficiente a garantire il benessere ambientale ed è stato necessario assicurare anche le seguenti condizioni: una limitazione delle aperture (peraltro opportunamente schermate dall’esterno) e un’adeguata ventilazione (naturale e, ove necessario, forzata). La limitazione delle aperture e delle loro dimensioni ha ridotto notevolmente il guadagno solare diretto durante il giorno.
In quest’ottica l’uso di sistemi di mascheramento solare sulle facciate è divenuto parte integrante della macchina termica. Importante, sia dal punto di vista culturale che estetico oltre che funzionale è stato l’uso di schermi intrecciati in bambù posti a protezione dei camminamenti e delle zone di sosta, tecnica ispirata al sistema tradizionale di fabbricazione di recinzioni in particolar modo nei campi profughi.
Un’adeguata ventilazione ha consentito invece di smaltire il calore che gli involucri massivi accumulano nel corso della giornata e che durante la notte tendono a trasmettere agli ambienti interni; in tal modo si è ottenuto il duplice beneficio di rinfrescare questi ambienti e di «scaricare» le pareti.

GLI ELEMENTI COSTRUTTIVI DELLA TRADIZIONE
Nella facciata principale sono stati diversificati i materiali inserendo frammenti di sistemi costruttivi «tradizionali» presenti nella zona e in particolare la pietra di corallo: un materiale di cui si trovano cumuli abbandonati in tutta l’area di Port Sudan, derivanti dalle demolizioni di vecchi edifici. L’intera città era infatti costruita con questa pietra ora non più cavabile, un tempo unico materiale da costruzione reperibile presente lungo tutta la costa. Così come lo è il sito archeologico di Suakin, a pochi chilometri di distanza: una città che storicamente ha svolto un ruolo cruciale per i commerci e per la cultura di questa regione e che ha conosciuto la sua epoca d’oro (anche dal punto di vista architettonico) a partire dai primi del Cinquecento quando il suo porto è stato conquistato dal sultano Selim I per restare sotto la dominazione Ottomana fino a metà dell’ottocento.

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Port Sudan | Nella facciata principale sono stati diversificati i materiali inserendo frammenti di sistemi costruttivi «tradizionali», in particolare la pietra di corallo di cui si trovano cumuli abbandonati in tutta l’area di Port Sudan, derivanti dalle demolizioni di vecchi edifici. L’intera città (come il sito archeologico di Suakin) era infatti costruita con questa pietra ora non più cavabile, un tempo unico materiale da costruzione reperibile presente lungo tutta la costa. Il cantiere è diventato laboratorio di restauro e di ripristino della memoria.

In questo modo il cantiere è diventato laboratorio di restauro e di ripristino della memoria, volontà di ricordare le radici di questo luogo.
Ulteriore elemento caratterizzante la facciata principale è la presenza di frangisole di legno ispirati agli edifici tardo coloniali, che evocano un altro retaggio dell’impero ottomano: le tipiche persiane in legno fatte in modo che le donne potessero osservare le attività in strada senza essere viste. Schermature che proteggono dalla luce diretta del sole e dagli occhi indiscreti del mondo, sono macchine termiche per ombreggiamento e ventilazione perfette, semplici ed efficaci.
Non è stato facile riproporre e riportare in vita questi elementi, che identificavano un carattere distintivo, ritracciabile in tutto quello che era il mondo ottomano dai Balcani all’Africa, in un luogo in cui si è persa la memoria dei saperi passati in favore di un vuoto tecnicismo della modernità.

VENTILAZIONE NATURALE E SISTEMA IMPIANTISTICO
Bisogna tenere presente che a Port Sudan per lunghi periodi dell’anno le temperature raggiungendo e superando spesso anche i 50°C con umidità tra il 5 e il 10%; tali fattori climatici, unitamente al problema delle polveri generata dai forti venti del deserto, hanno reso necessario uno studio approfondito di tecnologie specifiche di raffrescamento, isolamento e filtrazione; tecnologie atte a ridurre al minimo i consumi energetici dell’edificio tenendo in considerazione il massimo comfort abitativo delle struttura.
In quest’ottica il riciclo d’aria è stato realizzato utilizzando un sistema di trattamento naturale tipo Badgir (ispirato ai sistemi tradizionali di ventilazione naturale iraniani) integrato a un sistema di raffrescamento meccanico ottenuto da «water cooler» di tipo industriale.

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Port Sudan | Ventilazione naturale e sistema impiantistico. A Port Sudan per lunghi periodi dell’anno le temperature raggiungono e superano spesso anche i 50°C con umidità tra il 5 e il 10%; tali fattori climatici, unitamente al problema delle polveri generata dai forti venti del deserto, hanno reso necessario uno studio approfondito di tecnologie specifiche di raffrescamento, isolamento e filtrazione; tecnologie atte a ridurre al minimo i consumi energetici dell’edificio tenendo in considerazione il massimo comfort abitativo delle struttura. In quest’ottica il riciclo d’aria è stato realizzato utilizzando un sistema di trattamento naturale tipo Badgir (ispirato ai sistemi tradizionali di ventilazione naturale iraniani) integrato a un sistema di raffrescamento meccanico ottenuto da «water cooler» di tipo industriale.

I camini esterni captano all’altezza di otto metri l’aria più fresca e pulita dai venti dominanti da nord a sud portandola attraverso un cavedio tecnico nell’interrato dell’edificio in un percorso labirintico (già sperimentato con il Salam Centre in Sudan); l’urto provocato dall’impatto contro le pareti del labirinto oltre a rallentare la velocità dell’aria, permette di sedimentare gran parte della sabbia e delle polveri in essa contenuta. Il semplicissimo sistema si è rivelato essere molto efficiente ed economico e non richiede quasi manutenzione, se non una pulizia saltuaria dell’interrato.
Per il trattamento dell’aria si è optato per un sistema ad assorbimento adiabatico con l’installazione di due macchinari molto semplici di lavaggio dell’aria simile al sistema «Water cooler» con un assorbimento totale di tutto il sistema di 6kW per il raffrescamento e il ricambio d’aria a pieno regime.
Questo sistema ha permesso un abbattimento nel consumo elettrico nel condizionamento stimabile in circa il 70%. Nel corso di varie sperimentazioni d’esercizio si è avuto modo di verificare un abbattimento di circa 10° dalla temperatura anche nelle condizioni più critiche. Per esempio: con una temperatura d’ingresso nella torre di ventilazione di 38,7° umidità del 21% nella degenza si è registrata all’interno una temperatura di 28,4° umidità del 44% con sensazione di estremo confort.
Un impianto di questa natura rappresenta per il Sudan e per tutte le zone a clima sub-sahariano un’innovazione per la tecnologia utilizzata ma soprattutto per i costi contenuti di realizzazione e per l’estrema semplicità.
Come si legge nella relazione dell’ingegnere impiantista di questo progetto, «si è cercato di lavorare sull’efficienza fluidodinamica nella distribuzione dell’aria e di verificare l’effettivo rendimento del sistema di raffreddamento adiabatico nel clima di Port Sudan, dove la capacità di un sistema adiabatico è fortemente «limitata» da condizioni esterne molto «vicine» alla curva di saturazione, e pertanto il raffreddamento raggiungibile è minore.
Per ottenere un valore minimo e accettabile di potenza frigorifera da «cedere» al sistema, è stato pertanto necessario dimensionare correttamente la portata d’aria nelle due unità di trattamento dell’aria (Uta).
Gli impianti adiabatici sono necessariamente impianti a tutt’aria esterna (stante la necessità di garantire un «continuo» apporto d’acqua all’aria in trattamento), condizione per nulla sfavorevole in ambienti ospedalieri.
Se progettare significa, anche, accettare una nuova sfida ogni volta che «virtualmente» si affronta un foglio bianco da riempire di idee, questa volta la scelta è stata (forse) anche più radicale, nel tentativo di dimostrare che qualità, funzionalità, risparmio energetico e (perché no?) bellezza non devono necessariamente passare attraverso scelte economicamente e tecnologicamente «impegnative».
Un po’ per dirla come un vecchio industriale americano molto famoso nel suo settore (Henry T. Ford): «tutto ciò che non c’è non si rompe». E noi aggiungiamo anche non costa e non consuma. E quindi mi domando: sei proprio sicuro che non puoi farne a meno?»

RECUPERO ACQUE E SPAZI VERDI
Ma il progetto si pone anche al centro di una sorta di polo di rivitalizzazione sociale della zona.
La «piazza/giardino» posta sul lato d’ingresso dell’edificio ospita attività per gli adulti e il parco pubblico sul lato est è composto da un giardino per il gioco e da un piccolo campo per l’attività sportiva. Lo potremmo definire un «giardino pediatrico», dove il verde (irrigato dal sistema di depurazione delle acque reflue) rappresenta il vero catalizzatore sociale di tutta l’area ma anche una sorta di elemento di cura in sé.

Port Sudan

Port Sudan | L’uso del colore blu si accompagna con le tonalità del verde, che è il colore della natura: è quindi fresco e umido, rappresenta l’armonia e l’equilibrio, la costanza e la pazienza. Il suo utilizzo equivale a un modo per portare all’interno degli ospedali la natura, creando un ambiente fresco e allo stesso tempo ludico per i piccoli pazienti pediatrici.

In questo deserto fisico e umano il giardino rappresenta una sorta di visione e assume un fortissimo valore simbolico perché preludio alla cura che verrà.

L’USO DEL COLORE
Nel caso Port Sudan il blu si accompagna con le tonalità del verde, che è il colore della natura: è quindi fresco e umido, rappresenta l’armonia e l’equilibrio, la costanza e la pazienza.
Il suo utilizzo equivale a un modo per portare all’interno degli ospedali la natura, creando un ambiente fresco e allo stesso tempo ludico per i piccoli pazienti pediatrici. I colori hanno un indubbio impatto psicologico sulla percezione di uno spazio, influendo molto sulla psiche umana. Se le simbologie che vengono generalmente attribuite alle diverse tonalità cromatiche sono molte e sfuggenti, esistono significati che si sono profondamente radicati nella percezione collettiva e del singolo.

Il cantiere
Committente: Emergency Ngo
Progetto architettonico ed esecutivo: tamassociati (Massimo Lepore, Raul Pantaleo, Simone Sfriso con Laura Candelpergher e Enrico Vianello)
Responsabile del progetto: Pietro Parrino
Coordinamento: Rossella Miccio, Pietro Parrino
Progetto Impiantistico: Marco Paissan
Consulente strutturale: Francesco Steffinlongo
Responsabili di cantiere: Roberto Crestan
Impresa costituita: Autocostruzione
Superficie totale coperta: 780 mq
Superficie totale lotto: 5000 mq
Cost (constructione and fitting): 1.200.000 euro
Premi: Zumtobel Group Award 2014; Curry Stone Design Prize 2013; Medaglia d’oro G.Ius 2013.
Foto: Raul Pantaleo, Massimo Grimaldi

©Costruire in laterizio

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