Bim | Intervista ad Arturo Donadio, studio Spr srl

Lavorare “Bim Oriented” per migliorare il dialogo nel network di processo delle costruzioni

Ascoltando i protagonisti del mondo delle costruzioni emerge la necessità di procedure e strumenti tecnologici in grado di coprire quelle aree non regolamentate nei rapporti professionali, spesso causa di errori, incongruenze e perdite di marginalità per ciascun attore di processo della filiera. 

L'autore | Ing. Vittorio Mottola Laureato in ingegneria edile, libero professionista e imprenditore edile, consulente software tecnico.

L’autore | Ing. Vittorio Mottola
Laureato in ingegneria edile, libero professionista e imprenditore edile, consulente software tecnico.

Le nuove frontiere metodologiche e tecnologiche sono, spesso, il risultato di necessità operative che nascono dall’azione sul campo. L’esperienza diretta, infatti, mette in evidenza procedure operative e relative criticità. Dalle esigenze di chi opera nascono le richieste che portano all’implementazione di nuove prassi e tecnologie in grado di migliorare i flussi di lavoro. Risulta, pertanto, di efficace supporto alla ricerca conoscere i processi, i workflow, i punti di vista, le critiche e le richieste di chi opera nei comparti del mondo delle costruzioni. Comparti che, dalla progettazione alla fornitura, dal cantiere alla manutenzione, nessuno escluso, sono oggetto di una grande fase innovativa basata sulla metodologia di lavoro «Bim oriented».

Il Building Information Modeling, concetto molto più ampio di quanto il suo stesso acronimo possa lasciar trasparire, se opportunamente adottato e condiviso, riesce a configurarsi proprio come il collante di quei comparti che, ancora oggi, lavorano per compartimenti stagni. Le frontiere del Bim sono ben definite, ma non ancora circoscritte, in quanto basate su metodologie e strumenti relativamente recenti che hanno aperto la strada a canali di ricerca e di sviluppo, come per esempio quella di nuove procedure di validazione dei progetti, fino a poco tempo fa solo teoricamente auspicabili.

L’evoluzione di metodologie e procedure supportate da uno sviluppo tecnologico molto veloce sta trasferendo sempre più rapidamente negli studi di ingegneria le simulazioni dei processi produttivi, anticipando, in studio, molti dei problemi che in genere si affrontano in fase di cantiere. Di fatto, si sta spostando all’interno degli studi professionali il baricentro che vede orbitare attorno al nucleo del progetto tutti gli attori della filiera che prendono parte al processo produttivo.
A tal proposito, ciò che emerge ascoltando gli operatori è la necessità di procedure e strumenti tecnologici in grado di riempire gli spazi delle aree non regolamentate nei rapporti professionali, spesso causa di errori, incongruenze e perdite di marginalità per ciascun attore di processo della filiera.

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Emerge chiaramente, inoltre, come la necessità di procedure e, soprattutto, del legame procedura-strumento, sia maggiore della necessità di tecnologie pure e come questo connubio sia molto indietro rispetto la ricerca tecnologica stessa. Automatizzare infatti al massimo operazioni che migliorano il lavoro del singolo (implementando quantità d’informazioni del progetto) può portare addirittura a una maggiore di difficoltà di comprensione e coordinamento se tali dati non vengono trasferiti correttamente a chi partecipa alla stessa commessa. Il Bim, pertanto, inteso nella sua impropria accezione tecnologica (come l’insieme degli strumenti più evoluti a nostra disposizione), seppur apportando una serie indiscutibili di vantaggi, non può che essere letto come un Cad evoluto, un’inevitabile evoluzione tecnologica conseguenza dei tempi che passano. Ben diversa e sostanziale è la lettura del Bim nella sua reale e profonda accezione di procedura operativa, ossia di quell’insieme di regole, difficilmente standardizzabili perché legate agli obiettivi dello specifico progetto, necessarie a far sì che attori e strumenti tecnologici possano dialogare attraverso l’impostazione di una procedura mirata e basata sulla condivisione degli intenti e degli obiettivi.

In questo percorso attingeremo dall’esperienza dell’ing. Arturo Donadio, ingegnere milanese che opera sia a livello nazionale che internazionale, socio e presidente dello Studio Associato Sps Studio Progetti strutturali.

Come progettisti strutturali siete coinvolti nel processo di progettazione di un’opera sin dalle fasi iniziali o intervenite a progetto architettonico ultimato?
Purtroppo non c’è una strada unica, dipende molto dal nostro committente e dalla fase del progetto. Ho progettato molti edifici per Expo Milano 2015 e in alcuni casi siamo partiti, come per gli edifici destinati ai servizi generali, di pari passo con l’architetto e l’impiantista e abbiamo potuto analizzare tutto sin dal principio. Sempre per Expo, tramite l’impresa che ha vinto l’appalto, ho progettato le strutture dell’innovativo padiglione cinese Vanke, con progetto architettonico (dell’arch. Libeskind) e strutturale definitivo già elaborati e, quindi, siamo intervenuti in una fase di progettazione esecutiva con molte scelte già compiute, migliorabili, ma non radicalmente modificabili.

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Quali sono le difficoltà nell’intervenire in corso d’opera piuttosto che lavorare simultaneamente?
Le difficoltà in corso d’opera sono cospicue, soprattutto se, come accade, non c’è un team affiatato. Da anni parliamo di progettazione integrata, abbiamo fatto addirittura dei consorzi stabili di progettazione. Il nostro studio partecipa a un consorzio stabile, che si chiama Red, nato nel 1994. Già allora sentivamo la necessità di una progettazione integrata con tutti gli attori principali al tavolo, dal primo momento della nascita del processo.

Il concetto tradizionale di progettazione integrata include le discipline progettuali architettura, struttura e impianti. In che maniera avviene il coordinamento progettuale? Come dialogate con gli impiantisti?
Gli impiantisti, appena possibile, vengono coinvolti sin dal principio. Il grande problema, al di là delle tecniche di dialogo e delle tecnologie disponibili, è la forma mentale di chi opera. Spesso ancora oggi l’impiantista fa fatica, per pratica consolidata di lavoro in autonomia, a dialogare con gli altri attori, come l’architetto e lo strutturista. L’affiatamento rimane sempre fondamentale in un team di progettazione.

Si è occupato, tra le tante attività, della progettazione della nuova sede milanese, nota anche come Torre o Palazzo della Cultura, della casa editrice Tecniche Nuove Spa, che ha deciso di ospitare, proprio su questa rivista, un importante percorso di analisi e ricerca sulle nuove tendenze della progettazione e sul rapporto sempre più stretto tra progettazione e cantiere, cantiere virtuale e cantiere reale. Ci racconta l’esperienza progettuale della Torre della Cultura?
È stata un’esperienza molto pregnante, soprattutto perché abbiamo incontrato una committenza fuori dal comune che, sembrerà paradossale, ha addirittura tenuto lezione a noi progettisti, indicandoci come dialogare, un fatto straordinario. Il committente in questo caso è entrato nella logica del progetto e ci aiutati molto nel dialogo, uno stimolo straordinario che ha contribuito a farci arrivare in tempi ragionevoli a un prodotto di qualità.
Capita molto di rado intorno al tavolo di lavoro parlare di cultura e non mi è mai capitato con il committente. Bisognerebbe parlare molto di più di cultura soprattutto fra chi è chiamato a farla, perché chi progetta proietta delle idee in qualche cosa che poi viene realmente realizzato e non può che farlo attingendo ai profili culturali, storici, geografici, architettonici o tecnologici.
Tecnicamente, il progetto, dal punto di vista strutturale, ha riservato tutta una serie di difficoltà. Quando progetto cerco di dare voce alle idee degli architetti. In questo caso, l’architetto aveva in mente una certa forma, con pochi pilastri interni e quindi ho studiato le tecnologie costruttive più opportune per rispondere alle sue richieste. Da una geometria architettonicamente interessante e valente sotto tanti profili, l’ingegnere strutturista deve, compendiando l’economicità dell’opera, la fattibilità costruttiva, una temporalità corretta e, ovviamente, l’aspetto normativo, dare voce a queste esigenze. La particolare geometria a base ellittica della Torre ha determinato la necessità di controventi alle estremità; nella parte centrale, invece, ci sono delle solette molto importanti perché le pilastrature sono rarefatte. Geotecnicamente l’edificio è stato risolto con una grossa platea, molto impegnativa, ma abbiamo mantenuto l’appoggio diretto al suolo quindi non ci sono palificazioni o sottofondazioni particolari.

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Le sue esperienze a livello nazionale e internazionale nel rapporto con i colleghi e con la committenza sono differenti in merito alle procedure?
È chiaro che la lingua fa molto, in Italia c’è un dialogo più facilitato che non all’estero. Inoltre io intendo il progetto come qualcosa di molto umano e molto caldo e progettare a distanza raffredda molto le relazioni: ci sono dei profili di sensibilità che vanno scoperti ed è un procedimento molto lungo. Chiaramente bisogna andare all’estero con grande umiltà e cercare di cogliere mentalità molto diverse dalla nostra.
Parliamo ora di normativa e, in particolar modo, di lavori pubblici. Tra le attività del suo studio vi è anche la validazione dei progetti. Il regolamento attuativo del Codice degli Appalti, il Dpr 207/2010, all’art.24, Documenti componenti il progetto definitivo richiede, alla lettera h), il censimento e il progetto di risoluzione delle interferenze. Inoltre, all’art. 29, Calcoli delle strutture e degli impianti, richiede, al comma 1), che «i calcoli delle strutture e degli impianti devono consentire di determinare tutti gli elementi dimensionali, dimostrandone la piena compatibilità con l’aspetto architettonico e impiantistico e più in generale con tutti gli altri aspetti del progetto».

Mentre per le interferenze di tipo temporale si ricorre al Gantt, per quelle spaziali impiegate strumenti o criteri progettuali o metodologici particolari?
Quando validiamo un progetto entriamo in un procedimento che è un processo, per il quale il validatore ha precise responsabilità e non si sostituisce al progettista. Gli strumenti che adottiamo nell’ambito della validazione sono quelli necessari per un controllo semplice ma approfondito. In campo strutturale controlliamo la compatibilità del progetto strutturale con quello architettonico. Se questa compatibilità sussiste, se c’è omogeneità, allora per noi il progetto dal lato strutturale è validabile. Non facciamo mai tipicamente controlli tra lo strutturale e l’impiantistico.

Queste procedure però non sono automatizzate, sono lasciate al controllo del validatore?
Ci sono Istituti omologati per la validazione, con le proprie procedure a cui gli ispettori validatori devono attenersi. Si tratta, generalmente, di controlli in due dimensioni delle tavole redatte dai progettisti.

Per la sua esperienza di tecnico validatore, quali sono le difformità e le incongruenze che ha riscontrato più di frequente negli elaborati di progetto?
Quando l’opera è particolare, i problemi strutturali sono legati alle soluzioni strutturali adottate e ai risultati del calcolo. Cito un esempio. Noi abbiamo validato il Quarto ponte sul Canal Grande a Venezia, quello dell’arch. Calatrava. Purtroppo c’è ancora una causa in corso perché il progetto è stato assoggettato a numerose varianti con un forte aggravio di spesa. Nel corso della validazione abbiamo controllato il calcolo e ci siamo accorti che il ponte eccedeva nel campo vibratorio. Abbiamo indotto il progettista, l’arch. Calatrava, ad aumentare lo spessore in chiave per diminuire questi effetti vibrazionali. Ecco, questi sono gli aspetti che più ci colpiscono. Spesso poi gli errori avvengono nelle «aree grigie»: «lo disegno io», «no lo dici tu», «tocca a me», «tocca a te», nessuno lo dice, nessuno lo fa e nasce l’errore. Se la progettazione integrata fosse davvero integrata e coordinata, queste aree grigie non sussisterebbero: molti errori nella progettazione sono dovuti alla mancanza o alla cattiva comunicazione.

In termini normativi, la richiesta di elaborati di progetto tra pubblico e privato è molto differente. Ritiene che questa differenza progettuale si ripercuota nei due tipi di cantiere?
Ho avuto la fortuna di occuparmi di lavori privati piuttosto impegnativi e con clienti esigenti per i quali si è fatto di più rispetto a quanto si possa o debba fare con un lavoro pubblico; anche perché il privato è direttamente coinvolto sotto il profilo economico e, quindi, presta grande attenzione. Progettiamo molto per Ikea per la quale il processo progettuale è molto articolato e complesso e il coordinamento spetta ai suoi tecnici. Può sembrare facile progettare i capannoni, apparentemente tutti uguali, ma ci sono procedure particolari, una continua evoluzione che porta a un costante miglioramento; lì si che c’è un’interferenza notevole tra struttura e impianti perché c’è un’impiantistica molto articolata. In riferimento, invece, a cantieri più semplici, come i condomini tradizionali, penso che la possibilità di errore cresca esponenzialmente, ma esiste anche una difficoltà progettuale ben più ridotta.

Circa il coordinamento della sicurezza, il vigente Testo Unico, il Decreto Legislativo n.81/08 e s.m.i. richiama più volte, in articoli e allegati, i concetti di scelte progettuali e organizzative, di pianificazione temporale e spaziale, di lavorazioni interferenti, di fasi e sotto-fasi di lavoro, di fasi di lavoro critiche, evidenziando che il cantiere è una struttura spaziale dinamica. Crede realmente che la sicurezza possa essere progettata? In che maniera? Come trasferire il progetto a tutti gli attori coinvolti?
Questo è un tema molto delicato e, ahimè, non sono un esperto. Posso però raccontarle la mia esperienza. Ho svolto svariate consulenze come Ctu e ho dovuto fare, purtroppo, il Ctp in alcuni casi di incidenti, di cui un paio addirittura mortali. La sicurezza deve essere accuratamente progettata e il coordinatore della sicurezza in fase di progettazione deve stare seduto di fianco ai progettisti, studiare con loro le tecnologie e le fasi di lavoro. Si studia troppo poco la fase di costruzione dell’edificio, dal punto di vista strutturale. In termini più generali, le varie fasi vogliono dire livelli di rischio differenti, movimentazioni, passaggi, trasporti, presenze. Bisognerebbe anche codificare meglio una progettazione di tutta la fasizzazione dell’opera affinché, appunto, tutto il processo possa essere monitorato e controllato.

Una simulazione dinamica del processo produttivo che superi la «almeno una planimetria» richiesta dalla normativa può mettere in evidenza gli aspetti critici del processo oggi non considerati a causa di una mancata progettazione vera e propria?
Si, certamente. Quando si migliora un procedimento, purtroppo c’è, a volte, in Italia, anche una ricaduta negativa. Quando uscì la legge Merloni nel 1994 si pensò che non ci sarebbero più state tangenti e che si sarebbe tornati a una centralità progettuale. È vero che c’è stato il tentativo di evitare le varianti ma, di fatto, così non è stato. Questo in campo pubblico, ma anche nel settore privato. Se l’impresa si trova un progetto esecutivo, il gioco diventa un gioco al massacro, una ricerca a come disfare il progetto e rifarlo sotto il profilo tecnologico, sotto il profilo della caccia all’errore o sotto un profilo della temporalità. Ahimè, il circuito non sempre è virtuoso, lineare e omogeneo, perché quando si arriva all’appalto capita che c’è chi cerca di distruggere ciò che si è fatto.

A questo proposito, ritiene che mettere a disposizione delle imprese il progetto con i modelli tridimensionali integrati possa essere una soluzione per una maggior condivisione delle informazioni e una valutazione preventiva?
Potrebbe essere, almeno a livello teorico, una soluzione. Nel caso degli Appalti pubblici si è tornati precipitosamente all’appalto integrato, a proporre all’appaltatore un progetto definitivo affinché lui sviluppasse l’esecutivo e se ne assumesse le responsabilità. Ecco, indipendentemente dalla forma, potrebbe diventare interessante obbligare l’impresa costruttrice a utilizzare questi strumenti di simulazione per dimostrare che il proprio procedimento è corretto e virtuoso.

Parliamo, infine, di evoluzione tecnologica e metodologie di lavoro. Quanto ritiene importante l’adozione di procedure consolidate in un workflow di lavoro? All’interno del suo team ne adottate di particolari?
L’adizione di procedure consolidate è importantissima, però deve rimanere un po’ elastica. In altri termini esiste un flusso che poi, di volta in volta viene rettificato e calibrato.

Ricorda critiche all’innovazione operativa apportate dagli strumenti digitali Cad based?
Fu una svolta epocale per i disegnatori, che si lamentarono tantissimo dell’obbligatorietà del passaggio alle nuove tecnologie. Quando ho iniziato la professione, c’erano fantastici disegnatori che disegnavano con il tecnigrafo. Quei disegni hanno un calore che non è riproducibile con nessun tipo di software. Il disegnatore aveva immediatamente un senso generale della sua tavola, che nasceva già organica, omogenea. Il disegnatore sapeva dove sistemare in maniera corretta i dettagli e la tavola era scorrevole. Non soltanto la grafia era calda, ma tutta la tavola era omogenea, proporzionata. Con i personal computer questo non avviene perché il disegnatore fa fatica, continua a passare dal particolare al generale, dal generale al particolare e in questo senso possono nascere equivoci ed errori.

Perché, nonostante la presenza sul mercato da diversi anni di nuove e importanti tecnologie, siamo rimasti ancorati al concetto di Cad e in particolar modo di Cad 2D?
Salvo eccellenze, le strutture medio piccole e i progettisti singoli vivono la progettazione come l’ultimo dei profili. Prima c’è trovare il lavoro, farsi pagare dal cliente, gestire le situazioni burocratiche, intessere relazioni.

Ritiene che il momento di difficoltà del settore professionale, oltre al sempre citato periodo congiunturale economico, dipenda anche dal non aver investito in nuove metodologie e tecnologie?
Sicuramente. Ho uno spaccato dei professionisti italiani molto chiaro perché da anni partecipo ai comitati nazionali di Inarcassa e ho percezione della mentalità dei colleghi. Siamo rimasti molto indietro e la mentalità va radicalmente cambiata. Gli studi che si sono aperti alle esperienze estere, o che hanno fatto rete, hanno realmente compreso cosa significhi aprirsi. Il linguaggio di comunicazione diventa il progetto stesso come prodotto finale.
C’è tutto l’iter per arrivare al progetto; vuol dire coltivare idee, consuetudini locali più che internazionali. Il dialogo sul progetto può avere successo se ci si pone allo stesso livello degli altri, altrimenti possiamo dotarci degli strumenti migliori, ma non si arriva a un risultato concreto e positivo. Io non continuerei a parlare di momento di crisi. C’è sì una crisi economica, ma c’è il mondo che ci chiama. Globalmente, ogni giorno, il mondo sta migliorando. Questa non si chiama crisi. Il mondo ha cambiato il proprio asse di rotazione e noi dobbiamo stare dietro questi cambiamenti. È chiaro che l’Italia vive una serie di problematiche. Ci sono le problematiche dell’invecchiamento dell’Europa e ci sono le difficoltà dell’Italia dentro l’Europa. Abbiamo procedure vecchie, regolamenti sballati, una giustizia che non funziona.
Non riusciamo a crederci. Come Italiani però abbiamo ancora per qualche anno delle chance perché all’estero ci conoscono ancora come gli «Italiani», coloro i quali hanno la cultura, la storia, la fantasia. Possiamo sfruttare ancora per qualche anno questa scia prima che sia finita del tutto, ma, soprattutto, nel frattempo, tornare seriamente a investire.

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