Soprintendenze | Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Le regole di comportamento e di dialogo valgono anche per le soprintendenze

La giurisprudenza è intervenuta spesso per richiamare l’attenzione sulle regole che devono essere rispettate dalle soprintendenze nell’azione di tutela dei beni culturali e paesaggistici nell’ambito del procedimento amministrativo.

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Il ruolo delle soprintendenze è al centro di un acceso dibattito sulla necessità che le stesse non siano un freno allo sviluppo del territorio attraverso un’attività connotata dall’esercizio di un potere di veto di natura discrezionale grazie all’esistenza di vincoli indeterminati, ma si pongano in positivo come soggetti capaci di offrire un contributo per migliorare la progettazione delle opere ed il loro inserimento nel contesto ambientale. Siamo ancora lontani, però, da questo obiettivo e continuano i contenziosi, tanto è vero che la giurisprudenza è intervenuta spesso per richiamare l’attenzione sulle regole che devono essere rispettate dalle soprintendenze nell’azione di tutela dei beni culturali e paesaggistici nell’ambito del procedimento amministrativo, sulla scia delle indicazioni venute dal legislatore, che con il dl n.78/2010 ha innovato la disciplina del dissenso nella conferenza di servizi prevedendo che le amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico regolarmente convocate debbano, a pena di inammissibilità, manifestare il proprio dissenso in sede di conferenza di servizi e che il dissenso debba: essere congruamente motivato; riferirsi alle sole questioni relative all’oggetto della conferenza; recare le specifiche indicazioni delle modifiche progettuali necessarie per ottenere l’assenso.

Il Decreto ha, inoltre, esteso anche alle amministrazioni preposte alla tutela ambientale- con esclusione dei provvedimenti in materia di Via, Vas E Aia- ed a quella paesaggistico territoriale la regola in virtù della quale si considera acquisito l’assenso dell’amministrazione il cui rappresentante non abbia espresso definitivamente la volontà dell’amministrazione rappresentata in sede di conferenza di servizi. Tornando alla giurisprudenza, il primo tema affrontato è quello della discrezionalità, in merito alla quale (TAR toscana n.487/2014), si è affermato che i provvedimenti attraverso i quali l’amministrazione esercita il potere-dovere di garantire la conservazione dei beni vincolati presuppongono valutazioni ampiamente discrezionali sulla compatibilità dell’intervento edilizio progettato con la natura del bene tutelato, ma del quale deve pure essere consentita al proprietario un utilizzazione che non lo snaturi. E’ dunque necessario assicurare il contradditorio procedimentale in quanto lo stesso è direttamente proporzionale al tasso di discrezionalità valutativa attribuita all’amministrazione decidente, in modo da vagliare con attenzione le ragioni addotte dall’interessato e di evidenziare o specificare gli elementi fattuali e giuridici che hanno condotto alla valutazione dell’istanza, in modo da instaurare una fase paracontenziosa con il privato prima di decidere in via definitiva.

La giurisprudenza (Tat Campania n.4792720139 ha, altresì, sottolineato che le valutazioni operate dalle soprintendenze costituiscono espressioni di discrezionalità tecnica, per cui sono sindacabili per eccesso di potere, in sede di legittimità, esclusivamente per difetto di motivazione, illogicità manifesta ed errore di fatto. La soprintendenza deve, perciò, dare conto delle ragioni del diniego opposto alla costruzione progettata e spiegare i motivi del contrasto con il vincolo oggetto della tutela, chiarendo in che cosa si sostanzierebbe la detrazione ambientale che deriverebbe dalla realizzazione dell’opera, per cui non possono essere usate espressioni sintetiche, vaghe e generiche, in quanto denoterebbero un insufficienza della motivazione, a sua volta conseguenza di una istruttoria evidentemente carente. Una ulteriore problematica riguarda la richiesta di documentazione integrativa da parte della soprintendenza che per essere legittima non si deve risolvere in un ingiustificato aggravamento del procedimento attraverso richieste pretestuose, dilatorie e tardive (Consiglio di Stato n.2359/2013), considerato anche che è la Regione competente a valutare la completezza della documentazione con facoltà di chiedere integrazioni, per cui le eventuali ulteriori richieste della soprintendenza nella fase successiva duplicano l’onere a carico del privato e ritardano i tempi.

Si devono registrare anche contrasti giurisprudenziali su alcuni temi che non agevolano certo la prassi amministrativa, quale ad esempio il ritardo nell’emissione dell’assenso. Da un lato si afferma che il parere rilasciato in ritardo rispetto al termine perentorio fissato, è da considerarsi privo dell’efficacia attribuitagli dalla legge e cioè privo di valenza obbligatoria e vincolante ( Consiglio di Stato n.1561/2013); di contro si è ritenuto che in caso mancato rispetto del termine, il potere della soprintendenza continua a sussistere e mantiene la sua natura vincolante in base ad una interpretazione sistematica delle disposizioni del Codice, in quanto la perentorietà del termine non riguarda la sussistenza del potere, ma l’obbligo di concludere la fase del procedimento (Consiglio di Stato n.4914/2013). Da queste indicazioni discende che l’obiettivo dovrebbe essere quello di un dialogo costruttivo per rendere compatibile il progetto con le esigenze di tutela, evitando atteggiamenti di auto-gratificazione oppositiva.

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