Città e mercati | Gastone Ave

L’università, un motore per lo sviluppo delle città

In Italia il numero degli atenei è aumentato in modo irrazionale negli ultimi 30 anni. Ma quel che è peggio è che il sistema universitario si è frammentato in centinaia di «sedi distaccate». Secondo dati del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (Miur) oggi gli atenei statali sono 67 articolati in 859 dipartimenti, 29 facoltà, 1.118 centri di ricerca.

Serve ripensare il rapporto tra università e città, quello attuale non funziona. Un rapporto nuovo potrebbe diventare vantaggioso per tutti, basti comprendere che la questione non è limitata all’edilizia universitaria ma è molto più complessa.

Nel mondo anglosassone la relazione tra università e città è un tema serio di politica economica. Sono sorte diverse associazioni, per esempio la Itga (International Town-Gown Association), con lo scopo di avviare iniziative di mutuo vantaggio tra città e università.

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

In Italia una prima analoga iniziativa è stata avviata a Ferrara da comune e università nel 2013 con la creazione di UniTown – Rete europea di città universitarie. La rete, che ha già raccolto l’adesione dei sindaci e dei rettori di città di una decina di paesi europei, intende definire una lista di buone pratiche per costruire relazioni di reciproco vantaggi tra le comunità, le amministrazioni e le imprese, da un lato, e le università dall’altro. Il problema è che in Italia il numero degli atenei è aumentato in modo irrazionale negli ultimi 30 anni. Ma quel che è peggio è che il sistema universitario si è frammentato in centinaia di «sedi distaccate». Non è una buona notizia, né per il Paese né per le nostre città. Oggi esiste in Italia una polverizzazione di istituzioni universitarie impressionante quanto poco nota. Secondo dati del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (Miur) oggi gli atenei statali sono 67 articolati in 859 dipartimenti, 29 facoltà, 1.118 centri di ricerca. Considerando anche i 29 atenei non statali si arriva a 96 atenei, in media quasi uno per ogni città capoluogo di provincia. L’Italia è nota nel mondo come il Paese delle 100 città. Potrebbe diventare nota come il Paese delle 100 università, ma forse non sarebbe cosa di cui vantarsi visto che lo spezzettamento delle istituzioni è il risultato di anni di fervido clientelismo politico. Con le «sedi distaccate» la polverizzazione del sistema dell’istruzione e ricerca appare in tutta la sua irrazionalità: i 96 atenei oggi esistenti in Italia sono frammentati in 360 sedi localizzate in circa 300 comuni di taglia media, piccola e spesso piccolissima. Vediamo alcuni esempi tra i tanti possibili. L’Università di Catania ha sedi in 13 altri comuni oltre che a Catania. La sede dell’Università del Piemonte Orientale, sorta nel 1998, è stata posta a Vercelli. Le facoltà sono state disseminate tra la stessa Vercelli e Alessandria, Novara, Asti, Alba, Bra, Casale Monferrato, Biella, Verbania, Stresa. L’Università di Torino oltre che nel capoluogo regionale e nei comuni limitrofi ha sedi anche ad Aosta, Asti, Biella, Casale Monferrato, Cuneo, Novara, Alba, Fossano, Peveragno, Pinerolo, Savigliano, Verzuolo, e perfino a San Remo in Liguria. Il Politecnico di Torino ha sedi distaccate in altri 6 comuni, compreso Verres in Valle d’Aosta che non raggiunge i 3 mila abitanti. La nascita di nuovi atenei e la frammentazione delle sedi degli ultimi 30 anni sono riconducibili a logiche localistiche che poco o nulla hanno a che fare con la volontà di migliorare il sistema della istruzione e della ricerca. Le ragioni vanno ricercate in un mix deleterio tra inutili duplicazioni di corsi e attese di ritorni economici in loco per l’affitto delle sedi e per le attività attese nell’indotto. Profitti privati a carico della spesa pubblica che è aumentata per alimentare lo spezzatino dell’università italiana. La proliferazione delle sedi universitarie si è risolta in un fallimento, pagato in primo luogo dagli studenti a cui non è stata offerta una formazione di qualità che solo sopra certe soglie dimensionali e in contesti urbani si può ottenere. La moltiplicazione delle sedi ha pesato sui conti pubblici (centrali e locali) e non ha innescato nei comuni prescelti quell’indotto che forse in buona fede gli amministratori locali si aspettavano. Quando una città ha una forte presenza di università è indicata spesso, negli Stati Uniti come in Italia, come «città universitaria» («town-gown» in inglese). In ambedue i paesi dal rapporto tra università e città ci si aspetta dei riflessi positivi per l’economia locale. Negli Stati Uniti gli esempi virtuosi non mancano. Basti pensare alla relazione tra le aziende informatiche della Silicon Valley e le due principali università della California, Ucla e Berkeley. Un rapporto stretto e vincente per ambedue i soggetti, con ricadute evidenti anche su Los Angeles e sulle altre città interessate. Un altro caso esemplare è l’osmosi tra l’industria avanzata localizzata a Boston e dintorni (informatica, farmaceutica, medicina ecc.) e Harvard e il Mit. Colpisce la notizia che Harvard, concentrata nella sola città di Cambridge, confinante con Boston, ha lanciato nel settembre del 2013 un programma di raccolta fondi per 6,5 miliardi di dollari, una cifra quasi pari al fondo di finanziamento ordinario (Ffo) per un anno di tutta l’università italiana con i suoi 67 atenei statali e le sue tante sedi distaccate. Sappiamo che l’università italiana è agli ultimi posti in Europa quanto a finanziamenti pubblici. Serve aumentare gli investimenti, e al tempo stesso aumentare l’efficienza interna del sistema, a partire dalla riduzione delle sedi distaccate, premessa per un nuovo rapporto con le città e le imprese.




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