Se ne parla | Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Ma i conti tornano?

Approvato il decreto per il saldo dei debiti della PA

Prima la notizia: mentre in redazione chiudiamo il numero di aprile de Il Nuovo Cantiere, il Governo ha approvato il decreto sui debiti della pubblica amministrazione apportando molte e sostanziali modifiche alla prima stesura.

Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Ora i punti salienti del decreto partendo dalle cifre: nei prossimi 12 mesi andranno alle imprese 40 miliardi (su un totale che, stando alle stime di BankItalia, è di 90 miliardi di debito e, secondo la Cgia di Mestre, è di 130 miliardi).
Entro il 30 di questo mese tutte le amministrazioni dovranno far pervenire l’elenco e la richiesta di spazio finanziario al Governo che, entro il 15 maggio, provvederà alla ripartizione degli spazi e delle risorse finanziarie. Le amministrazioni pubbliche, a loro volta entro fine maggio, dovranno comunicare ai propri fornitori i loro piani di pagamento.
Ecco cosa riguarda gli enti locali: nel corso dell’anno i pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili di parte capitale (quindi investimenti già effettuati dalla pubblica amministrazione) verranno esclusi dal Patto di Stabilità interno.
Questi gli importi: 5 miliardi per gli enti locali, 1,4 miliardi per le Regioni, 500 milioni per le amministrazioni centrali, 800 milioni per investimenti cofinanziati da fondi Ue. Il decreto ha obbligato tutte le amministrazioni a effettuare un censimento completo di tutti i debiti commerciali già scaduti o in scadenza, ancora pendenti e a predisporre un elenco completo dei debiti che debbono essere saldati.
Secondo il decreto le amministrazioni possono già dar inizio ai pagamenti visto che il decreto legge è già stato pubblicato e, sempre per quanto concerne i pagamenti, avranno la capacità propria di provvedere alla spesa per 14 miliardi (dei 40 previsti) e per gli altri 26 miliardi lo Stato ripartirà non solo gli spazi di liquidità esistenti ma anche le linee di credito.
Il Paese però non deve sforare il Patto di Stabilità europeo (ovvero deficit e Pil del 3%) e il decreto ha previsto misure considerate precauzionali che permetteranno di non superare il limite del 2,9%.
Passiamo ai commenti al decreto legge. Siamo di fronte a un autentico mix di reazioni contrastanti e all’insegna della “calma, prima approfondiamo!”.

Paolo Buzzetti, presidente Ance.

Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, ha commentato positivamente quanto deliberato dal Governo ritenendo che l’allentamento del Patto per 7,7 miliardi di euro è un segnale positivo per il comparto delle costruzioni, comparto che, come noto, se la passa molto male e che proprio tra i motivi principali di questa situazione di crisi annovera i mancati pagamenti della pa. Il presidente dei costruttori ha manifestato consenso anche perché è stata tolta dal dl la norma che “vietava ai comuni che usufruivano dell’allentamento del patto di poter effettuare investimenti per i successivi 5 anni”.

Maurizio Casasco, presidente Confapi.

Scettico il vertice di Confapi con le considerazioni di Maurizio Casasco quando riferisce che “è meglio che niente anche se è stata predisposta una procedura così complessa da non consentire di prevedere chi, quando e quanto riscuoterà”, posizione molto simile a quella di Giulio Poletti, presidente dell’Alleanza delle Cooperative quando asserisce di un “progresso legato però a numerosi problemi che rimangono aperti così come molte aspettative restano insoddisfatte”.

Giorgio Squinzi, presidente Confindustria.

Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, volendo dare un giudizio complesso e completo dopo aver esaminato il testo definitivo, ha fatto una considerazione… attendista senza però tralasciare di dire che “occorre far presto perché l’economia sta crollando”.
Un commento durissimo lo ha fatto Carlo Sangallinel suo duplice ruolo di presidente di turno di Rete Impresa Italia e Confcommercio.

Carlo Sangalli, presidente Rete Impresa Italia e Confcommercio.

“Dopo avere noi indicato, ripetuto e precisato quale situazione stanno vivendo le imprese italiane, il decreto dimostra che ancora non si è compreso che il sistema delle imprese del terziario, dell’artigianato e delle pmi è al collasso. Sono stati ignorati due elementi fondamentali per dare risposta alle emergenze delle imprese: l’immediato sblocco e la disponibilità delle risorse insieme alle modalità semplificate di accesso. Così il decreto non produrrà alcuno degli effetti auspicati… – ha spiegato Sangalli, convinto della preoccupazione delle imprese legata principalmente alle procedure di rimborso, con il timore che l’operazione diventi un “nulla di fatto” come è avvenuto per le certificazioni dei crediti. “Anche in questo caso il Governo aveva assicurato che le imprese avrebbero avuto liquidità – ha concluso Sangalli – ma i meccanismi erano così complicati che in pochi ne hanno beneficiato…”.
La Cgia di Mestre ha aperto un capitolo tutt’altro che trascurabile: BankItalia ha contabilizzato che lo Stato dovrebbe restituire 91 miliardi a imprese e banche ma il “conto” dice che siamo a quota 140-150 miliardi. Dov’è il trucco?
La Cgia di Mestre ha analizzato la Relazione di via Nazionale presentata alla Camera dei Deputati riscontrando che i crediti sono stati calcolati attraverso un’indagine di campione condotta solo su imprese con più di 20 addetti. Spiega Giuseppe Bortolussi, segretario generale di Cgia Mestre che “… questo significa che le imprese con meno di 20 dipendenti, che rappresentano il 98% del totale delle imprese in Italia, non sono state monitorate e quindi i 91 miliardi di debiti della pa sono sottodimensionati visto che non considerano gli importi che le pmi e le microimprese devono incassare dallo Stato centrale, da Regioni ed enti locali. A queste imprese non è riconosciuta neppure la dignità statistica”. Fra l’altro, l’indagine è datata 31 dicembre 2011: quindi è facile pensare che a oggi l’importo complessivo del debito sia lievitato ulteriormente di qualche miliardo. La parola dovrebbe passare a questo punto al ministero dell’Economia affinché dalla Ragioneria Generale emerga una stima reale o quanto meno approssimativa di come realmente stanno le cose. E, soprattutto le cifre, altrimenti i conti non possono tornare.




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