Territorio | Città e mercato

Manifesti per città intelligenti e programmi concreti per città normali

La recessione economica in corso ha stimolato la ricerca di soluzioni che valorizzino le risorse esistenti e la prima risorsa da considerare è il territorio.

Non c’è nulla di male nell’occuparsi di «smart city» o di «creative city». Basta che le energie e le risorse impiegate in questo sforzo non vengano sottratte alla costruzione della città concreta. La recessione economica in corso ha stimolato la ricerca di soluzioni che valorizzino le risorse esistenti. La prima risorsa da considerare è il territorio, inteso come la risorsa domestica per antonomasia, al riparo da qualsiasi delocalizzazione. In questo contesto, la valorizzazione del territorio passerebbe quasi sempre, non si sa bene perché, attraverso delle politiche dai nomi anglofoni.

Di programmi di edilizia economia e popolare non si parla da tempo. Erano forse troppo concreti. Oggi si usa il termine «social housing», che pare destare molto più interesse anche se di realizzazioni se ne vedono poche. Non è che un esempio. Oggi vi è un uso ancora più intenso che in passato di anglicismi. Nello stesso tempo si avverte la mancanza di concretezza nelle politiche urbane. Questo accade a ogni livello decisionale, forse con una presenza più marcata nelle seconde linee manageriali e tra i meno esperti, più propensi a credere in formule magiche dai nomi stranieri.

Va di moda, per esempio, la «smart city». Sarebbe un modello che mira a fornire al territorio gli strumenti per perseguire uno sviluppo economico, sociale e spaziale ecologicamente orientato e democraticamente partecipato. In base a esso si deve permettere alle comunità locali il governo partecipato dei processi e la formulazione delle politiche e dei progetti, a volte anche la valutazioni di quali tecnologie scegliere e finanziare, quali eventi e azioni culturali concrete sostenere e così via. Le città che rispondono a questo criterio sono le città intelligenti, tecnologiche e sostenibili dal punto di vista ambientale.

Dal 2012 la popolazione urbana delle Cina ha superato la popolazione residente nelle campagne, anche se ora sembra essere in atto una inversione di tendenza pilotata dal governo centrale per far fronte ai nascenti problemi delle nuove città cinesi, alcune delle quali sono autentiche città fantasma. Le Nazioni Unite stimano che entro la fine del secolo in corso oltre il 75 per cento del popolazione mondiale sarà fatta da residenti in città. Per far fronte ai problemi che un così alto livello di urbanizzazione comporta, il modello della «smart city» sembra però già insufficiente. Infatti la città intelligente altro non sarebbe che la città sostenibile, la cui realizzazione richiamerebbe il concetto di «enabling city», ovvero una città che permette e sostiene i suoi cittadini nello sviluppo delle loro potenzialità.

Va da sé, stiamo sempre riassumendo concetti oggi alla moda, che per mettere in campo una «enabling city» occorre dare un ruolo determinante alla «governance», meglio se verticale e orizzontale («open governance»), ovvero alla partecipazione dei cittadini visti come motore di innovazione sociale e di equità. Se tale compito può apparire difficile, occorre ricordare che chi richiama questi concetti aggiunge spesso che la loro realizzazione richiede la presenza di «smart people», ovvero di cittadini che sappiano attuare un buon livello di «urban creativity».

Il concetto di creatività urbana non è poi così nuovo, visti per esempio gli articoli di Richard Florida del 2004 e il suo libro del 2005 (The Flight of the Creative Class: The New Global Competition for Talent)oppure recentemente altri autori quali Charles Landry che nel 2008 pubblica The Creative City: A Toolkit for Urban Innovators). Sia chiaro che la competizione delle città nell’attrarre persone e imprese di talento non l’ha certo inventata Florida, Landry o altri, né è cosa recente. Le città del Rinascimento facevano a gara nel sottrarsi una all’altra i migliori artisti, più o meno come a partire dall’Ottocento le città si contendevano gli inventori e le imprese innovative, o come oggi, molto più modestamente, le città più ricche si contendono i calciatori più valenti.

Ma la «enabling city» per essere attuata ha bisogno a sua volta di «Local Collaborative Development», cioè uno sviluppo locale basato su fattori e relazioni che hanno sul luogo, sulla comunità, sul territorio locale il loro punto di forza. Per attuare tali relazioni locali occorre sviluppare progetti dai nomi più vari purché rigorosamente anglofoni (co-housing, bike-sharing, car-sharing, car-pooling, creative hub, smart grid, ecc). Con un tale sviluppo collaborativo ci si avvicina alla «smart city», che ha però bisogno della «creative city», e riparte la girandola di nomi di cui sopra. In questo carosello di parole alla moda i progetti concreti per le città normali appaiono ben poco attrattivi. Ma è di questi che si ha bisogno, non di formule magiche dai nomi anglofoni.




Condividi quest’articolo
Invia il tuo commento

Per favore inserisci il tuo nome

Inserisci il tuo nome

Per favore inserisci un indirizzo e-mail valido

Inserisci un indirizzo e-mail

Per favore inserisci il tuo messaggio

Il Nuovo Cantiere © 2017 Tutti i diritti riservati

Tecniche Nuove Spa | Via Eritrea, 21 – 20157 Milano | Codice fiscale e partita IVA 00753480151