Editoriale | Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Occorre un piano nazionale per l’edilizia. Con lo Stato che si assume le sue responsabilità

Partendo dagli articoli degli opinionisti Massimo Ghiloni, Donato De Bartolomeo e Gastone Ave viene evidenziata la necessità che si provveda a metter mano a programmi e progetti che realmente rispondano alle esigenze e ai bisogni reali delle città. Con lo Stato, come sostengono Marco Lettieri e Paolo Raimondi, che deve «dare la scossa».

Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Questo numero de Il Nuovo Cantiere pubblica tre articoli redatti dal consulente urbanistico Massimo Ghiloni (Dubbi sui limiti per le Regioni. Deroghe agli standard per la riqualificazione), da Donato De Bartolomeo, delegato Ance per l’utilizzo dei Fondi Europei diretti e indiretti (Fondi Europei. Utilizzarli meglio e più rapidamente) e dall’urbanista Gastone Ave, docente dell’Università di Ferrara (Un piano per la rinascita delle periferie. Città metropolitane e città medie e piccole).

Sono tre articoli che hanno un filo conduttore
che si chiama rigenerazione urbana, considerazioni dei tre opinionisti che partono da presupposti diversi e che convergono su alcuni punti quali la necessità di proporre e predisporre progetti che realmente corrispondano alle esigenze e ai bisogni delle città, grandi o piccole che siano. Programmi che formino un “unicum” di interventi per la rigenerazione di vasti ambiti periferici, un piano nazionale dunque che permetta concretamente la riqualificazione degli edifici, che li rigeneri e con essi favorisca quei fattori ambientali ed economici, elementi fondamentali per «vivere bene». Infine, programmi che facciano leva su tempi certi e su costi reali.

Massimo Ghiloni, giustamente, evidenzia la necessità di avere norme chiare di riferimento, norme che debellino i contenziosi tra Regioni e Stato. Un esempio di quel che scrive Ghiloni è il decreto legge 69/2013 che da un lato conferma la competenza esclusiva dello Stato in tema di ordinamento civile con riferimento al diritto di proprietà e dall’altro affida alle Regioni la potestà di emanare apposite disposizioni derogative alle distanze indicate dal decreto ministeriale del 1968 a fini urbanistici. Un esempio questo «di un organizzato disordine» che spesso è alla base d’impugnazioni di Governo, enti locali, Corte Costituzionale con il solo risultato di ostacolare lo sviluppo di intere aree urbane.

Oltre a quanto scritto dai nostri opinionisti di redazione c’è un altro argomento che vorrei evidenziare: lo hanno segnalato Marco Lettieri (già sottosegretario all’Economia) e Paolo Raimondi (economista) in un commento sul quotidiano Italia Oggi, articolo dal titolo «Debbono partire le grandi opere. Quando il mercato langue è lo Stato che dà la scossa».
Scrivono i due che «a Shangai è stata presa la decisione di fare crescere gli interventi di infrastrutture sia in termini qualitativi che quantitativi… al prossimo summit del G20 allo scopo dovrebbe essere creata un’alleanza globale di collegamento infrastrutturale. Gli intenti ci sembrano positivi anche se preoccupa la mancanza di attori capaci di realizzarli. Le banche centrali creano liquidità e si aspettano che il mercato la porti verso gli investimenti. Il G20 propone lo sviluppo infrastrutturale ma si aspetta che sia il mercato a finanziarlo.

Cosa succede se il dio mercato non funziona secondo le aspettative, com’è successo negli anni passati? Il liberismo economico, l’ultima ideologia ottocentesca rimasta in vita e purtroppo tutt’ora egemone invita a non intervenire, a lasciare che sia solo il mercato con le sue leggi a rilanciare la ripresa e a ristabilire un equilibrio virtuoso. Noi riteniamo che questa non sia la strada obbligata. Occorre un different thinking, un diverso modo di ragionare. Gli esempi storici più vicini e simili a quelli dell’attuale crisi globale ci indicano strade e prospettive differenti e alternative.

Si pensi al New Deal del presidente americano F. D. Roosevelt, quando per uscire dalla grande depressione del 1929-33 lanciò il vasto programma di investimenti infrastrutturali e di modernizzazione tecnologica. Dopo aver messo sotto controllo e neutralizzato la finanza speculativa egli favorì la creazione di nuove linee di credito e nuovi bond del tesoro per finanziare importanti progetti utilizzando anche il veicolo delle istituzioni bancarie statali. Si trattava di uno dei primi esperimenti riusciti di partenariato pubblico-privato.

Lo Stato era la guida, il finanziatore e la garanzia della continuità e della riuscita dei progetti mentre le imprese private, non solo quelle statali, erano impegnate nella loro realizzazione. Oggi invece, nonostante quasi otto anni di vani tentativi per portare l’economia e la finanzia globale fuori dalle sabbie mobili della recessione, la parola Stato resta uno dei grandi tabù. Non si tratta di proporre un ritorno allo statalismo pervasivo ma di trovare soluzioni razionali. Se il mercato da solo non basta occorre che la politica di sviluppo e di crescita sia guidata dagli stati. Del resto la programmazione economica e la pianificazione territoriale spettano allo Stato.

Nel mondo non c’è stata soltanto la pianificazione quinquennale dei paesi socialisti ma anche la «pianification indicative» di Charles De Gaulle e in Italia l’esperimento positivo dell’Iri nella ricostruzione del Dopoguerra. In Francia l’economia dirigista, il piano di orientamento in lotta contro le inevitabili tendenze alla burocratizzazione, cercava di mettere insieme le varie componenti sociali ed economiche del Paese evitando che si neutralizzassero tra loro. Il commissariat au Plan doveva definire le priorità nazionali e attraverso i momenti della concertazione, della decisione e della realizzazione , lavorare per creare un’armonia d’interessi superando certe derive corporative.

Si pensi che negli stessi Stati Uniti, patria del liberalismo economico imperante certi settori delicati come quello militare sono ancora guidati dallo Stato ma con il contributo essenziale delle imprese private ad alta tecnologia. In un’economia sociale di mercato la collaborazione pubblico-privato dovrebbe essere una costante, un impegno per i governi e per gli stessi operatori privati».

Livia Randaccio

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