Internazionalizzazione | Duccio Astaldi sul sistemo europeo delle costruzioni

Per competere le imprese devono investire sulle aggregazioni

Le imprese europee devono aggregarsi per contare di più sui mercati internazionali; l’Italia deve imparare a fare sistema se vuole competere; le Pmi possono trarre vantaggio dalla internazionalizzazione delle grandi imprese; il contributo dei mercati interni per la ripresa economica del settore in Europa. Sono i passaggi più importanti dell’intervista a Duccio Astaldi, presidente della Società italiana per Condotte d’Acqua, terzo italiano chiamato a guidare l’Eic, l’associazione dei contractors europei, dopo Lodigiani e Borromeo.

L’elezione di Duccio Astaldi a presidente dei contractors europei cade in un momento significativo, con l’Europa divisa in due: da una parte i Paesi del Nord che sembrano avere superato la crisi con un mercato immobiliare in forte ripresa (Germania e Scandinavia soprattutto), le opere pubbliche sostenute dai fondi europei (Polonia e Balcani), e interventi di dimensioni più piccole in grado di sostenere la ripresa delle pmi (Francia e Gran Bretagna); dall’altra tutto il Sud che stenta a riprendersi e fa registrare l’ottavo trimestre consecutivo di crisi. Nel mezzo le opportunità offerte dai mercati internazionali, a patto che le imprese europee e italiane si attrezzino per competere, privilegiando le aggregazioni e la fusione tra i gruppi.

Presidente Astaldi, dal suo osservatorio privilegiato come sta cambiando il sistema delle costruzioni in Europa?

Il mondo delle costruzioni in Europa sta attraversando notevoli cambiamenti, quello che più appare evidente, è che tale comparto industriale si sta dividendo in due, quello con la vocazione internazionale che è normalmente rappresentato dalle imprese medio/grandi e quello che mantiene il mercato interno come unico mercato di riferimento formato normalmente dalle imprese medio/piccole. Le prime hanno bisogno di un mercato di grandi lavori, al fine di mantenere il know –how necessario ad affrontare le sfide mondiali; le seconde preferiscono avere un mercato di piccole opere per poter mantenere una struttura leggera e non doversi quindi strutturare per la crescita affrontando quindi opere più complesse. La realtà è che abbiamo bisogno di entrambi i mercati, e le nostre imprese, fanno fatica ad accettarlo instaurando una lotta fratricida il cui unico risultato è quello di dirottare risorse su altri settori. Un altro importante fenomeno è il trasferimento da parte di molte grandi imprese dal business dei lavori di costruzioni a quello del facility management, come l’esempio della tedesca Bilfinger and Berger, deve far riflettere.

La crisi economica e il ristagno del mercato interno hanno di fatto accelerato la propensione all’estero delle imprese italiane. In che modo le nostre imprese possono rafforzare la propria presenza?

Per andare all’estero bisogna essere strutturati e avere le spalle forti, l’estero non si improvvisa. Le piccole imprese hanno, a mio parere, due possibilità: o aggregarsi per raggiungere una certa massa critica che le permetta di avere un minimo di struttura, oppure fare sistema con le grandi imprese, le quali spesso rinunciano a opportunità di lavoro perché non hanno sufficiente struttura operativa, un’alleanza tra i due mondi sarebbe sicuramente di grande interesse.

Salini-Impregilo, ma anche Condotte che acquisisce Inso. L’Italia si aggrega per pesare di più all’estero. Effetto della crisi o era inevitabile promuovere nuove forme di aggregazione?

In Europa sta per essere approvata la nuova direttiva appalti. L’indirizzo che sembra emergere è quello della suddivisione dei lavori in piccoli lotti; in Arabia Saudita, invece, stanno uscendo gare per delle metropolitane con lotti tra i 5 e i 10 miliardi di Euro. È quindi chiaro che se si vuole stare sul mercato mondiale la crescita è fondamentale; è anche vero, però, che deve essere una crescita sostenibile e non una crescita non strutturata che poi porterà inevitabilmente alla morte.

Si fa un gran parlare di Reti d’impresa, e per le costruzioni il vero ostacolo sembra essere quello di natura culturale. La rete può costituire una soluzione per mettere insieme le competenze della filiera?

Se reti di Impresa sono uno strumento come tanti altri, l’importante è la voglia di unirsi abdicando parte della propria indipendenza e qui nasce il problema culturale.

Il mercato delle costruzioni nel mondo si sta spostando sempre di più a est. Cosa manca al sistema italiano per essere competitivo?

Come già detto, per essere forti lontano da casa bisogna avere un forte mercato interno e una dimensione adeguata. Bisogna poi che il Paese supporti le imprese con una legislazione che semplifichi gli adempimenti, non come attualmente, dove essendo la nostra una legislazione tutta orientata al mercato interno, penalizza l’internazionalizzazione.

Esiste un problema evidente di reciprocità con le imprese cinesi, soprattutto sui temi della sicurezza e della concorrenza sleale. Come Eic come state gestendo la forte propensione delle imprese cinesi a investire in Europa?

Certamente il problema della reciprocità è importante, ma anche un qualche cosa che dovrebbe essere ovvio, ovvio non è. Come Eic lavoriamo a questo fine, ma molti comparti, come per esempio il settore automobilista tedesco, sono contrari in quanto si preoccupano sulle possibili reazioni negative sui loro ingenti investimenti in Cina. (S. Cianciotta)

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