Internazionalizzazione │ Africa Orientale

Per Kenya e Tanzania boom d’infrastrutture di trasporto

«Il tempo dell’Africa è arrivato», come ha intitolato un paper di Ernest & Young. Tra i Paesi dell’Africa Orientale che stanno conoscendo un nuovo sviluppo, il Kenya e la Tanzania sembrano avere più chance degli altri. Opportunità interessanti arriveranno dalla costruzione di nuove infrastrutture, e dal fenomeno dell’urbanizzazione, che nel giro di pochi anni porterà oltre il 50% dei cittadini dei due Paesi a risiedere nelle città e a lasciare le campagne.

Il titolo del paper che Ernst & Young ha dedicato allo sviluppo dell’Africa, The time of Africa, è di per sé un manifesto eloquente per indicare agli investitori quale direzione devono prendere.

TATU CITY

Tatu City Kenya | Vale 5 miliardi di dollari la maxiresidenza per 62 mila inquilini e 23 mila lavoratori pendolari che sorgerà a 15 chilometri a nord della capitale del Kenia, Nairobi. Lungo l’autostrada Thika, arteria dei trasporti locali, a soli 25 minuti dall’aeroporto internazionale Jorno Kenyatta, il complesso potrà contare anche su uno stadio, un parco tecnologico, un ospedale e diverse palazzine di uffici. Tutti gli edifici saranno ecosostenibili. Tatu City sarà operativa nel giro di 8-10 anni.

Ma è arrivato davvero il tempo per il continente di scrollarsi definitivamente i postumi del colonialismo e diventare una nuova area di sviluppo dell’economia mondiale? A giudicare dagli indicatori pare proprio di si.
L’indice di investimenti stranieri in Africa è in continua crescita. Basti pensare che entro il 2015 gli investimenti stranieri arriveranno a toccare la somma record di 150miliardi di dollari.
Tutti i principali investitori internazionali stanno guardando all’Africa, che in pochi anni sarà il continente dove si concentreranno maggiori investimenti
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Un elemento importante da sottolineare, inoltre, è che molti paesi africani stanno guidando lo sviluppo di altri paesi che hanno performance meno brillanti, favorendo gli investimenti all’interno dello stesso continente. L’Africa, in buona sostanza, si sta emancipando, e sta diventando per alcuni aspetti autosufficiente.
Questo significa che sta maturando anche una coscienza politica che nel medio-lungo periodo si tradurrà in stabilità di governo per i paesi africani. È il caso per esempio di Kenya e Tanzania, arrivate tardi allo sviluppo economico, ma che adesso sembrano recuperare il tempo perduto.

GLI INVESTIMENTI DI KENIA E TANZANIA
Un vero e proprio boom nello sviluppo delle infrastrutture di trasporto e una corsa a rinnovare il settore della logistica sono attualmente le due tendenze dominanti nel panorama economico dell’Africa Orientale.
In Kenya è in corso la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità tra Mombasa e Nairobi e di un nuovo porto a Lamu, a cui si aggiunge un piano da 635 milioni di dollari per l’ampliamento dello Jomo Kenyatta airport; l’Etiopia porta avanti il suo controverso progetto di Grande Diga Etiopica della Rinascita sul Nilo Blu che la mette in competizione con l’Egitto; in Tanzania sono in atto il potenziamento della ferrovia Tazara (Tanzania-Zambia Railway) e la costruzione di un porto a Bagamoyo, uno dei più grandi investimenti infrastrutturali nell’intera regione.
Le infrastrutture si pongono quindi come nuovo terreno di sfida tra i governi est-africani, nonché come metro di misura del prestigio e della potenza economica.

PORTO DI BAGAMOYO

Porto di Bagamoyo Tanzania | Pechino ha formalizzato un impegno da dieci miliardi di dollari per la costruzione a Bagamoyo della più grande infrastruttura portuale della regione, destinata a sviluppare il ruolo di hub commerciale della Tanzania nel continente e sul mercato internazionale.Pechino si farà carico anche della realizzazione della infrastruttura stradale di supporto.

Sulla costa orientale, Kenya e Tanzania competono in particolare come principali hub marittimi della regione.
Con la costruzione dei porti di Lamu e Bagamoyo, i due Paesi aggiungono un ulteriore livello alla tradizionale rivalità per il primato economico regionale. A partire dalla seconda metà del 2013, la competizione tra Nairobi e Dar es Salaam è sfociata in una spaccatura nel blocco regionale dell’East African Community: da una parte la troika composta da Kenya, Uganda e Ruanda; dall’altra la Tanzania e, in posizione più marginale, il Burundi. Nel braccio di ferro tra la cosiddetta Coalition of Willing e un’economia in rapido sviluppo come quella della Tanzania, sono proprio le infrastrutture a giocare la parte del leone.
Gli incontri degli ultimi mesi, a cui Dar Es Salam non è stata convocata, riguardavano d’altronde proprio la costruzione di infrastrutture per un ambizioso progetto di commercio regionale, il Lamu Port-South Sudan-Ethiopia Transport Corridor, una rete di nuove infrastrutture che collegherà la città di Lamu, situata sulla costa nordorientale del Kenya, a Juba in Sud Sudan e ad Addis Abeba in Etiopia.
Parte del più ampio progetto Kenya Vision 2030 – programma di lungo termine per lo sviluppo del Paese –, il corridoio prevede la costruzione di una nuova struttura portuale a Lamu, una linea ferroviaria a scartamento normale di 1.500 Km che collegherà questa città a Nakodok, un oleodotto e una raffineria, due aeroporti e tre centri per resort turistici nelle città keniane di Isiolo, della stessa Lamu e sulle rive desertiche del remoto Lago Trkana.

Mappa reti stradali dell'Africa.

Mappa reti stradali dell’Africa.

Con un investimento dal costo stimato di 29 miliardi di dollari, l’obiettivo di Nairobi è quello di aprire una nuova direttrice dei trasporti che favorisca la crescita dei traffici commerciali, stimoli l’economia delle regioni più interne, migliori l’integrazione economica e infrastrutturale con i Paesi confinanti e alleggerisca la dipendenza dal porto di Mombasa. Attraverso questo ambizioso progetto, il Kenya punta a servire, entro i prossimi due decenni, il Sud Sudan, l’Etiopia, la Repubblica Centrafricana, il Congo-Brazzaville e il Ciad, rispondendo a una domanda di trasporto stimata in oltre 30 milioni di tonnellate di merci all’anno.

LA PRESENZA DELLA CINA
La vera sfida al Kenya si pone tuttavia nella misura in cui il governo della Tanzania ha firmato un accordo con la Cina per la creazione di un grande porto a Bagamoyo – l’ex capitale dell’Africa Orientale tedesca a 70 chilometri a nord di Dar es Salaam, di fronte a Zanzibar – che, una volta ultimato, avrà portata di 20 milioni di container all’anno.
Una capacità di molto maggiore rispetto a quella di Mombasa (500mila) e della stessa Dar es Salaam (600mila) e che, in prospettiva, rischia di far scivolare il Kenya in seconda posizione nella classifica degli hub regionali. Il progetto vale miliardi di dollari e ha avuto il via libera nel marzo 2013, durante una visita in Tanzania del Presidente cinese Xi Jinping.
In quell’occasione Pechino ha formalizzato un impegno da dieci miliardi di dollari e ha ribadito l’impegno delle sue società nella realizzazione del porto. La costruzione a Bagamoyo della più grande infrastruttura portuale della regione è destinata a sviluppare il ruolo di hub commerciale della Tanzania nel continente e sul mercato internazionale: lo scalo potrà diventare polo di riferimento per dieci Paesi privi di sbocco al mare, superando per volume di traffico anche i porti di Durban in Sudafrica e di Beira in Mozambico.

I porti dell'Africa Orientale

I porti dell’Africa Orientale | I porti principali dell’Africa orientale sono Dar es Salaam e Mombasa, entrambi di capacità limitata rispetto alle necessità. Sono sempre congestionati, non hanno sufficienti magazzini alle spalle e sono troppo poco profondi per poter accogliere le grandi navi moderne. È perciò d’importanza vitale costruire il nuovo porto di Lamu e anche potenziare Mombasa e Dar Es Salaam.

Insieme con lo scalo dovrà essere realizzata una linea ferroviaria che colleghi Bagamoyo con le regioni interne del Paese, la Tazara appunto, e altri assi di comunicazione transnazionali. Secondo gli economisti, in seguito al completamento di tali grandi opere infrastrutturali intorno al 2017, la Tanzania potrebbe diventare il primo hub regionale con i suoi quattro porti di Bagamoyo, Dar es Salaam, Tanga e Mtwara, quando il Kenya invece non disporrà che di due porti, a Lamu e Mombasa.
Gli scenari che si aprono con la costruzione del porto di Bagamoyo potrebbero portare a un guadagno di 2,7 miliardi di dollari per tutti i Paesi limitrofi, offrendo nuove opportunità economiche non solo alla Tanzania, ma anche all’Uganda, al Ruanda, al Congo orientale e allo Zambia.

DA ENERGIA E INFRASTRUTTURE OPPORTUNITÀ ANCHE PER LE PMI ITALIANE
Dei 9,5 miliardi di euro prodotti nel 2013 dalle imprese italiane all’estero, il consueto Rapporto presentato dall’Ance stima il peso dell’Africa essere di poco inferiore al 25%. Accanto ai mercati tradizionali dell’Etiopia (l’Italia è il quinto Paese al mondo per valore assoluto delle commesse, pari a 2 miliardi di euro) e della Nigeria (oltre 1 miliardo), le imprese italiane operano anche in Sudafrica, Angola, Mozambico e Repubblica del Congo.
Nel settore delle costruzioni operano big players del settore come Ansaldo in Repubblica del Congo; Cmc in Angola, Mozambico, Sudan, Sud Africa e Swaziland; Impregilo in Nigeria e Lesotho; Maltauro in Capo Verde e Kenya; Maccaferri in Mozambico e Sud Africa. Il Gruppo Trevi sta operando in Angola, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Mozambico, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Senegal e Sudan.
Il Gruppo Salini, poi, sta realizzando in Etiopia un mega impianto idroelettrico, Millenium, che rappresenta il più rilevante contratto mai siglato all’estero da un’impresa italiana. Il valore della commessa, infatti, è di 3,350 miliardi di dollari. In passato ha operato in Africa anche Astaldi, in Tanzania e Congo.
Su un altro fronte strategico, quello petrolifero, Eni è presente oggi in Africa in 15 Paesi ed è la principale major petrolifera in termini di produzione, con circa un milione di barili di petrolio al giorno (più del 50% della produzione totale della compagnia), destinati a crescere nel prossimo quadriennio in virtù di un programma di investimenti di 14,5 miliardi di euro.
Le altre rinnovabili (solare, eolico, geotermico), ancora poco sfruttate, presentano potenzialità enormi per gli anni a venire in alcuni Paesi, come Mozambico e Nigeria, oltre il 10% dell’energia totale già deriva da rinnovabili diverse dalle biomasse. Si aggiunga che il modello con cui le major italiane si avvicinano al mercato africano passa attraverso il trasferimento tecnologico per l’efficienza energetica e per la tutela ambientale, la collaborazione nella costruzione di importanti infrastrutture energetiche (Nigeria e Congo), il rafforzamento dei sistemi socio-economici locali, la promozione del settore agricolo (progetti Food plus Biodiesel in Congo e Angola).
In Africa Sub-Sahariana, inoltre, operano aziende e gruppi italiani, spesso leader nei settori cui appartengono, affiancate da un ampio numero di società di diritto locale, la cui proprietà è detenuta da cittadini e società del nostro Paese, per competere con maggiore efficacia nell’aggiudicazione di appalti e commesse indette da enti e governi africani.
Nel settore energetico Edison, in Costa d’Avorio e Senegal, ha piani di espansione in altri Paesi petroliferi del Golfo di Guinea. Enel attraverso Endesa è presente in Kenya e sta effettuando missioni esplorative per espandere le proprie attività in altri Paesi (Angola, Guinea Equatoriale, Mozambico, Sud Africa). Ansaldo Energia opera in Sud Africa e in Zimbabwe. Inoltre, Medenergy è attiva nel settore delle energie rinnovabili in Mozambico e in Sud Africa.
Nel settore impiantistica e servizi di ingegneria Saipem, Gruppo Eni, è presente in Angola, Mozambico, Nigeria e Repubblica del Congo; Ama in Sudan; Profuro International in Mozambico; Renco spa  in Repubblica del Congo; Technital a Gibuti.

I SETTORI STRATEGICI
I fattori decisivi per la crescita dell’Africa sono stati il boom dei prezzi delle materie prime, e soprattutto gli investimenti nelle infrastrutture che hanno permesso di raddoppiare il ritmo della crescita rispetto al decennio passato. Fra il 2000 e il 2010 troviamo 6 economie africane fra le prime 10 che sono cresciute di più nel mondo.
Gli investimenti si concentrano su tre settori strategici: materie prime, infrastrutture, e industria manifatturiera. L’industria estrattiva delle materie prime è stata di gran lunga il settore che ha assorbito più investimenti con il 44%, seguito da petrolio e gas con il 21%; costruzioni e trasporti con il 20% e telecomunicazioni con il 13%.
La rete stradale è migliorata e si stanno disegnando i primi corridoi transafricani: quello che da N’Diamena nel Ciad si dirige a sud a Banqui nella Repubblica Centro Africana per poi raggiungere Yaoundè nel Camerum e il porto di Duala e scendere nel Gabon, a Kinshasa in Congo per raggiungere Luanda capitale dell’Angola; il corridoio che da Lusaka in Zambia raggiunge Durban in Sud Africa; quello trans-oceanico che da Maputo, in Mozambico, sull’Oceano Indiano, arriva a Johannesburg e poi si biforca con una direttrice che va a Cape Town sul Capo di Buona Speranza, e un’altra che tocca la capitale della Namibia Windhocek e il porto di Walvis Bay sull’Atlantico.
Anche il fenomeno dell’urbanizzazione contribuirà, nel lungo periodo, al boom africano. Nel 1980 appena il 28% degli africani viveva nelle città. Oggi la quota è salita al 40% (una quota vicina a quella della Cina e maggiore rispetto all’India) ed è destinata a crescere ancora in futuro. Con lo spostamento dalle campagne alle città crescono anche i salari medi.
Nel 2008 erano 85 milioni i nuclei familiari africani in grado di spendere 5.000 o più dollari l’anno (la soglia oltre la quale si inizia a spendere più della metà dei guadagni in beni non alimentari). Entro il 2018 questo numero è destinato a crescere del 50%, raggiungendo i 128 milioni. Entro il 2030 le 18 città più popolose del continente avranno un potere di spesa aggregato di 1.300 miliardi di dollari.

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