Mercato privato | Massimo Ghiloni, Consulente urbanistico

Per snellire le procedure applichiamo concretamente la legge n. 241/1990

Una delle più belle leggi emanate dal nostro Parlamento è la 241 del 1990 che intendeva innovare il procedimento amministrativo introducendo nuovi principi generali a carattere di riforma globale. La carenza di copertura amministrativa ha tuttavia relegato la riforma a un semplice oggetto di dibattito nei convegni.

«È giustificabile che entro un termine congruo l’amministrazione non sia in grado di pronunciarsi, adducendo la generica motivazione «ho tante pratiche da smaltire», quando è proprio lo Stato che fissa termini perentori con rilevanti conseguenze finanziarie un caso di inadempienza del privato?»

Massimo Ghiloni, consulente urbanistico

Massimo Ghiloni, direttore Legislazione Mercato Privato Ance.

Si registra ciclicamente un coro unanime circa l’esigenza di snellire il procedimento amministrativo, sottolineando che la burocrazia blocca le attività imprenditoriali imponendo pratiche autorizzative dove il facile diventa difficile passando per l’inutile.

Si prospettano, di conseguenza, interventi spot deregolamentativi per incidere su alcuni aspetti che non riescono, però, a intaccare il quadro generale del procedimento, proprio perché ci si concentra su singoli passaggi orizzontali lasciando inalterato il procedimento verticale complessivo. Da qui nascono proposte mirabolanti per trovare spazio sui mezzi di comunicazione, ma che si trasformano in semplici slogan normativi «senza copertura amministrativa» da parte degli uffici, ossia senza una verifica circa la reale applicabilità delle innovazioni e i rimedi nei confronti delle inadempienze dell’apparato amministrativo che spesso è restio a rinunciare a valutazioni sostenute da discrezionalità. Sulla base di queste premesse, si può formulare una proposta provocatoria: una delle più belle leggi emanate dal nostro Parlamento è la 241 del 1990 che intendeva innovare il procedimento amministrativo introducendo nuovi principi generali a carattere di riforma globale. L’esito, però, quale è stato? Proprio la carenza di copertura amministrativa ha relegato la riforma a un semplice oggetto di dibattito nei convegni, ignorando la scarsa applicazione in sede amministrativa che ne ha di fatto consacrato il congelamento. Perché non proviamo a scongelarla. A sostegno di ciò è opportuno richiamare i principi generali dell’azione amministrativa contenuti nella legge 241/1990. I capisaldi fondamentali sono: l’obbligo di perseguire le finalità stabilite dalla legge; l’esercizio dell’azione amministrativa basato sui criteri di economicità, di efficacia e di pubblicità; il divieto da parte dell’amministrazione di aggravare il procedimento.

Da ciò discende, anzitutto, il dovere di portare a compimento i procedimenti iniziati su istanza del privato entro un termine certo, consacrando, perciò il diritto al rilascio del provvedimento sia esso positivo o negativo, prevedendo anche in alcuni casi il ricorso al silenzio assenso che ha però valore di provvedimento a tutti i fini. Tutto ciò presuppone l’applicazione delle sanzioni relative alla mancata o ritardata adozione dei procedimenti. Inoltre, si precisa che ogni provvedimento deve essere adeguatamente motivato evitando espressioni generiche o rituali e devono essere indicate le specifiche ragioni giuridiche alla base della decisione ribadendo così un vero e proprio diritto alla difesa da parte dell’interessato nei confronti di eventuali soprusi. In questo contesto permane, però, un istituto che, proprio in virtù dei principi illustrati, andrebbe soppresso, ossia il silenzio rifiuto che scatta se entro il termine prefissato l’amministrazione non si pronuncia, costringendo l’interessato ad attivare ricorso giurisdizionale solo per ottenere il pronunciamento, con tempi di attesa anche pluriennali e costi da sostenere per un’inadempienza della p.a.. È giustificabile che entro un termine congruo l’amministrazione non sia in grado di pronunciarsi, adducendo la generica motivazione «ho tante pratiche da smaltire», quando è proprio lo Stato che fissa termini perentori con rilevanti conseguenze finanziarie un caso di inadempienza del privato?

Tornando ai principi generali della legge 241/1990, si deve ricordare l’istituzione del responsabile unico del procedimento Rup, ossia il soggetto cui imputare l’istruttoria e gli adempimenti procedurali e l’adozione del provvedimento finale, in modo da superare la frammentata organizzazione dell’amministrazione.

Anche qui si deve sottolineare che l’applicazione del principio ha evidenziato che l’istituto funziona nei confronti degli uffici interni all’amministrazione, ma non produce effetti concreti nei confronti di enti esterni all’amministrazione chiamati a pronunciarsi su istanza del Rup, in quanto lo stesso non gode di poteri coercitivi. In tal modo il Rup si è trasformato in Irup, ossia irresponsabile unico del procedimento. Per ovviare a tale situazione, si potrebbe prevedere che in caso di inadempienza dell’ente tenuto a pronunciarsi il Rup si sostituisce allo stesso in qualità di commissario per l’adozione dell’atto autorizzativo. Da sottolineare poi il principio della partecipazione al procedimento che si sostanzia in aspetti sostanziali, quali: partecipazione al procedimento anche mediante la presentazione di memorie scritte le quali devono essere obbligatoriamente esaminate dall’amministrazione; la possibilità di concludere accordi volti a determinare il contenuto del provvedimento; il diritto di accesso ai documenti amministrativi per garantire la trasparenza.

I principi sopra elencati possono essere, perciò, il nuovo punto di partenza per rendere efficiente il procedimento amministrativo, assicurandone la reale applicazione (con le opportune modifiche sopra evidenziate), prevedendo un concreto sistema sanzionatorio in caso di inadempienza.

Siamo abituati all’abrogazione formale della legge: in questo caso si dovrebbe far rivivere, con nuova linfa, una normativa abrogata di fatto da una continua disapplicazione, emanando discipline attuative dei principi ispirate a criteri di reale operatività e di univoca interpretazione.

 

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