Editoriale | Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Piano nazionale per la riqualificazione delle aree urbane. Periferie e aree degradate tra luci e ombre

Dall’Inu è stata ideata una proposta operativa per mettere a punto strumenti tecnici, normativi, fiscali e farne base d’azione per rigenerare parti delle città, per far si che «l’industria della rigenerazione urbana» passi dalla dimensione micro (sostenuta dall’efficacia degli ecobonus per le ristrutturazioni edilizie) a una scala maggiore rivolta a interi quartieri.

Livia Randaccio | Direttore Editoriale | Tecniche Nuove

Livia Randaccio | Direttore Editoriale | Tecniche Nuove

Entro il 30 novembre i Comuni potevano presentare la domanda d’inserimento nel Piano nazionale per la riqualificazione sociale e culturale delle aree urbane degradate del proprio territorio. Ricordiamo che con la pubblicazione del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (15 ottobre 2015) in Gazzetta Ufficiale n. 249 del 26.10.2015 erano state definite le modalità e le procedure per la presentazione dei progetti e della documentazione da parte dei Comuni interessati e i criteri di selezione dei progetti.

Comitato. È stata prevista l’istituzione di un comitato per la valutazione dei progetti composto da rappresentanti (2) del Ministero delle Infrastrutture, del Ministero dell’Economia (2), del Ministero dei Beni culturali-Turismo (2), del Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio (2 rappresentanti di cui uno con funzione di presidente), insieme a rappresentanti del Dipartimento della Presidenza del Consiglio per gli Affari Regionali, della Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome, del Dipartimento della Presidenza del Consiglio per la programmazione e il coordinamento della politica economica, dell’Anci e infine un rappresentante dell’Agenzia del Demanio.

Mancano i professionisti dell’area tecnica. Resta il fatto che c’è da chiedersi perché non sono stati considerati nel Comitato i professionisti dell’area tecnica, proprio quelle figure professionali che a più livelli sono ritenute le più idonee a delineare strategie e linee guida per la rinascita di quartieri, periferie e aree degradate. È da più di un anno che in seno ai consigli nazionali di ingegneri, geometri, architetti e altre categorie professionali e associative sono state formate commissioni e gruppi di lavoro che si stanno confrontando sugli aspetti legati alla riqualificazione di aree urbane periferiche degradate, luoghi periurbani ai quali occorre mettere mano per realizzare esaustive riqualificazioni strutturali ed energetiche. Credo proprio che queste figure professionali avrebbero svolto un ottimo lavoro se coinvolte nel Comitato, indirizzando e motivando le scelte del Comitato stesso.

Se questo elemento è da considerarsi tra gli «le ombre» del Piano Nazionale per la riqualificazione delle aree degradate (comprese soprattutto le periferie) una buona notizia da annoverare tra «le luci» è lo stanziamento di 500 milioni di euro appena annunciato da Renzi per la riqualificazione delle periferie fermo restando, come ha commentato la presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu), Silvia Viviani, che la rigenerazione urbana «diventi una pratica sostenuta da una programmazione costante e diffusa sul territorio: non bisogna accontentarsi di lasciarla a buone pratiche sporadiche tanto lodevoli quanto isolate ma è necessario far convergere su di questa risorse pubbliche e private, investimenti e incentivi».

Proprio dall’Inu è stata ideata una proposta operativa per mettere a punto strumenti tecnici, normativi, fiscali e farne base d’azione per rigenerare parti delle città, per far si che «l’industria della rigenerazione urbana» passi dalla dimensione micro (sostenuta dall’efficacia degli ecobonus per le ristrutturazioni edilizie) a una scala maggiore rivolta a interi quartieri.

«Progetto Paese». La proposta dell’Inu fa parte di un progetto più ampio denominato «Progetto Paese» che l’Istituto presenterà ufficialmente al 29esimo Congresso di Cagliari a primavera (28-30 aprile). Il punto di partenza è la mutazione in corso del comparto dell’edilizia: è riconosciuto da tutti i protagonisti delle costruzioni che il futuro è soprattutto rivolto alla riqualificazione delle città e non sulla loro espansione. A questo punto servono nuovi standard che non vadano a sostituire quelli esistenti ma li perfezionino sulla base delle richieste che provengono dall’utenza. Si tratta di nuovi standard capaci di stabilire nuovi parametri riguardanti: «la resilienza naturale e sociale, la qualità dei suoli, il grado d’innovazione tecnologica e, una volta stabiliti questi parametri – dice la presidente Viviani – i criteri di misurazione si possono stabilire dei livelli minimi da conseguire che i singoli Comuni possono adottare come riferimenti al momento di avviar egli interventi. Sono i Comuni, attraverso piani urbanistici rinnovati con procedure che individuano e delimitano le aree degradate da riqualificare ad avviare le operazioni di riqualificazione».

Su queste aree andrebbero dunque applicati nuovi incentivi fiscali, un’evoluzione degli ecobonus da integrare con risorse e fondi europei che otterrebbero il risultato di andare a beneficio di porzioni unitarie di città e che sarebbero capaci di attrarre le risorse private delle imprese e delle Esco. Incentivi da modulare per interventi sulla base dei parametri dei nuovi standard che sarebbero di supporto per intervenire su fattori come la qualità dei suoli, sulla prevenzione del rischio idrogeologico, sulla mitigazione dei rischi ambientali, sull’inclusione sociale e sulla qualità della digitalizzazione urbana.

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