Maxxi | Direzione

Hou Hanru: riflessioni sulle potenzialità del Maxxi

Presentato alla stampa il nuovo direttore del Maxxi. L'arch. cinese Hou Hanru ha illustrato come intende proporre il museo al pubblico internazionale. Inteso come luogo di ricerca, laboratorio di menti pensanti, sviluppando un intenso rapporto tra società e creatività all'interno di un mondo globalizzante dove l'influenza del mercato è troppo spesso penalizzante nei confronti dei nuovi progetti sociali.

Il presidente della fondazione Maxxi, Giovanna Melandri  ha presentato alla stampa il nuovo direttore artistico del Maxxi. Si tratta dell’architetto cinese Hou Hanru, già direttore delle mostre al San Francisco Art Institute e incarichi presso le Biennali di Shangai, Tirana, Istanbul con curatele per i padiglioni francese e cinese a Venezia.

Il Maxxi sarà un luogo di ricerca, un laboratorio di menti pensanti. Un’idea visionaria, ambiziosa. Come essere di fronte a  un vulcano. Per farlo esplodere, metaforicamente, servono idee, progetti. Il calore ha bisogno di energia vera di artisti che giungeranno dalla città, dall’Europa, dal mondo. All’inizio di una sfida, di una nuova avventura nel rapporto tra società e creatività, rapporto contraddittorio, oggi, all’interno di un mondo globalizzato dove l’influenza del mercato è spesso molto forte, bisogna assolutamente reinventare nuovi progetti sociali e questa è un’altra delle mie sfide: ‘rinegoziare’ valori come nuovo impegno politico, sociale e culturale di queste istituzioni“. Queste, in sintesi, alcune delle linee programmatiche di Hou Hanru esternate alla sua prima apparizione ufficiale.

 Hou Hanru | Riflessioni sulle potenzialità del Maxxi (abstract)

Quali sono le arti e quali le istituzioni che le rappresentano nel Ventunesimo Secolo? È questo il quesito principale legato al nome stesso « Maxxi » (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo). Porsi la domanda significa riflettere con onestà sulla questione dell’appartenenza e della rappresentazione del Ventunesimo Secolo. L’arte del nostro tempo dovrebbe iniziare ad affrontare questi interrogativi. Il Maxxi non dovrebbe essere un museo di tipo tradizionale. Dovrebbe fondarsi su una serie di nuovi quesiti che indaghino il rapporto tra arte e società, istituzione e pubblico. Come diventare quindi uno spazio realmente aperto e produttivo in grado di rivendicare un ruolo sociale per la creazione artistica senza costituire soltanto una «fabbrica»? Come essere un autentico laboratorio gestazionale di valori condivisi e delle rispettive espressioni artistiche, promotrici di un’aspirazione a un mondo migliore? Un’altra serie di quesiti di natura più «tecnica e immediata» riguarda, inoltre, il percorso da seguire per giungere ad acquisire – a livello nazionale e internazionale – una posizione di leadership in un settore che riemerge da una crisi esistenziale. Come trovare, mettere in moto e sostenere le energie vitali necessarie per alimentare tale processo?

Alla fine, il nodo centrale è come trasformare il Museo e la città di Roma in un nuovo centro propulsore del circuito artistico mondiale (che includa l’architettura, il design, le performing art, i saperi e le espressioni artistiche della contemporaneità) per una nuova ecologia della creatività…

Il filosofo italiano Giorgio Agamben ci propone di riflettere sulla nozione di «contemporaneo»:

La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione con il proprio tempo, che aderisce a esso, e insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione con il tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.
(G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo? Roma, Nottetempo, 2008, pp. 8-10)
In realtà, assistiamo a un ulteriore stato di conflitto e a una crisi ben più profonda: l’assordante e mortificante strapotere della logica della società dello spettacolo, della mercificazione e della «spettacolarizzazione» della produzione artistica e culturale. Può una istituzione come il Maxxi, una istituzione di mainstream, costituire un baluardo critico ma costruttivo per affrontare un simile contesto? Può essa servire il pubblico incrementando le opportunità di accesso al pensiero critico e di partecipazione alla creazione di un nuovo spazio di democratica espressione?

Il Ventunesimo Secolo è il secolo della globalizzazione e del dominio delle nuove tecnologie, di un nuovo modello di comunicazione e di economia. L’aspetto di maggior rilievo è, naturalmente, determinato dal fatto che questo è un secolo in cui si va affermando una società innovativa, globalizzata e sperimentale alle prese con l’incertezza e addirittura con il crollo degli ordinamenti e dei sistemi politici precostituiti, nonché dei valori socialmente condivisi. Quali devono essere, pertanto, le risposte da parte di arte, cultura e intelletto? Siamo in un’epoca contraddistinta dalla complessità, dalla contaminazione, dall’intensità, dall’eclettismo, dalla tattica, dalla negoziazione, dalla rappresentazione, dalla teatralità, da iniziative puntuali ma continue… animate da credenze e decisioni di diversa provenienza. È anche il tempo in cui è importante conservare l’elemento legato alla poesia, l’immaginazione, l’umorismo, la lentezza, la distanza, l’essenza – in ultima analisi, il piacere dell’estetica, nonché «le partage du sensible».

Ciò provoca una «naturale» istanza di ricerca di nuovi modelli di museo. Vi è, allo stato attuale, una urgente necessità di sperimentazione che preveda la costituzione di un sistema dinamico e complesso di attività e di spazializzazione: il museo (Maxxi) dovrebbe essere incentrato sulla ricerca e guidato da essa, dovrebbe rappresentare un laboratorio, un sito di produzione creativa e di documentazione dei segni del contemporaneo (attraverso la raccolta, archiviazione, pubblicazione, distribuzione, comunicazione e condivisione), che sottolinei l’importanza della creatività contemporanea (arte e architettura intese non solo come oggetti, ma anche come concetti, progetti, processi e, infine, dimostrazione della possibilità di immaginare una società nuova e migliore…).

Il processo di avvio, concepimento e realizzazione del Maxxi, estesosi nell’arco di un decennio, ha incarnato una ambiziosa istanza politica e culturale della società italiana alla ricerca di una nuova identità culturale nell’epoca della costruzione europea e della globalizzazione della creatività contemporanea. Al contempo, la sua realizzazione ed evoluzione si è dimostrata complicata, contraddittoria e sorprendentemente incerta, nonostante l’impegno dedicato all’ elaborazione di una interessante programmazione, alla costituzione di valide collezioni e ai considerevoli risultati ottenuti. In ciò vi è il riflesso delle vibranti e complesse interazioni tra l’universo creativo, il potere politico e i molteplici tipi di pubblico coinvolti nel dibattito e nelle tattiche per gli orientamenti futuri della società e la definizione del ruolo di cultura, arte, architettura e urbanità nella costituzione di questo futuro. Ciò implica una dimensione decisamente internazionale e globale, poiché il caso dell’Italia è «esemplare» alla luce delle contraddittorie trasformazioni sociali in atto nel mondo, oscillanti tra entusiasmo e timore di fronte ai grandi cambiamenti.

Sta avvenendo un appassionante incontro tra dinamiche dell’universo creativo e nefanda instabilità politica italiana, profondamente congiunte con quell’»impulso futurista» che un secolo fa ha fatto da contrappeso alla storia. In questo Paese vi è un pregresso alquanto contraddittorio, ma assolutamente affascinante in termini di urbanità e modernità (dall’antica Roma alle città contemporanee, passando per le città-stato rinascimentali) che possono continuare a ispirare le attuali modalità di invenzione artistica. Per molti il tema dei rapporti tra urbanità, abitazione, città e stili di vita tradizionali riveste una importanza imprescindibile. L’originario progetto del Maxxi, metafora delle forme della città e dell’infrastruttura, incarna l’immagine di queste relazioni. In altri termini, lo studio della cultura urbana costituisce un fertile terreno creativo in un momento di ridefinizione del ruolo delle attività a fronte di un nuovo e incerto contesto sociale. Ciò fornisce un ideale terreno di incontro, interazione e reinvenzione delle diverse forme di creatività, dall’arte all’architettura, passando per molte altre discipline. In questo contesto risiedono le basi più solide per le arti del nostro secolo.

Alla luce della posizione unica che l’Italia occupa nello scacchiere storico e geopolitico, è importante evidenziare alcuni aspetti dei mutamenti che interessano l’area del Mediterraneo. L’Europa non esisterebbe senza considerare questa entità geografica. Al contempo, i contatti che da sempre l’Italia intrattiene con il resto del mondo e con l’Asia in particolare (risalenti all’epoca della Via della Seta, a Marco Polo e a Matteo Ricci, per giungere, in una ideale continuità, a figure dell’epoca moderna e contemporanea, quali Michelangelo Antonioni, Alighiero Boetti, Francesco Clemente, Bernardo Bertolucci e vari altri) permettono una significativa «prossimità» alle aree del mondo più dinamiche in termini di innovazione e sviluppo applicati alla progettazione urbana e alla creatività. Nel frattempo, l’Italia si è evoluta da paese di emigrazione a terra di immigrazione. Ciò comporta trasformazioni notevoli per la cultura urbana, per l’immagine di una società globalizzata… Che può essere un luogo migliore. Tramite il coinvolgimento in questo processo, il Maxxi può diventare un microcosmo che riflette il quadro mondiale, stabilendo stretti e attivi rapporti con i circuiti internazionali della creatività.
Il Maxxi dovrebbe essere un luogo di sperimentazione e dibattito. Dovrebbe porsi come una nuova agora, che dia voce tanto agli artisti che al pubblico nel processo di costituzione di un luogo migliore in cui vivere e sperimentare idee creative.




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