Governo | Un piano straordinario di interventi

Rischio idrogeologico: il progetto #italiasicura

Progetti, nuove norme e investimenti sono contenuti nel progetto anti-dissesto che va sotto il nome di #italiasicura che il governo in carica sta sviluppando. Ma se i progetti sono ultimati da tempo e le norme sono state da poco cambiate dallo «Sblocca Italia» e sono in fase di approvazione da parte del parlamento, ciò che ancora manca all’appello sono i nuovi finanziamenti, vale a dire le provviste finanziarie che dovrebbero aggiungersi agli stanziamenti da anni non ancora impegnati.

Sono 6133 i comuni italiani con aree a rischio idrogeologico, l’82 per cento del totale dei municipi del nostro Paese.
Due numeri che si commentano da soli. Due numeri attendibili e ufficiali, che provengono dal ministero dell’Ambiente, che alcuni anni fa, nel 2008, ha condotto un’analisi del rischio idrogeologico in Italia.
00 apertura 2 - GENOVA - ALLUVIONEUno studio, basato sui piani per l’assetto idrogeologico predisposti da Autorità di bacino, Regioni e Province autonome, che è ancora attuale e che rappresenta il punto di partenza del progetto anti-dissesto che il governo in carica sta sviluppando e che va sotto il nome di #italiasicura.
Un piano straordinario di interventi, quello dell’esecutivo Renzi, fatto di progetti, nuove norme e investimenti. Ma se i primi (i progetti) sono ultimati da tempo e le seconde (le norme) sono state da poco cambiate dallo «Sblocca Italia» e sono in fase di approvazione da parte del parlamento, ciò che ancora manca all’appello sono i nuovi finanziamenti, vale a dire le provviste finanziarie che dovrebbero aggiungersi agli stanziamenti da anni non ancora impegnati.
Una costante, quella della mancanza di soldi, sempre presente quando si parla di prevenzione delle frane e di corsi d’acqua che esplodono a causa dell’eccesso di urbanizzazione. Ma andiamo con ordine e partiamo dai numeri.

I dati del fenomeno

Innanzitutto, quando parliamo di dissesto idrogeologico, fenomeno che da sempre caratterizza il territorio nazionale, parliamo essenzialmente di due categorie di eventi: le frane e le alluvioni. Se 6.633 sono i comuni interessati da questi fenomeni, la superficie delle aree ad alta criticità si estende per oltre 29.500 kmq, il 9,6 per cento dell’intero territorio nazionale, di cui 12.263 a rischio alluvione (4,1 per cento del territorio) e 15.738 a rischio frana (5,2 per cento). 1.516 sono invece i kmq. interessati da un elevato rischio valanghe (lo 0,5 per cento della superficie dell’Italia). Un paese vulnerabile, da Nord a Sud.
E la fragilità del territorio italiano è particolarmente elevata in alcune regioni, come Calabria (409 sono i comuni a rischio), Molise (136), Basilicata (131), Umbria (92), Valle d’Aosta (74) e provincia autonoma di Trento (222).
Nella classifica delle dieci province più a rischio (i dati sono sempre quelli del ministero dell’Ambiente) troviamo Ravenna, Parma, Piacenza, Trento, Venezia, Caserta, Lucca, Avellino, Livorno e Reggio Emilia. Un rischio sempre presente, diventato purtroppo realtà a causa delle numerose frane e degli altrettanti allagamenti che nei decenni hanno interessato tutto lo Stivale.
Una serie di fatti tragici, tra cui spicca la disastrosa frana di Sarno del 5 maggio del 1998 con i suoi 160 morti. Ma la catena delle tragedie non si è fermata al disastroso evento del salernitano.
Dopo, infatti, si è registrato un lungo e impressionante elenco di morti e danni: nel 2000 a Soverato (Cosenza) e nell’Italia nord-occidentale, nel 2004 a Varenna in provincia di Lecco, l’anno dopo a Nocera Inferiore e a Cassano delle Murge, in provincia di Bari, nel 2006 a Ischia e Vibo Valentia, nel 2009 a Messina, nel 2010 a Laces vicino a Bolzano, nel 2011 nelle Cinque Terre, nella Lunigiana e a Genova. Per arrivare al disastro della Sardegna dell’autunno scorso e alla più recente alluvione del Gargano, in Puglia, di poche settimane fa.
Una catena di calamità (e lutti) impressionante, dei quali, superato il dramma, molto spesso ci si dimentica. Per non cadere nell’errore, basterebbe ricordare che ancora oggi nel nostro Paese, nelle aree esposte a elevato rischio potenziale, si stima vivano 5,8 milioni di persone (2,4 milioni di famiglie) e che nelle stesse aree si trovano 1 milione e 100mila edifici residenziali e circa 186 mila a uso non residenziale (la stima è di Cresme ed è contenuta nel Primo Rapporto Ance-Cresme su «Lo stato del territorio italiano 2012»). Colpisce anche il fatto che un quinto della popolazione potenzialmente interessata viva in Campania (1,1 milioni di persone), più di 800 mila in Emilia Romagna e altri 500 mila tra Piemonte, Lombardia e Veneto.
2 BIS - ALLUVIONE GENOVAVolendo scendere ancor più nel dettaglio statistico, 34 mila sono gli edifici industriali presenti nelle aree di rischio idrogeologico elevato e 24 mila circa quelli commerciali. Ma di tutti gli edifici esistenti in Italia, ve ne sono alcuni più delicati di altri: sono le scuole e gli ospedali, edifici che rivestono una particolare importanza nel caso di eventi calamitosi.
Sempre dalle stime di Cresme e Ance del 2012, nelle aree a elevata criticità idrogeologica sono collocati circa 6.800 edifici cosiddetti strategici: 6.250 sono scuole e 550 ospedali. Ma non basta.  Ai dati e alle stime del dissesto italiano, va sommato il dato dell’incremento demografico che vi è stato del decennio 2001-2010 (+ 6,4 per cento, secondo i dati Cresme-Ance) e considerato l’effetto della ripresa della domanda abitativa che, nello stesso periodo, si è concentrata nelle aree caratterizzate da elevati livelli di fragilità idrogeologica.
Fatti, questi, che hanno determinato un aggravamento delle tensioni ambientali latenti. Aggravamento accentuato dallo spopolamento delle aree interne del Paese, che a sua volta ha voluto dire riduzione delle attività di manutenzione ordinaria del territorio e, quindi, l’accelerazione dei fenomeni di degrado del territorio stesso.

Dissesto. «Servono soldi e altre ricette, a partire dalla prevenzione»

Abbiamo chiesto al capo della Struttura di missione del governo, Erasmo D’Angelis, e ad alcuni presidenti di associazione e di categoria del settore delle costruzioni un parere sulla situazione del dissesto idrogeologico del nostro Paese e delle iniziative messe in campo dal governo Renzi. Ecco cosa ci hanno detto.

Erasmo D'Angelis, capo della struttura di missione del governo #Italia Sicura contro il dissesto idrogeologico

Erasmo D’Angelis, capo della struttura di missione del governo #Italia Sicura contro il dissesto idrogeologico

Erasmo D’Angelis, capo della struttura di missione del governo #italiasicura contro il dissesto idrogeologico. «SBLOCCHIAMO LE OPERE FERME E RIPRENDIAMO A PIANIFICARE».
«Con lo Sblocca Italia si sono finalmente messi in campo gli strumenti e le risorse per contrastare il dissesto idrogeologico. Per evitare frane e allagamenti verranno spesi 2,4 miliardi di euro che, per un motivo o l’altro, non sono ancora stati impegnati.
Abbiamo inoltre introdotto nuove norme di semplificazione delle procedure. È stata modificata radicalmente la governance e la filiera delle responsabilità e dei controlli che fino a oggi hanno impedito o ritardato opere e interventi urgenti in molti territori e abbiamo iniziato a voltare pagina con i presidenti delle regioni, diventati Commissari di governo contro il dissesto.
Per quanto riguarda la pianificazione dei futuri interventi, il governo ha due carte importanti da giocare: il fondo di 110 milioni per gli interventi urgenti contro alluvioni e allagamenti nelle 14 aree metropolitane italiane previsto nello Sblocca Italia e la riscrittura degli accordi programma tra ministero dell’Ambiente e Regioni per aggiornare la pianificazione 2009-2010 e garantire al nostro Paese, attraverso i fondi europei di coesione, un miliardo di euro l’anno per sette anni.
Certo, con il decreto 133 vi è stata senza dubbio una centralizzazione delle decisioni, ma di fronte a decenni di inerzia, non si poteva fare altro».

Paolo Buzzetti, presidente Ance.

Paolo Buzzetti, presidente Ance.

Paolo Buzzetti, presidente di Ance. «BENE LA TASL FORCE MA LE NUOVE RISORSE DOVE SONO?»
«Va dato atto al Governo di aver rimesso al centro delle priorità il tema del dissesto idrogeologico. Gli interventi di manutenzione e prevenzione sono stati infatti i «grandi dimenticati» di questi anni di crisi economica, perché i sindaci o non hanno i denari o se li hanno non possono spenderli a causa del patto di stabilità. E questo mentre il dissesto idrogeologico è diventata un’emergenza quotidiana e sempre più grave.
Perciò, come Ance, abbiamo salutato positivamente anche la task force guidata da Erasmo D’Angelis, con cui stiamo collaborando e che speriamo proceda il più velocemente possibile. Serve estrema concretezza su tre punti fondamentali: i tempi, che devono essere rapidissimi, le regole per l’avvio dei lavori, che devono essere sempre e comunque nel rispetto dei principi della concorrenza, e poi ci vuole certezza sulle risorse da mettere in campo, che ci sono e vanno urgentemente disincagliate.
Per quanto riguarda il decreto 133, lo Sblocca Italia, dico che si poteva fare molto di più. Intanto non trincerandosi dietro il rispetto del solo rigore economico, ma avendo il coraggio di usare tutte le risorse a disposizione per le infrastrutture, con particolare attenzione per le opere minori, che sono proprio quelle che ci consentirebbero di mettere in sicurezza il territorio, rinsaldare i ponti e gli argini dei fiumi, riqualificare le città.
Insomma, di fare cose utili per tutti, dando allo stesso tempo una spinta importante per rimettere in moto l’economia. Gli interventi anti-dissesto, si sa, possono essere una leva fondamentale per ridare fiato a decine di migliaia di piccole e medie imprese martoriate dalla crisi. Si tratta, infatti, di interventi immediatamente cantierabili, diffusi su tutto il territorio, che oltre a essere utili per il Paese hanno un impatto immediato sull’economia e sull’occupazione.
Basta guardare cos’è successo in Gran Bretagna, Stati Uniti o Giappone. Rilanciando la manutenzione delle città, hanno innescato la ripresa. Infatti, per ogni miliardo di euro investito in edilizia si genera un giro d’affari di 3,374 miliardi e si creano 17 mila nuovi posti di lavoro. Sappiamo che sul dissesto, dal 2009, ci sono almeno 2 miliardi non utilizzati, ma facendo chiarezza sui capitoli di spesa e con maggiore coraggio si può arrivare a sbloccare un’importante massa d’urto di risorse, per riaccendere i motori dell’edilizia e far ripartire finalmente l’economia interna».

Le frane e le alluvioni in Italia

Mentre dall’inizio del secolo scorso gli eventi di dissesto idrogeologico gravi sono stati oltre 4 mila con 12.600 morti e 700mila sfollati, dal 1985 al 2001 (i dati sono del ministero dell’Ambiente) si sono verificati 15 mila eventi di dissesto gravi e lievi. Un fenomeno che, rispetto al passato, si è aggravato non di poco.
Per quanto riguarda la conoscenza delle frane, è a partire dalla catastrofe di Sarno e grazie all’Inventario dei fenomeni franosi in Italia (Iffi) del 2007, realizzato da Ispra e dalle Province autonome, che i dati raccolti rendono un quadro finalmente dettagliato. Sono state così censite in Italia 485mila frane, con una superficie interessata pari a 20.700 kmq (il 6 per cento del territorio nazionale).
In testa alla classifica, si collocano la Lombardia (547 frane per kmq), il Molise (539) e le Marche (442). Dal solo punto di vista numerico è sempre la Lombardia che detiene il primato delle frane censite: 130.538, poi l’Emilia Romagna (70.037) e le Marche (42.522). Per fortuna, il gran numero di eventi censiti non provoca danni importanti alla popolazione o alle cose (il dato del 2007 parlava del 12 per cento di casi).
Lo studio ha anche analizzato i danni provocati dalle frane: delle 56.600 frane che hanno prodotto danni il 43 per cento ha interessato le infrastrutture di trasporto, il 27 i terreni agricoli, il 17 i danni al patrimonio, lo 0,3 le persone.

I costi e i fabbisogni finanziari

Una fragilità che costa: sono infatti 61,5 miliardi i soldi statali spesi dal 1944 al 2012 per danni provocati dal dissesto idrogeologico (l’elaborazione è di Cresme sulla base di diverse fonti): poco meno di un miliardo di euro l’anno. Una fragilità che negli ultimi 20 anni ha voluto dire – secondo il ministero dell’Ambiente – un valore medio annuo di danni per dissesto pari a 2,5 miliardi.
Senza contare che a ogni evento calamitoso corrisponde una richiesta di risorse statali: dall’ottobre del 2013 all’aprile scorso, ciò ha significato 20 richieste di stato di emergenza da parte delle Regioni, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi.
Un paio di anni fa, il ministro dell’Ambiente in carica stimava il fabbisogno di interventi anti- dissesto nell’ordine di 1,2 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Ciò per realizzare un complesso di interventi previsti dai piani regionali per l’assetto idrogeologico che valevano 40 miliardi di euro: 27 dei quali per interventi in 12 regioni centro-settentrionali e 13 nelle otto regioni del mezzogiorno. Cifre difficilmente raggiungibili, stante le compatibilità economiche statali.
10 - CARONIAMa volendo approfondire questo importante aspetto finanziario, si scopre che in 20 anni i finanziamenti pubblici per la riduzione del rischio idrogeologico erogati da Stato, Regioni, Province autonome e dall’otto per mille a gestione diretta dello Stato, sono arrivati a quota 10 miliardi (meno di 500 milioni l’anno), dei quali l’81 per cento (7,9 miliardi) gestiti dal ministero dell’Ambiente.
Più nel dettaglio, con i fondi del decreto legge 180 del giugno 1998, il cosiddetto decreto «Sarno» (2,4 miliardi di euro) sono stati realizzati 3.219 interventi; con quelli, invece, degli accordi di programma tra ministero e regioni (2,1 miliardi), 1.650 opere di mitigazione del rischio. Il Cresme ha anche quantificato il numero di interventi realizzati nel decennio 2002-2012: 13.483 opere, per un volume d’affari complessivo, riferito a 12.432 interventi di importo noto, di 6,2 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta il cinque per cento del numero degli interventi e solo il due per cento per importi di gara. Sempre nel periodo considerato, le 1.302 gare aggiudicate hanno fatto registrare un valore medio di 600 milioni di euro: un dato che negli anni successivi, quelli della crisi, si è andato ridimensionando.

Il parere di Governo e operatori

Leopoldo, Freyrie, presidente del Consiglio nazionale architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori.

Leopoldo, Freyrie, presidente del Consiglio nazionale architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori.

Leopoldo Freyrie, presidente del Consiglio nazionale architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori. «IL VERO OSTACOLO? LA BUROCRAZIA».
«Mi auguro che gli impegni del governo per quanto riguarda lo sblocco dei fondi ancora non spesi vengano mantenuti. Erasmo D’Angelis è persona perbene ed è molto impegnato su questo fronte, siamo quindi in buone mani.
Ma il vero ostacolo alle riforme, e di questo sono sempre più convinto, è la burocrazia ai vari livelli: statale, regionale, comunale. Lì, a mio avviso, si annidano le più forti insidie e resistenze».

Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingenieri.

Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingenieri.

Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri. «PER PROGETTI DI QUALITÀ, OCCORRE UN FONDO DI ROTAZIONE».
«Da anni la nostra categoria chiede il varo di un piano complessivo per il contrasto al dissesto idrogeologico, fatto anche di risorse.
Ma ciò che a noi preme è che la pianificazione si basi su progettazioni di qualità: non si possono realizzare progetti di qualità pensando di finanziarle con il 2% destinato ai tecnici della pubblica amministrazione.
Se la progettazione non è di qualità, come lo possono essere le opere?
Per questo diciamo che serve un fondo di rotazione per finanziare le progettazioni finalizzate a utilizzare le risorse dei programmi e degli interventi europei 2014- 2020.
Per quanto riguarda le nuove risorse, forse, alla luce della crisi della finanza pubblica, sarebbe buona cosa iniziare a spendere ciò che non siamo stati capaci di spendere negli anni».

Maurizio Savoncelli, presidente del consiglio nazionale dei geometri.

Maurizio Savoncelli, presidente del consiglio nazionale dei geometri.

Maurizio Savoncelli, presidente del Consiglio nazionale geometri. «UNO SFORZO APPREZZABILE, MA BISOGNA PENSARE A ALTRE RICETTE».
«Apprezziamo lo sforzo del governo nel porre attenzione al tema del dissesto idrogeologico. L’intervento sulle norme, per accelerare l’avvio delle opere, va nella giusta direzione.
Ma ciò che servirebbe, oltre allo sblocco delle opere, è un intervento di riuso del territorio abbandonato, collinare e di montagna.
Bisognerebbe mettere in campo delle azioni che consentano a queste aree di rivivere, in forme nuove, con progetti anche sociali.
Penso alle piccole coltivazioni di orti e di produzioni agricole da parte di persone che hanno problemi di lavoro e di reddito.
Questo, oltre a rispondere a un’esigenza sociale ed economica in questa fase di crisi, servirebbe a contenere il fenomeno dell’abbandono delle terre, a evitare il dilavamento e l’erosione del terreno, che porta a cedimenti e frane. Servono interventi più complessi, tra il tecnico e il sociale».

Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi italiani.

Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi italiani.

Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi italiani. «SERVONO NUOVE NORME E CULTURA DELLA PREVENZIONE».
«L’Italia è un malato grave, a causa di un territorio saccheggiato, non solo dalla speculazione, ma anche dalla mancanza di pianificazione. Il nostro territorio ha sì una ben precisa conformazione geologica, ma è un corpo affetto da una malattia antropica, non geologica.
Le risorse, poi, sono importanti per frenare il dissesto, ma serve una modifica dei modelli di riferimento. In particolare, serve una modifica della legge urbanistica nazionale del 1942, per giungere a un nuovo quadro normativo che tenga conto dei cambiamenti avvenuti e della complessità dei fenomeni.
Serve una nuova norma, in cui il tema della protezione del suolo non sia più ricompreso nel Codice dell’Ambiente del 2006. Serve insomma una vera legge del suolo. Avevamo una buona normativa, frutto di anni di lavoro da parte di esperti, come la 189 del 1989: oggi occorre ripristinare quel quadro di riferimento contenuto in quella legge, all’interno del quale vi siano risorse, ma anche cultura della prevenzione, informazione, adattamento e resilienza.
Spero che la Struttura di missione del governo si possa occupare anche di questi temi. Serve, infine, che su questo tema vi sia la massima consapevolezza da parte di tutti: cittadini e istituzioni. Sulla prevenzione del rischio sismico si sono fatti passi in avanti, sul rischio idrogeologico non ancora. Anche questo serve al nostro Paese e ai suoi cittadini».

Il rischio atteso e quello futuro

Certo, frane e alluvioni sono fenomeni naturali, sono cioè parte integrante dell’evoluzione del territorio. Ma se è impossibile impedire alla natura di fare il suo corso, è invece fondamentale operare concretamente per mitigare il rischio e limitare l’esposizione dei cittadini e i danni attesi in caso di calamità.
Nei decenni, in Italia, questo non è avvenuto. Al contrario, abbiamo assistito a consumo di suolo, abusivismo edilizio, alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi, cementificazione degli alvei, disboscamento dei versanti collinari e montuosi. Tutte azioni che sconvolgono l’assetto idraulico del territorio, amplificando il rischio che interessa – come abbiamo visto – quasi tutto il Paese. Se a questo stato di cose sommiamo gli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici in corso, che producono eventi meteorologici estremi e piogge concentrate in tempi brevi, la gestione irrazionale del territorio porta a conseguenze disastrose.
In Sardegna, per esempio, il 18 e 19 novembre del 2013, in meno di 24 ore le precipitazioni hanno raggiunto i 450 mm di pioggia: la metà circa delle precipitazioni atmosferiche annuali dell’intera regione. Oggi, in poche ore, piove quanto poteva piovere in mesi di precipitazioni. Infatti, in Italia, fino al 2006, dai 100 eventi meteo con danni ingenti siamo passati al picco di 351 del 2013 e a 110 nei soli primi 20 giorni del 2014 (la fonte è il Governo).
In altri termini, all’accrescimento della pericolosità (intesa come probabilità che in una data area si verifichi un evento dannoso di una determinata intensità entro un determinato periodo di tempo) si unisce una maggior vulnerabilità (intesa come fragilità del territorio), con il conseguente aumento del rischio.

Le leggi in materia 

Mentre qui da noi, si continua il più delle volte a intervenire a posteriori per ripristinare, con pale ed escavatori, frane e alluvioni, da altre parti, in Europa, l’Agenzia per l’ambiente ci chiede di procedere con politiche integrate di protezione del suolo, di adattamento ai cambiamenti climatici e di nuova politica agricola.
Allo stesso modo la Ue, con la Com 2013/216 sulla «Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici», delinea programmi ambiziosi per l’agricoltura multifunzionale, la salvaguardia delle reti ecologiche, la rinaturazione delle pertinenze fluviali sin dentro le città. Un compito che spetta poi agli stati membri declinare in politiche concrete. In Italia, le legge 183 del 1989 ha introdotto il principio, sacrosanto, della pianificazione di bacino: l’obiettivo è impostare lo sviluppo del territorio nazionale in relazione al pericolo idrogeologico. Per assolvere a tale funzione vengono istituite le Autorità di bacino, organismi misti, costituiti da Stato e Regioni.
4 - VERNAZZAMa per tutto il decennio Novanta, l’attività di pianificazione ha stentato a decollare, forse a causa della sottovalutazione del rischio e dell’azione antropica. Purtroppo, per far decollare i piani di bacino abbiamo dovuto attendere due tragici eventi: l’alluvione del Piemonte del 1994 e, soprattutto, la tragedia di Sarno. Nel 1989 venne infatti approvato il decreto 180, convertito nella legge 267 del 1998.
Con questo provvedimento si sono gettate le basi per un’azione di contrasto al dissesto, in quanto la nuova normativa prevedeva la definizione delle aree critiche del territorio italiano, la rapida approvazione dei piani straordinari contenenti la perimetrazione delle zone esposte a rischio idrogeologico, l’adozione di misure immediate di salvaguardia e il finanziamento degli interventi di messa in sicurezza delle aree a rischio elevato e molto elevato. Insomma, una scossa salutare a un corpo addormentato, che ha prodotto nel 1999 la rapida redazione, tranne pochi casi, dei piani straordinari.
Dalla fine degli anni Novanta, è invece proseguita, e quasi ultimata, l’attività di predisposizione dei Piani (stralcio) per l’assetto idrogeologico (i famosi Pai), vale a dire quegli strumenti il cui compito era completare il quadro conoscitivo dei dissesti e degli squilibri presenti nei bacini idrografici. Al settembre 2011 (i dati sono sempre di Cresme e Ance), 35 erano i Pai approvati, 4 quelli adottati e 1 solo era ancora in fase di adozione. Sulla base dei dati del ministero dell’Ambiente del 2008, l’Autorità di bacino (Adb) più esposta al rischio idrogeologico è quella di Sarno, in cui il 38,6 per cento del territorio risulta a rischio, seguita dall’Adb del Destra Sele e quelle del Conca-Marecchia e del Tronto.
Dopo il decreto 180 del 1989, a irrobustire la normativa di settore, è stata la volta della legge 179 del 2002: con la sua entrata in vigore le competenze in materia di programmazione e attuazione degli interventi nel settore del suolo sono state tendenzialmente centralizzate e trasferite in capo al ministero dell’Ambiente. Infine, prima del provvedimento Sblocca-Italia, è toccato al Codice dell’ambiente del 2006 mettere ordine all’intero sistema delle norme di difesa del suolo (articoli da 53 a 72).

L’azione del governo Renzi

Di fronte allo sfascio del territorio nazionale, va riconosciuto al governo in carica una volontà di affrontare i problemi a oggi sconosciuta. Si spiega così la decisione di lanciare, ai primi di luglio scorso, il progetto #italiasicura e di creare la «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche», coordinata dal sottosegretario, Erasmo D’Angelis. Una decisione presa per colmare ritardi storici. L’esecutivo Renzi ha stimato il numero complessivo di interventi previsti per far fronte alle emergenze (interventi già definiti dagli accordi di programma Stato-Regioni siglati nel 2009 e nel 2010 e dalle successive richieste seguite a eventi devastanti): 3.395.
3 - VERNAZZAMa a distanza di quattro anni, solo il 3,2 per cento degli interventi (109) risulta concluso, il 19 per cento (631) è in corso di esecuzione e il 78 per cento è invece fermo a causa di intoppi burocratici o perché ancora in fase di progettazione o di affidamento o non ancora finanziati e comunque ancora molto lontani dalla fase di cantiere.
Compito della struttura di missione è di coordinare e fare regia fra tutte le strutture dello Stato (ministeri, protezione civile, regioni, enti locali, consorzi di bonifica, provveditorati alle opere pubbliche, genio civile…) per trasformare in cantieri gli oltre 2,480 miliardi di euro non spesi dal 1998 a oggi.
Cantieri da aprire per realizzare casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per la regimentazione delle acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio crollo, riattivazione di linee ferroviarie locali interrotte e di ponti e infrastrutture viarie.

Costruttori, architetti, geologi, ambientalisti, uniti contro il dissesto

È una strana squadra quella che di recente sta lavorando congiuntamente per spingere il governo a fare la propria parte in materia di prevenzione dei rischi idrogeologici. Ne fanno parte l’associazione nazionale dei costruttori, il consiglio nazionale degli architetti, il consiglio nazionale dei geologi e Legambiente. Un team eterogeneo, certo, ma che sul dissesto del territorio esprime una posizione comune e che chiede al governo di spendere i fondi ancora non impegnati per mettere in sicurezza il territorio nazionale.
«Il piano di prevenzione mitigazione del rischio idrogeologico deve partire subito – affermano le quattro associazioni, unite anche da un sito Web e dall’hastag #dissestoitalia – E in tempi brevi devono essere spese le risorse ferme da anni». Nel lodare il governo per avere varato un’unità di missione specifica, chiedono allo stesso presidente del consiglio Renzi di «mettere subito in campo i circa 2,5 miliardi di euro chiusi nei cassetti della pubblica amministrazione». Ma ciò che serve, secondo i presidenti della quattro organizzazioni, è «mettere in atto un’efficace politica di prevenzione e difesa del suolo, che non si limiti a interventi puntuali di messa in sicurezza, ma che ragioni a scala di bacino idrografico puntando alla riqualificazione e alla rinaturalizzazione dei corsi d’acqua e del territorio».

Le nuove norme modificate

Il recente decreto «Sblocca Italia», approvato dal consiglio dei ministri il 29 agosto e pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 12 settembre, contiene alcune misure urgenti per la mitigazione del rischio idrogeologico. Gli articoli 7 e 9, infatti, ridisciplinano alcuni aspetti della normativa preesistente.
Il primo dei due articoli si occupa di accelerare gli interventi e del finanziamento delle opere urgenti di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua nelle aree metropolitane interessate da fenomeni di esondazione e alluvione. Il secondo comma stabilisce che, a partire dal 2015, le risorse destinate al finanziamento degli interventi di mitigazione sono utilizzate per mezzo dello strumento dell’Accordo di programma tra la regione interessata e il ministero dell’Ambiente. Fissa inoltre che gli interventi sono individuati dal Consiglio dei ministri, mentre l’attuazione degli stessi verrà assicurata dal presidente della regione interessata, che agirà come Commissario di governo contro il dissesto idrogeologico.
Il terzo comma, invece, stabilisce che il ministero dell’Ambiente, avvalendosi di Ispra, provvede alla revoca, anche parziale, delle risorse assegnate per quegli interventi di mitigazione per i quali, alla data del 30 settembre 2014, non sia stato pubblicato il bando di gara o non sia stato disposto l’affidamento dei lavori, nonché per i lavori che siano difformi dalle finalità di legge. Viene anche stabilito che le risorse revocate confluiranno in un apposito fondo che verrà istituito e gestito dal ministero dell’Ambiente.
Il comma 4 dell’articolo 7 stabilisce inoltre che per le attività di progettazione e di esecuzione degli interventi di mitigazione i presidenti di regione potranno avvalersi di società in house appartenenti alle amministrazioni centrali dello stato (Invitalia per il dissesto e Sogesid per i servizi idrici) e dotate, ovviamente, di una specifica competenza tecnica. Il comma successivo si occupa di accelerare le procedure per le occupazioni e per le espropriazioni di urgenza (basterà la presenza di due soli rappresentanti delle regioni o degli enti territoriali interessati). L’articolo 8 della legge intende invece fronteggiare le maggiori criticità ambientali presenti nelle 14 aree metropolitane (certamente Milano, Genova, Firenze e Roma) interessate da fenomeni di esondazione e alluvione. Allo scopo sono assegnati alle regioni competenti 110 milioni di euro (Fondo sviluppo e coesione 2007-2013) per gli interventi di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua. Per tutte le operazioni di pianificazione, istruttorie e di ripartizione delle risorse finanziarie, la struttura di missione affidata al sottosegretario D’Angelis opera di concerto con il ministero dell’Ambiente.
Infine, l’articolo 9 dello «Sblocca Italia» si occupa di semplificare le procedure burocratiche del decreto legislativo 163 del 2006 (articoli 10 e 10 ter) per gli interventi definiti di estrema urgenza (certificati tali da apposite ricognizioni degli enti interessati) per quanto riguarda la mitigazione dei rischi idraulici e geomorfologici. Per la realizzazione di queste opere, per lavori di importo pari o superiore a 500 mila euro, sono pubblicati solo sul sito Web della stazione appaltante. Infine, i lavori di importo inferiore alla soglia comunitaria possono essere affidati dalle stazioni appaltanti con invito rivolto ad almeno tre operatori economici. Nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenza e rotazione.




Condividi quest’articolo
Invia il tuo commento

Per favore inserisci il tuo nome

Inserisci il tuo nome

Per favore inserisci un indirizzo e-mail valido

Inserisci un indirizzo e-mail

Per favore inserisci il tuo messaggio

Il Nuovo Cantiere © 2017 Tutti i diritti riservati

Tecniche Nuove Spa | Via Eritrea, 21 – 20157 Milano | Codice fiscale e partita IVA 00753480151