Città e mercati | Gastone Ave

Roma e solo tre città metropolitane

Il ruolo di città metropolitana è svolto solo dalle tre maggiori aree urbane del Paese, oltre alla capitale: Torino, Milano, Napoli. Ad esse, dove tensioni abitative, problemi di mobilità, richiesta di servizi sono superiori a ogni altra realtà territoriale, dovrebbero essere assegnati poteri adeguati e risorse conseguenti.

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Gastone Ave, Urbanista, docente dell’Università di Ferrara

Una capitale e solo tre città metropolitane per l’Italia possono bastare: Roma, Torino, Milano, Napoli. Devono bastare se si prende sul serio il concetto urbanistico di area metropolitana che implica l’esistenza di un tessuto urbano di una dimensione rilevante, almeno un milione di abitanti concentrati in una singola città, dove persone, imprese e istituzioni hanno un interscambio intenso e quotidiano con i comuni adiacenti. Requisiti assenti nel caso delle altre numerose città che sono state proposte come città metropolitana.

Per quanto riguarda la funzione di città capitale, Roma ha bisogno di uno statuto speciale non tanto per attuare un piano di rientro del grave deficit che l’attuale amministrazione Marino ha ereditato, quanto per rilanciare il suo ruolo tra le grandi capitali europee e per rafforzare in modo strutturale la sua immagine di città di classe mondiale. È una questione di prestigio nazionale? Si, e andrebbe detto con orgoglio, visto che Roma è un patrimonio per l’umanità. Ma c’è anche la consapevolezza che nessuna politica di marketing territoriale può funzionale sul piano nazionale (come per esempio «Destinazione Italia» varata dal governo Letta) se la capitale del paese non è tra le «best in class» quanto a servizi collettivi pubblici, in primo luogo nel campo dei trasporti.

La capitale è il biglietto da visita di un paese, se non attrae come capitale gli investitori esteri guarderanno altrove. Insomma è interesse anche delle altre città italiane, da Milano a Palermo, che Roma possa essere citata come esempio di smart city piuttosto che come città affascinante solo turisti romantici o peggio, trattata con sufficienza come città ingovernabile. Pochi giorni prima della caduta del governo Letta nel febbraio 2014 il Ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia ha presentato il Programma operativo nazionale (Pon) «Città metropolitane» volto a creare ben 14 città metropolitane. L’allora ministro aveva argomentato, con fondamento, che le 14 città individuate «sono sempre state un incubatore di innovazione e oggi puntare sulle città metropolitane significa intervenire su territori in cui è concentrata il 30% della popolazione e dell’occupazione del Paese e dove è prodotto il 35% del Pil nazionale. Inoltre, il 40% dei brevetti depositati è nato in questi territori». Dopo un ventennio di dibattiti, l’iniziativa era stata presentata come fattibile, pur nell’evidente eccesso nel numero delle città individuate.

Il programma era stato inserito nella nuova programmazione dei fondi europei 2014-2020 e collocato nel contesto dell’Agenda urbana europea per le politiche di coesione. L’obiettivo era quello di rafforzare il ruolo delle grandi città attraverso la realizzazione di pochi progetti finalizzati a conseguire benefici generali per il Paese. Come si era arrivati a un numero così alto di «città metropolitane»? Il disegno di legge «Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di comuni», il cui esame in Senato è stato interrotto dal cambio di governo tra Letta e Renzi, aveva l’obiettivo di istituire 10 città metropolitane: Roma, Bari, Bologna, Genova, Firenze, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria e Venezia. Un numero già di per sé abnorme, buono forse per rispettare equilibri politici ma privo di ragioni tecniche. Come se non bastasse, si è lasciato alle regioni a statuto speciale di individuarne altre, come inevitabilmente è accaduto: Catania, Messina e Palermo in Sicilia, e Cagliari in Sardegna. La lista è stata così allungata a 14 «città metropolitane». Poi nel corso dell’esame parlamentare i senatori anziché togliere hanno aggiunto, e le aree metropolitane proposte sono arrivate a circa 20. Il numero sarebbe forse ancora aumentato se l’iter parlamentare non fosse stato interrotto dal cambio di governo.

Il Pon, secondo Trigilia, doveva operare con una logica sperimentale, in parallelo con i Programmi operativi regionali (Por) per sostenere interventi da promuovere nelle città metropolitane individuate. Le intenzioni erano buone, i risultati attesi meno, perché l’azione del Pon si riduceva a distribuire pochi soldi, circa 1 miliardo di euro, alle 14 città individuate come «metropolitane», con impatti positivi ma di piccola scala. Più seriamente bisogna riconoscere che il ruolo di città metropolitana è di fatto svolto solo dalle tre maggiori aree urbane del Paese, capitale a parte: Torino, Milano, Napoli. A queste quattro città, dove le tensioni abitative, i problemi di mobilità, la richiesta di servizi (acqua, rifiuti ecc.) sono di un ordine di grandezza superiore a ogni altra realtà territoriale, dovrebbero essere assegnati poteri adeguati e risorse conseguenti. Cosa andrebbe fatto? Si deve evidenziare la funzione speciale per l’Italia di queste quattro città e includerla nella versione finale dell’Accordo di Partenariato sul nuovo ciclo dei fondi comunitari 2014-2020 da notificare alla Commissione Europea. In alternativa ci sarà il solito spezzatino di fondi pubblici e non si potranno affrontare in modo adeguato i problemi delle 4 maggiori città italiane, dal cui buon funzionamento dipende tutto il Paese.

Condividi quest’articolo
Invia il tuo commento

Per favore inserisci il tuo nome

Inserisci il tuo nome

Per favore inserisci un indirizzo e-mail valido

Inserisci un indirizzo e-mail

Per favore inserisci il tuo messaggio

Il Nuovo Cantiere © 2017 Tutti i diritti riservati

Tecniche Nuove Spa | Via Eritrea, 21 – 20157 Milano | Codice fiscale e partita IVA 00753480151