Libera professione | Bruno Gabbiani, presidente Ala Assoarchitetti

Statuto del lavoro autonomo e libera professione

Corriamo il fondato rischio che il nuovo Statuto, anziché influire sulle cause che hanno condotto il comparto a una crisi sistemica, si limiti a dettare norme che si limitano a curarne gli effetti, quali sono appunto alcune anomalie dei rapporti tra i liberi professionisti e i loro collaboratori autonomi

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

Bruno Gabbiani, presidente ALA Assoarchitetti.

Lo «Statuto del lavoro autonomo» approvato dal Governo, giunge ultimo nel nostro ordinamento, dopo quelli dei lavoratori e dell’impresa.
I liberi professionisti nel frattempo sono stati equiparati alla piccola impresa dalla legislazione europea e il nuovo statuto esclude espressamente (art. 1) le imprese dal proprio campo d’applicazione. Così i liberi professionisti non potranno avvalersi delle norme più attese di questo provvedimento, come quella che stabilisce i termini massimi dei pagamenti delle prestazioni in 60 giorni, ma al contrario, dovranno farvi fronte nella gestione dei propri rapporti di lavoro, nei confronti dei soggetti autonomi non iscritti ad albi professionali con i quali hanno rapporti di collaborazione.
Nel frattempo, alcune professioni hanno ottenuto la re-introduzione delle tariffe professionali minime (medici e avvocati), per cui viene spontaneo chiedersi se chi le esercita mantiene la qualifica d’imprenditore, malgrado le disparità con altre professioni (architetti e ingegneri per esempio), per le quali invece le tariffe rimangono abolite, pur essendo anch’esse «protette» nel senso che il loro esercizio è in potenziale conflitto con diritti fondamentali del cittadino-utente, quali salute, libertà personale, qualità del territorio e del paesaggio.

In ogni caso, appare evidente che era necessario fissare alcune regole fondamentali, per evitare di lasciare oltre due milioni di lavoratori autonomi in balia degli effetti della liberalizzazione selvaggia – acuita dalla crisi perdurante – imposta dall’economia globalizzata.
Ciò premesso, il nostro compito è di valutare il disegno di Statuto, con riferimento ad architetti e ingegneri.
In proposito, l’evoluzione del mercato ha frammentato l’insieme di soggetti iscritti agli albi di queste professioni, che un tempo erano tutti genericamente intesi come liberi professionisti, in condizioni lavorative assai differenziate nei fatti, oltre che sotto il profilo giuridico: giovani in attesa di accedere alla professione, liberi professionisti effettivi, professionisti part-time, docenti di ogni ordine e grado, dipendenti pubblici, dipendenti privati, pensionati attivi. Ciò ha inevitabilmente comportato anche l’insorgere d’interessi in contrasto, tra i quali appaiono evidenti, in relazione alla proposta di Statuto, quelli dei liberi professionisti datori di lavoro, rispetto a quelli dei colleghi lavoratori autonomi, che hanno rapporti con i loro studi professionali.

Con tutte le imperfezioni e gli squilibri che non ci siamo mai esentati dal dichiarare, gli studi d’architettura e ingegneria in questi decenni sono ricorsi a un’autoregolazione, che è riuscita almeno ad affrontare le mutevoli situazioni economiche e sociali del settore. Una snellezza che ha consentito almeno a una parte degli studi, di sopravvivere a un assommarsi di condizioni che li ha posti fuori mercato, quali, per citare solo le più gravi e determinanti: la rigidezza e il costo del lavoro, la prassi del massimo ribasso e la mancanza di regole trasparenti nelle gare di progettazione, la gestione clientelare dei concorsi di progettazione, la regolamentazione che privilegia la fornitura in house delle prestazioni per le opere pubbliche, la mancanza di strumenti per ottenere il pagamento delle prestazioni fornite, l’incapacità del sistema paese di promuovere il lavoro e l’ingegno degli italiani all’estero, l’insufficienza dell’università a produrre le competenze utili per il sistema economico, il numero pletorico di professionisti abilitati rispetto alle dimensioni del mercato interno, il costo e l’inefficienza del sistema previdenziale pubblico.

Corriamo quindi il fondato rischio che il nuovo Statuto, anziché influire sulle cause che hanno condotto il comparto a una crisi sistemica, si limiti a dettare norme, magari astrattamente giuste e anzi per certi aspetti necessarie per i lavoratori in difficoltà, che si limitano a curarne gli effetti, quali sono appunto alcune anomalie dei rapporti tra i liberi professionisti e i loro collaboratori autonomi.
Non vorremmo, per sintetizzare, che i liberi professionisti datori di lavoro, con il nuovo Statuto siano obbligati a sostenere un’ulteriore serie di costi e oneri, in tempi e modi strettamente definiti, senza che il Governo si sia preoccupato di fornir loro contemporaneamente gli strumenti necessari per ottenere la certezza che le risorse necessarie per farvi fronte, siano corrisposte dai loro committenti, con modalità e tempi altrettanto certi. In altri contesti, un tale stato di cose è politicamente letto come un vulnus alle risorse del Paese, ma una tale consapevolezza in questo caso non è evidentemente ancora diffusa.
Contiamo peraltro sul fatto che la procedura di approvazione parlamentare della proposta di legge possa essere aperta a quei contributi di perfezionamento, che appaiono necessari per renderla effettivamente applicabile e conforme all’interesse generale.

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