Se ne parla | Livia Randaccio, direttore editoriale de Il Nuovo Cantiere

Una complicata storia italiana

L’appalto-progetto per la messa in sicurezza del Bisagno.

Livia Randaccio

La prima reazione alla notizia è stata d’incredulità: poi con un giro di telefonate e documentandomi, ho approfondito l’argomento cercando di darmi una risposta ma non sono riuscita ad arrivare a una conclusione su una vicenda che, con molta probabilità, passerà alle cronache come una «complicata storia italiana». Questi, comunque, sono i fatti che cerco di riassumere. I giudici del Tar della Liguria hanno depositato le loro considerazioni sull’appalto-progetto per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno, nello specifico il rifacimento della parte interrata tra la stazione di Brignole e la Foce, lavori sul tratto necessari a evitare le esondazioni del fiume. Un lavoro fondamentale per la città di Genova che si aggira sui 35 milioni di euro. Per i giudici il progetto conteneva «incongruenze» e, soprattutto, era vistato da «membri della Commissione giudicatrice sprovvisti di specifica e documentata esperienza in materia di opere idrauliche». Il Provveditore alle opere pubbliche (l’ente preposto a bandire la gara) ha posto all’asta un progetto che contiene (per i giudici) «scostamenti» rispetto all’allargamento già eseguito nel tratto precedente, dalla Foce alla questura.

Quando la competizione per l’assegnazione si è svolta, «decisori» sono stati chiamati personaggi che «per la loro incompetenza» si sono pronunciati facendo vincere un’impresa a scapito dei concorrenti. Ora i giudici invitano il commissario delegato a gestire il tutto dal ministero delle Infrastrutture, a far mettere mano nuovamente al progetto prima che i lavori abbiano inizio secondo schemi progettuali «tecnicamente discutibili». Tutto ha avuto inizio con il ricorso presentato da Pamoter contro la vittoria del Consorzio firmato da Tre Colli, Vipp e Sirce, e con gli ulteriori ricorsi presentati da Nuova Coedmar e da Fincosit (anche loro escluse). Ricordiamo che Pamoter aveva realizzato la prima parte dei lavori che va da piazza Kennedy fino alla questura procedendo a ritroso dal mare ma era stata esclusa dai lavori sul nuovo lotto comprendente l’allargamento del tratto coperto tra la questura e via Santa Zita (in attesa che altri fondi permettano i lavori fino alla stazione di Brignole). Ora per il Tar, visti i problemi a livello progettuale, vi sarebbe la necessità di rifare totalmente il progetto. Infatti i consulenti nominati dal Tar avrebbero riscontrato l’esistenza di una «incongruenza tra la relazione di calcolo idraulico allegata al progetto definitivo e le situazioni ivi rappresentate graficamente. Con il risultato che la sezione idraulica prevista dal medesimo progetto non corrisponde a quella del tratto già realizzato».

Letto del torrente Bisagno

Occorre far presente ai lettori (soprattutto quelli che non conoscono Genova e i suoi rivi) come si presenta quella specie d’imbuto che, a causa dell’esondazione del torrente Fereggiano, due anni fa causò la morte di sette persone. Nei pressi della stazione ferroviaria di Genova-Brignole (dove il Bisagno finisce in un tunnel sotterraneo per sfociare poi nel mare) c’è una strettoia che, in occasione delle piogge, ingrossa il fiume respingendo indietro le acque. Il Fereggiano (affluente del Bisagno) non avendo via d’uscita e scorrendo in un canale ripido si gonfia inevitabilmente ed esce dai margini esondando. Sotto i ponti dello scalo ferroviario l’acqua va a finire in una specie di collo di bottiglia che ne riduce la portata a 500 mc al secondo mentre la piena può raggiungere 1300 mc. La soluzione prospettata per la messa in sicurezza del tratto fluviale sarebbe la seguente: la parte sotterranea del Bisagno deve essere allargata in modo da rendere 800 mc di acqua al secondo, il resto sarà assorbito da un canale che riceverà le acque del Fereggiano (e di altri rivi) così da alleggerire l’impatto sul torrente. In sintesi, se non si allarga il bacino del Bisagno la sicurezza di migliaia di genovesi continua seriamente a essere messa a rischio. Per quanto concerne i componenti del gruppo di lavoro, messo in discussione dal Tar, il membro designato dalla Provincia è un «laureato in giurisprudenza ed ha svolto la maggior parte della sua attività lavorativa con funzioni di dirigente amministrativo», il secondo (designato dalla Regione) è un architetto il cui «scarno curriculum documenta una carriera interamente svolta alle dipendenze di enti pubblici e non garantiva il possesso delle competenze occorrenti» e il terzo era un ingegnere (incaricato dal Provveditorato) ma su di lui pesava negativamente la «totale mancanza di specializzazione e di esperienze professionali nel settore dei lavori idraulici».

Ora il Ministero ha possibilità, entro 90 giorni di porre ricorso al Consiglio di Stato contrastando quanto delineato dal Tribunale amministrativo: e così pure possono i vincitori dell’appalto messo in discussione dai giudici. E sì che in città vi era molto entusiasmo sulla realizzazione di quest’opera, tant’è che la somma di 25 milioni di euro ottenuta con il bando del Piano città doveva essere utilizzata proprio per lo scolmatore del Fereggiano, Noce e Rovare. Il ministero delle Infrastrutture ha confermato l’assegnazione e il comune di Genova insieme alla Regione Liguria si sono subito attivati con la Provincia per integrare la progettazione già disponibile e reperire nuove risorse e dare inizio ai lavori. Come andrà a finire questa vicenda che ha davvero dell’incredibile? Probabilmente si rinuncerà ai ricorsi, si metterà mano a un ulteriore, nuovo progetto o, quantomeno rivisiterà lo stesso e in tempi brevi si provvederà a indire una nuova gara. Però i lavori inizieranno non prima di 30-36 mesi. Con aggravio dei costi? Intanto i genovesi dicono che in questa vicenda «gh’è de tuttu, comme a Zena!».




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