In evidenza | Claudio De Albertis, presidente Assimpredil

Utilizzazione delle terre e rocce da scavo

In data 21/09/2012 è stato pubblicato il dm 161/2012, entrato in vigore il 6 ottobre 2012, abrogando e sostituendo l’art. 186 del dlgs 152/06 e smi il quale stabilisce sia i «criteri qualitativi» da soddisfare affinché i materiali da scavo non contaminati siano definiti «sottoprodotti» e quindi non rifiuti, sia procedure, modalità e condizioni per il loro utilizzo.

«Considerato il critico «periodo transitorio» e ritenuto che il legislatore non ha ancora adempiuto all’emanazione del decreto «Semplificazioni», l’Ance ha ritenuto indispensabile fornire nuovamente alle Imprese associate indicazioni pratiche sulle nuove procedure e prime indicazioni interpretative delle principali «criticità» contenute nel decreto».

Claudio De Albertis, presidente Assimpredil Ance

Sin dalle prime bozze legislative, Assimpredil Ance ha segnalato agli Uffici legislativi competenti diverse osservazioni critiche alle nuove disposizioni. A conferma della sua contrarietà nei confronti del nuova normativa, l’Associazione si è attivata inoltrando un ricorso al Tar Lazio, unitamente alla richiesta di «sospensiva» del dm. Questa azione è stata condivisa sia da Ance sia dalle principali territoriali e il Tar Lazio ha riconosciuto l’estrema delicatezza della questione, ritenendo opportuno di fissare la discussione del merito, unitamente alla domanda cautelare, per il prossimo luglio.

Considerato questo critico «periodo transitorio» e ritenuto che il legislatore non ha ancora adempiuto all’emanazione del decreto «Semplificazioni» (art. 266 c. 7 dlgs 152/06), ha ritenuto indispensabile fornire nuovamente alle Imprese associate indicazioni pratiche sulle nuove procedure e prime indicazioni interpretative delle principali «criticità» contenute nel decreto.

L’Associazione ha quindi elaborato un dossier di domande-risposte e il format del piano di utilizzo delle terre da scavo per supportare al meglio gli associati. Di seguito riportiamo qualche esempio di sicura utilità per gli addetti ai lavori:

Che cosa sono i riporti?
I «riporti» (Allegato 9 dm 161/2012) sono orizzonti stratigrafici costituiti da una miscela eterogenea di terreno naturale e materiali di origine antropica, anche di derivazione edilizio-urbanistica pregressa che, utilizzati nel corso dei secoli per successivi riempimenti e livellamenti del terreno, si sono stratificati e sedimentati nel suolo fino a profondità variabili e che, compattandosi con il terreno naturale, hanno creato un vero e proprio orizzonte stratigrafico. I materiali di riporto sono stati impiegati per attività di rimodellamento morfologico, recupero ambientale, formazione di rilevati e sottofondi stradali, realizzazione di massicciate ferroviarie e aeroportuali, riempimenti e colmate, nonché formazione di terrapieni. I materiali di origine antropica che si possono riscontrare nei riporti, frammisti al terreno naturale nella quantità massima (in peso) del 20%, sono indicativamente: materiali litoidi, pietrisco tolto d’opera, calcestruzzi, laterizi, prodotti ceramici, intonaci. Ai sensi dell’art. 185 c.1 del dlgs 152/06 lettere b) e c), tale limite del 20% deve essere correlato solo ed esclusivamente a quei materiali escavati non contaminati contenenti riporti e destinati al riutilizzo fuori dal cantiere di produzione. Il legislatore non ha ancora fornito i metodi per il calcolo del limite del 20% dei materiali di origine antropica nei riporti.

Quando il dm 161/2012 non si applica?
È escluso dall’applicazione del dm 161/2012 l’utilizzo in sito del materiale da scavo come previsto dal c. 1 lettera c) dell’art. 185 del dlgs 152/2006, in quanto norma di rango superiore. Sono esclusi dall’ambito di applicazione del dm i rifiuti provenienti direttamente dall’esecuzione di interventi di demolizione di edifici o altri manufatti preesistenti (calcinacci), la cui gestione è invece disciplinata dalla parte IV del dlgs n. 152/2006. Infine se il materiale da scavo non contaminato viene smaltito in discarica o conferito presso impianti di trattamento/recupero rifiuti, esso continua a essere considerato rifiuto, con obbligo di emissione in fase di trasporto del Formulario Rifiuti (Fir) e non deve sottostare alle disposizioni del dm 161/2012.

Che cos’è il Piano di Utilizzo?
Il Piano di Utilizzo (Pu) deve essere presentato da un «proponente», il quale può essere: il committente, il progettista, il legale rappresentante dell’impresa che realizzerà l’opera, il legale rappresentante dell’impresa che eseguirà gli scavi, ecc… Il Pu deve essere presentato all’Autorità competente che autorizza l’opera (per es. Comune, Provincia, Rup Opera Pubblica, Regione, Ente Parco, ecc…) oppure, per le opere soggette a Via, il Ministero dell’Ambiente o la Regione. Il Pu deve essere presentato almeno 90 giorni prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione dell’opera oppure in fase di approvazione del progetto definitivo dell’opera, deve essere redatto in conformità all’Allegato 5 del dm 161/2012 e presentato in allegato alla «dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà» (art 47 dpr n.445/2000) pena la non accettazione del Piano per vizio formale. La presentazione del Pu può avvenire, per via telematica (Pec, non normale e-mail), oppure tramite raccomandata con r/r oppure a mano.

Cosa deve fare il proponente dopo aver presentato il Piano di Utilizzo?
L’Autorità competente, entro 90 giorni dalla presentazione del Pu o delle eventuali integrazioni, approva il Piano di Utilizzo o lo rigetta. In caso di diniego è fatta salva la facoltà per il proponente di presentare un nuovo Pu Decorsi 90 giorni (comma 3,art. 5 del Regolamento) qualora non ci sia stata approvazione oppure diniego dall’Autorità competente, il proponente può procedere a gestire il materiale da scavo. Il silenzio-assenso dell’Autorità competente è strettamente correlato alla garanzia che il Pu sia stato presentato in modo dettagliato e conforme alle disposizioni di legge.

Quali sono gli adempimenti nel caso di trasporto dei materiali da scavo?
Preventivamente al trasporto del materiale da scavo, deve essere inviata all’Autorità competente una «comunicazione» attestante le generalità della stazione appaltante, della ditta appaltatrice dei lavori di scavo/intervento, della ditta che trasporta il materiale, della ditta che riceve il materiale e/del luogo di destinazione, targa del mezzo utilizzato, sito di provenienza, data e ora del carico, quantità e tipologia del materiale trasportato. Le eventuali modifiche dovranno essere comunicate all’Autorità competente. Ogni singola operazione di trasporto (viaggio) dovrà, inoltre, essere accompagnata da un nuovo e apposito «Documento di Trasporto» (Allegato 6 del Regolamento) da non confondere con il Ddt fiscale.

Nel caso in cui l’utilizzatore finale è un soggetto «diverso» dall’esecutore degli scavi, chi ha l’obbligo di trasmettere la Dau?
Il dm 161/2012 prevede che la Dau (Dichiarazione di Avvenuto Utilizzo, art. 12 e Allegato 7 del Regolamento) sia redatta sempre dall’esecutore degli scavi per attestare sia la conclusione degli scavi sia il periodo entro il quale il soggetto «utilizzatore indicato» deve completare l’utilizzo. Il soggetto «utilizzatore» che non ha eseguito gli scavi (per esempio, il gestore di una cava di materiali inerti) è obbligato a trasmettere la Dau all’Autorità competente al termine della citata attività per attestare l’avvenuto utilizzo e se non vi provvede potrebbe andare incontro a relative conseguenze di legge. Se il soggetto esecutore degli scavi omette di indicare nella Dau di fine scavo, il soggetto «utilizzatore» a cui è stato conferito il materiale, questo comporta, con effetto immediato, la cessazione della qualifica di sottoprodotto e l’acquisizione della qualifica di rifiuto, con tutte le relative conseguenze di legge.

È obbligatorio fare la caratterizzazione del «sito di destino» dei riutilizzi?
Sebbene l’Allegato 5 del dm 161/2012 stabilisca che il Pu deve avere un piano di caratterizzazione e analisi dei materiali da scavo, per tutti i siti interessati dalla produzione alla destinazione, in realtà non c’è l’obbligo di caratterizzare mediante analisi chimico-fisica il «sito di destino» del materiale da scavo perché questa verifica sul «sito di destino» può essere effettuata nei casi in cui l’Ente di controllo (cioè Arpa) ritenga che alcune aree necessitino di detta verifica dopo il trasporto e la nuova collocazione del materiale di scavo.

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